Burattinaio MagaStephen Miller è il consigliere che mette in pratica le peggiori idee di Trump

Il vice capo dello staff della Casa Bianca controlla ogni operazione del governo come un generale in guerra, trasformando le ossessioni del presidente in politiche concrete

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Alle 10 del mattino, ogni giorno della settimana tranne la domenica, Stephen Miller monitora le operazioni del governo statunitense come un generale in guerra. Dal suo ufficio alla Casa Bianca telefona a funzionari dell’Fbi, dell’Ice, del Dipartimento della Difesa, chiedendo aggiornamenti, imponendo nuovi piani, o magari solo per valutare la loro lealtà all’amministrazione Trump. Nessuno è al sicuro dalla sua ira, nessuno osa dissentire. Miller è l’uomo che trasforma la visione politica di Donald Trump – il caos che deve avere in testa – in un lungo elenco di piani diabolici: è lui a indicare la via sulle deportazioni di massa, sulla repressione del dissenso, sugli interventi militari all’estero. Miller è il motore di una politica che vuole decidere a tavolino chi può essere americano e chi no; chi merita di stare negli Stati Uniti e chi va espulso. La sua influenza sta cambiando il Partito Repubblicano, e sta sfigurando il volto della democrazia americana.

Nell’ultimo anno, il Consigliere per la Sicurezza Interna e vice capo dello staff della Casa Bianca è stato la figura che più di ogni altra ha definito l’agenda della presidenza. Il raggio d’azione di Miller va oltre la politica migratoria e la sicurezza nazionale, si estende fino alla politica estera, al commercio, persino alle università. Secondo Steve Bannon, è il vero primo ministro della Casa Bianca, il perno attorno al quale ruotano le decisioni più delicate e controverse dell’amministrazione.

Trump si fida di Stephen Miller più di qualsiasi altro consigliere. Perché non tenta mai di correggerlo, né di addolcirne gli impulsi. Al contrario, prende tutto alla lettera e spinge ogni proposta fino alle estreme conseguenze – dove altri collaboratori cercano compromessi o mediazioni, Miller taglia con l’accetta. È lui l’ideatore di tutte le più crudeli azioni eversive dell’amministrazione, dall’uso dell’Ice per la repressione nelle città democratiche fino alla politica nativista che prende il nome di Make America White Again.

Può capitare, però, che i metodi estremi di Miller siano esagerati anche per questa amministrazione che somiglia a «una puntata della Zanzara con i codici dell’atomica» (cfr. l’editoriale di Christian Rocca di novembre 2024). Dopo l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis, è stato Miller il primo a parlare. Ha definito l’infermiere ucciso un «terrorista interno», uno che aveva «tentato di assassinare le forze dell’ordine federali». Tutto falso, ovviamente, ma tanto le sue dichiarazioni non devono essere approvate o riviste da nessuno. Solo che nelle ultime settimane sempre più repubblicani hanno messo in discussione la strategia della Casa Bianca e il suo principale artefice: i sondaggi hanno iniziato a mostrare che gran parte del programma sull’immigrazione di Trump non è molto popolare tra gli elettori. Allora, come scrive il Wall Street Journal in un articolo molto informato, il presidente si è infuriato, e per una volta se l’è presa con il suo vice capo di gabinetto. Può capitare anche ai peggiori Goebbels, Himmler e Göring di questa presidenza.

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Un ex funzionario della prima amministrazione Trump ha spiegato all’Atlantic che «Miller è al cento per cento convinto di ogni cosa che dice, e se la sua posizione è diversa da quella del presidente non la nasconde; ma una volta che Trump decide, Miller esegue, che sia d’accordo o meno». È questa combinazione di fanatismo ideologico e disciplina assoluta ad averlo reso indispensabile: Miller non ha bisogno di interpretare Trump, perché ne condivide l’istinto più profondo. Come ha raccontato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, «Trump dice spesso: “Dov’è Stephen? Fate fare a lui”».

Le sue conferenze alle 10 del mattino somigliano davvero ai briefing militari in tempo di guerra. Nel lunghissimo profilo dedicato a Miller il mese scorso, l’Atlantic riporta la voce di un alto funzionario americano: «Spinge tutti al limite assoluto perché sa che il tempo [per applicare un provvedimento draconiano, prima che venga messo in discussione da qualcuno] stringe. Prende il telefono e urla contro tutti. Nessuno è risparmiato dalla sua ira». Il tono è sempre autoritario, spietato: chi non rispetta le scadenze viene rimproverato pubblicamente. Un funzionario che partecipa alle sue riunione descrive le videochiamate di Miller come «un’estensione della volontà del presidente, con l’intensità di un martello pneumatico».

Miller è noto per il suo dogmatismo. È ossessionato dai meccanismi della macchina statale, dai dettagli tecnici, dalle minuzie normative che possono essere piegate a nuovi scopi. Già nel primo mandato Trump, durante la pandemia, convinse l’amministrazione a usare una legge sanitaria del 1944 per chiudere il confine ed espellere migranti senza esame delle richieste d’asilo. Un ex funzionario ha ricordato che «Stephen è probabilmente il consigliere politico più efficace della sua generazione: nessuno sa come muovere le leve del governo meglio di lui». Il metodo è sempre lo stesso: prendere un’ossessione politica e trasformarla in una routine amministrativa, fino a renderla irreversibile.

C’è una vasta letteratura di articoli in cui segretari, assistenti e funzionari di ogni tipo lo descrivono come una specie di eminenza grigia della Casa Bianca, impegnata a interpretare la mente del presidente. Se Trump fa un capriccio o ha un’idea improvvisa, Miller sa tradurlo in ordini esecutivi, regolamenti e azioni coordinate tra decine di uffici federali. Il suo approccio non è quello di un consigliere tradizionale: ha un controllo quasi totale sui meccanismi del potere. Per tagliare sui tempi ha preso la via più semplice e diretta, cioè una svolta autoritaria: dove un tempo c’era spazio per discussioni o dissenso, oggi la linea è univoca. La visione è quella del massimalismo Maga, della politica come conflitto esistenziale. Ci sono le forze del male contro cittadini virtuosi. I giudici federali che annullano le politiche di Trump sono autori di «un’insurrezione legalizzata» e il Partito Democratico è «un’organizzazione locale estremista».

Questo approccio ha avuto un impatto anche sulla retorica presidenziale. Il famigerato “America First” è diventato “Americans Only”. E se la politica estera è sempre stata appannaggio del presidente, Miller ha dimostrato di poter avere un ruolo anche in questa, come nel caso delle azioni contro il Venezuela o della sorveglianza di possibili minacce nella sfera dei traffici marittimi e della sicurezza nazionale.

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Stephen Miller è nato nel 1985 a Santa Monica, in California, da una famiglia di origine ebraica, discendente da immigrati russi che avevano cercato rifugio negli Stati Uniti per sfuggire all’antisemitismo. Cresciuto in un contesto di notevole privilegio economico e sociale, ha frequentato scuole pubbliche d’élite e, più tardi, l’università di Duke. Alcuni eventi della sua adolescenza potrebbero aver contribuito a plasmare la sua visione radicale del mondo: nel 1998, ad esempio, dopo un periodo di difficoltà finanziarie della famiglia, Miller si trasferì in un quartiere più modesto, entrando in contatto con comunità latinoamericane. Eventi come questo potrebbero aver amplificato il suo risentimento verso gli immigrati. Jean Guerrero, autrice della biografia “Hatemonger: Stephen Miller, Donald Trump, and the White Nationalist Agenda”, ricorda un episodio significativo avvenuto con Jason Islas, un amico di origine messicana di Miller. «Dopo le medie mi ha abbandonato esprimendo odio nei miei confronti, in modo calmo, freddo e fattuale», dice Islas, citando come motivo solo il fatto che fosse latinoamericano. Miller cominciava a strutturare la sua visione identitaria e la sua aggressività retorica già a tredici anni.

Ancora da adolescente, Miller aveva mostrato interesse per i temi di destra, e all’università aveva trovato un mentore nello scrittore conservatore David Horowitz, che ne aveva canalizzato il suo talento da provocatore belligerante dei gruppi studenteschi in una carriera politica: dopo la laurea nel 2007, Miller è entrato nello staff del deputato Michele Bachmann e poi del senatore Jeff Sessions, consolidando la sua reputazione come stratega anti-immigrazione.

La sua visione ideologica radicale trascende perfino il potere concessogli dall’amministrazione Trump. In una lunghissima biografia pubblicata su The Nation, David Klion scrive: «La sua ideologia non è raffinata, astratta o edulcorata: ha detto al mondo esattamente cosa intende fare». Una dichiarazione della sua ossessione per l’immigrazione e la “protezione” di un’America esclusivamente bianca e nativa. Cioè l’esatto contrario del punto d’approdo ospitale che sono gli Stati Uniti fin dalla fondazione.

Questa visione del mondo da sovranista esasperato e senza scrupoli si accompagna a una retorica che sa essere terra terra, con metodi da scagnozzo di un signorotto di paese. Ne abbiamo avuto un esempio lo scorso settembre. Barbara Wien, sessanasei anni, una docente in pensione e attivista per la giustizia sociale, aveva iniziato a protestare pacificamente contro le politiche di Miller distribuendo volantini nel quartiere di Arlington, Virginia – alcuni includevano la sua foto, l’indirizzo di casa e lo slogan “No Nazis in NOVA”. In più, Katie Miller, moglie di Stephen, ha denunciato alla polizia di essere stata minacciata da Wien: semplicemente, l’ex docente aveva puntato l’indice e il medio verso i propri occhi e poi verso di lei, il classico “ti tengo d’occhio”. Stephen Miller reagì pubblicamente intervenendo su Fox News per minacciare a sua volta Wien: «Vivrai in esilio, perché il potere delle forze dell’ordine sotto la guida del presidente Trump sarà usato per trovarti, sarà usato per portarti via i soldi, portarti via il potere, e, se hai infranto la legge, per portarti via la libertà».

Ecco perché Stephen Miller è molto più di un funzionario nel governo, è l’architetto di una visione politica brutale e aggressiva, che fonde ideologia, retorica mafiosa e operatività burocratica. È il vero catalizzatore di una trasformazione che sta rimodellando il Partito Repubblicano e i limiti del potere esecutivo negli Stati Uniti.

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