Negli Stati Uniti si sta aprendo una crepa dentro il movimento Make America Great Again. Riguarda la Russia e ciò che la destra americana è disposta a vedere, o a ignorare, pur di continuare a considerarla un alleato culturale. Da un lato, una parte significativa del mondo trumpiano continua a guardare a Mosca e Vladimir Putin con una certa simpatia, un baluardo contro il liberalismo occidentale. Dall’altro, c’è chi descrive la Russia come responsabile di una persecuzione sistematica dei cristiani, quindi uno Stato che ha smarrito la sua dimensione spirituale.
Se ne è parlato molto durante l’ultima edizione della Conservative Political Action Conference (CPAC), il più importante appuntamento degli attivisti e dei leader della destra statunitense. Dal palco di Grapevine, Texas, Sarah Makin ha parlato di centinaia di chiese distrutte e di leader religiosi uccisi nei territori occupati dell’Ucraina. Poco più tardi, il presidente polacco Karol Nawrocki ha respinto apertamente l’idea che Mosca possa rappresentare valori tradizionali, definendola «un regime di corruzione e violenza». È una crepa che attraversa il movimento a sostegno di Donald Trump: la persecuzione dei cristiani nel mondo rappresenta una linea rossa difficilmente ignorabile per una comunità che fa della religione una cifra identitaria.
Gli interventi di Makin e Nawrocki trasformano una guerra lontana in una questione morale vicina all’elettorato trumpiano. L’abbiamo visto all’inizio di marzo, nello Studio Ovale, quando un gruppo di pastori evangelici ha pregato attorno a Trump, imponendogli le mani mentre gli Stati Uniti entravano in una nuova fase di escalation con l’Iran. La scena mostrava il presidente seduto dietro la sua scrivania, circondato da leader religiosi che invocavano protezione e guida divina per lui e per le truppe americane. È un’immagine che appartiene a una lunga tradizione americana, ma che in questo contesto assume un significato particolare: mentre la religione viene mobilitata per sostenere l’azione militare degli Stati Uniti, la stessa componente religiosa – gli evangelici – appare tra le principali vittime della violenza russa in Ucraina.
È proprio su questo punto che il quadro si fa più delicato. Come ha raccontato un’inchiesta del Time, la repressione russa nei territori occupati dell’Ucraina colpisce in maniera sproporzionata i protestanti, e soprattutto i battisti ed evangelici. Il caso di Azat Azatyan, torturato con scariche elettriche e interrogato non solo come sospetto collaboratore, ma come credente – «Quando sei diventato battista? Quando sei diventato una spia americana?» – ne è un esempio. Nella logica degli occupanti, le chiese evangeliche sono percepite come estensioni dell’influenza occidentale: una “fede americana”, e quindi, per definizione, sospetta.
I protestanti rappresentano circa il trentaquattro per cento degli episodi documentati di persecuzione religiosa, una quota che sale al quarantotto in alcune regioni occupate. Centinaia di congregazioni battiste sono scomparse o sono state costrette a chiudere. Pastori arrestati, fedeli interrogati durante i culti, edifici confiscati o distrutti. È il frutto di una visione imperialista che classifica le comunità religiose non allineate come potenziali “agenti stranieri”.
La notte tra il 23 e il 24 marzo un drone russo ha colpito la chiesa di Sant’Andrea a Leopoli, città simbolo dell’Ucraina occidentale. Le finestre sono esplose, le facciate lesionate, gli edifici circostanti sono stati danneggiati. Eppure, una vetrata raffigurante la Madonna col Bambino è rimasta intatta, sospesa tra detriti e schegge, quasi a suggerire una sopravvivenza simbolica della memoria in mezzo alla distruzione. La chiesa fa parte di un monastero bernardino del XVII secolo.
In questi quattro anni di guerra la Russia non si è fatta scrupoli nel colpire luoghi di culto e istituzioni religiose. Secondo un rapporto pubblicato all’inizio del 2026 dall’organizzazione Mission Eurasia, almeno 737 edifici religiosi sono stati danneggiati o distrutti dall’inizio dell’invasione su larga scala nel 2022: chiese ortodosse, cattoliche, evangeliche, ma anche sinagoghe e moschee. Il dato, pur variando a seconda delle fonti, è coerente con altre stime indipendenti.
Circa quattrocentocinquanta degli edifici distrutti o danneggiati sarebbero chiese battiste, un numero sproporzionato rispetto al peso demografico di queste comunità, che rappresentano una quota tra l’uno e il due per cento della popolazione ucraina. È un dato da maneggiare con cautela, ma secondo alcuni osservatori le comunità evangeliche potrebbero essere oggetto di una pressione particolare nelle aree occupate dai russi e in generale nelle zone di frontiera. Le cronache della guerra raccontano di pastori arrestati, congregazioni sciolte, chiese costrette a registrarsi sotto autorità filorusse o chiuse del tutto. In alcuni casi documentati, leader religiosi sono stati detenuti, torturati o uccisi, in altri le strutture ecclesiastiche sono state sequestrate e trasformate in basi militari.
Per comprendere questa dinamica, bisogna uscire dalla cronaca e guardare alla struttura più profonda del rapporto tra religione e potere nello spazio russo. In un’analisi del Center for Strategic and International Studies, diversi studiosi sottolineano come l’invasione dell’Ucraina abbia portato con sé non solo un conflitto territoriale, ma anche l’esportazione di un modello religioso-politico: un sistema in cui lo Stato privilegia alcune confessioni – in primis la Chiesa ortodossa legata al Patriarcato di Mosca – e marginalizza o reprime tutte le altre. Nelle parole di una delle studiose coinvolte, ciò che si osserva nei territori occupati è lo scontro tra due ecosistemi: da un lato il pluralismo religioso sviluppatosi in Ucraina dopo il 1991; dall’altro un modello gerarchico e restrittivo, già radicato in Russia, che tende a classificare le fedi in “tradizionali”, “non tradizionali” e, in alcuni casi, “indesiderabili”.
Nella grammatica dell’imperialismo russo la religione è uno dei terreni su cui si ridefiniscono sovranità, identità e controllo politico nei territori contesi. Ma se le comunità evangeliche sono tra le principali vittime della violenza russa, allora difficilmente l’icona di Putin può resistere come baluardo contro il progressismo occidentale.
La guerra in Iran è uno di quegli elementi che ha accelerato la frattura interna agli elettori del Partito Repubblicano. Perché la durezza che Trump ha voluto mostrare in Medio Oriente stona con l’indulgenza riservata a Putin. A questa percezione contribuiscono anche episodi recenti che, al di là delle dichiarazioni, suggeriscono una linea più sfumata nei confronti della Russia. Lunedì gli Stati Uniti hanno consentito alla petroliera Anatoly Kolodkin di raggiungere Cuba con circa centomila tonnellate di greggio, nonostante il contesto di embargo energetico imposto da Washington. Come riportato da Reuters e dal New York Times, lo stesso Donald Trump ha dichiarato di non avere “alcun problema” se altri Paesi, inclusa la Russia, decidono di inviare petrolio all’isola, anche mentre continuava a indicare Cuba come uno degli obiettivi della sua pressione internazionale.
Sono segnali di una strategia oscillante, improvvisata, difficile da ricondurre a una linea coerente. La rottura si legge anche nei conflitti personali che attraversano l’ecosistema mediatico trumpiano. Il dissing tra Laura Loomer e Tucker Carlson ha reso visibile ciò che, fino a poco tempo fa, restava sotto la superficie. Loomer è voce apertamente interventista e vicina alle posizioni più filo-israeliane del movimento. È stata lei ad attaccare Carlson per le sue critiche alla guerra in Iran e per un atteggiamento giudicato troppo indulgente verso la Russia, arrivando a chiedere un intervento diretto di Donald Trump. Carlson, da parte sua, rappresenta una corrente più isolazionista, diffidente verso nuovi conflitti e meno incline a leggere la politica estera in termini morali o religiosi.
Ma è un discorso che si può ampliare anche a opinionisti più giovani e agli influencer, alla manosfera che ha contribuito in modo decisivo alla rielezione di Trump. In un episodio del podcast Flagrant, il comico Andrew Schulz, che ha votato per Trump nel 2024, si è chiesto se valesse davvero la pena preoccuparsi della guerra in Iran, osservando che “gli americani non riescono a permettersi l’assistenza sanitaria” e “non gliene importa niente di quello che succede in Iran”. Come racconta l’Atlantic, voci come Schulz, Joe Rogan o il suprematista Nick Fuentes, rappresentano una componente non ideologica ma cruciale della coalizione trumpiana: elettori attratti più dalla visione anti-establishment che da un programma politico coerente. Per molti di loro, l’apertura di un nuovo conflitto in Medio Oriente non è una necessità strategica, ma una rottura del patto implicito su cui si era costruito il consenso.
Per anni, una parte della destra americana ha potuto guardare a Vladimir Putin come a un alleato culturale nella difesa dei valori tradizionali. Oggi quella stessa figura appare sempre più chiaramente come il promotore di un sistema che colpisce proprio alcune delle comunità religiose più vicine all’America conservatrice.