Intervista
15 Novembre Nov 2018 0547 15 novembre 2018

L’Italia rancorosa, oltre i numeri del Pil e dell’occupazione

Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis: “A prescindere dagli aspetti economici, c’è una dimensione sociale che è essenziale analizzare per riattivare una nuova fase di crescita economica“

Crowd Linkiesta
(Pixabay)

Non è solo la crisi economica ad aver messo in ginocchio il nostro Paese. Stiamo vivendo la fine di un immaginario collettivo che per più di mezzo secolo ha tenuto insieme la società italiana. È anche una crisi immateriale quella che viene fuori dal progetto di ricerca inaugurato da Censis e Conad con l’obiettivo di favorire una riflessione comune che si trasformi in una nuova spinta propulsiva per l’Italia. Non più solo Pil, numeri e percentuali, dunque. Le tre grandi narrazioni che permettevano di immaginare il nostro futuro sono venute meno: l’Europa unita, la globalizzazione gentile e la rivoluzione digitale. Mentre Internet ci rende individualisti in una società massificata, gli orizzonti collettivi si sgretolano. La politica, nel frattempo, pensa a mantenere il consenso e non riesce a dare speranza a un popolo rancoroso. Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, fotografa l’istantanea di un’Italia in piena crisi di identità. Dove per ripartire bisogna tornare a fare sistema, senza lasciarsi ingannare dalla malinconia, perché «si apre uno scenario nuovo e non lo si può affrontare con la testa reclinata all’indietro».

Valerii, dopo oltre tre anni assistiamo a una crescita del Pil stagnante. Cosa sta succedendo alla già debole economia italiana?
Mentre tutto il dibattito pubblico italiano da una parte è concentrato sui numeri della legge di bilancio e dall’altra sulla crescita del Pil e sul ristagno dell’economia, noi, Censis e Conad abbiamo voluto porre un tema diverso. Non perché non siano questi temi importanti, ma perché dal nostro punto di vista stiamo vivendo una crisi immateriale altrettanto importante su cui porre attenzione: la crisi dell’immaginario collettivo. Questo ha un impatto enorme sui comportamenti, sugli stili di vita e quindi sui discorsi economici. Possiamo descriverlo come l’insieme dei valori, dei simboli e dei miti che costituiscono l’immaginario di una nazione. Un flusso che segue i percorsi esistenziali delle persone e definisce un agenda sociale condivisa. Il problema dell’Italia è che il nostro immaginario collettivo ha perso colore, e basta ripensare al passato per accorgersi che da un certo punto in poi qualcosa è andato storto. Abbiamo vissuto mezzo secolo di sviluppo in cui esisteva un immaginario coeso che andava a costruire un’agenda sociale condivisa, e in cui tutti si impegnavano per inseguire determinati obiettivi comuni. La forza di riscatto del lavoro, l’acquisto della prima casa, l’autovettura di massa, per dirne alcuni. Era un periodo in cui obiettivi e traguardi erano molto ben definiti; in aggiunta esistevano due grandi mezzi di comunicazione, il cinema e la televisione che veicolavano fortemente questi miti.

Oggi invece viviamo ai tempi di Internet e dei social network…
I vecchi mezzi di comunicazione sono stati superati da Internet, che è lo strumento del soggettivismo. Si è venuta così a creare una frammentazione diffusa, mentre assistiamo al trionfo dell’individualismo. Allo stesso tempo stiamo assistendo come società al naufragio delle narrazioni egemoni su cui si andava delineando il nostro futuro. Per primo il sogno europeo, la narrazione per cui avremmo trovato una nuova patria in una Europa unita e senza confini; mentre ben presto abbiamo conosciuto un’Europa matrigna dove accadono cose come la Brexit e dove l’accelerazione nel processo di unità europeo non è mai partita. Quel primo sogno è andato in pezzi, poi c’è stata una seconda narrazione a fallire, quella della globalizzazione di cui tutti avrebbero potuto giovare. La gente si è accorta di essere stata messa in un angolo ad osservare processi che non riusciva a capire e a sfruttare a proprio vantaggio. Ciò è accaduto ovunque, in America come in Europa. Infine, la terza narrazione post ideologica fallimentare è quella legata alla rivoluzione digitale. Internet doveva diffondere democrazia e verità in tutto il mondo, ma poi attraverso le fake news, la propaganda selvaggia e così via, il sistema è entrato in crisi.

Si è venuta così a creare una frammentazione diffusa, mentre assistiamo al trionfo dell’individualismo. Allo stesso tempo stiamo assistendo come società al naufragio delle narrazioni egemoni su cui si andava delineando il nostro futuro

Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis

Le pietre di queste narrazioni ci sono quindi cadute addosso mentre si sgretolavano sotto i nostri occhi.
Noi avevamo provato a costruire la nostra identità e a radicare il nostro benessere sulla base di quelle narrazioni. Ecco perché oggi il nostro immaginario è debole e siamo rimasti sfiduciati. Ciò ha contribuito in modo evidente alla frammentazione del nostro immaginario collettivo. Ecco perché, a prescindere dagli aspetti economici, c’è una dimensione sociale che è essenziale analizzare per riattivare una nuova fase di crescita economica.

Era stato il Censis a dare l’allarme un anno fa: stiamo diventando un Paese rancoroso. Cosa vuol dire oggi nei fatti essere un cittadino rancoroso?
Il rancore è la cifra interpretativa più corretta per descrivere la società italiana di oggi. Il rancore è il sentimento di chi ha subito un torto o sente negato un merito. È il sentimento di qualcuno che non sente di ricevere indietro la giusta ricompensa per quanto ha dato. Quali sono le radici sociali di questo rancore? Sicuramente il blocco della mobilità sociale, un inedito della storia del Paese. Per mezzo secolo la nostra società è cresciuta con la tacita promessa che le nuove generazioni avrebbero vissuto tempi migliori di quelli passati da ogni punto di vista, materiale e lavorativo. Si pensi al miracolo economico degli anni Sessanta: i figli delle famiglie operaie e contadine si erano trovati assieme ai figli della borghesia a costruire un nuovo ceto medio, con una stratificazione a rialzo degli stili di vita. La società viveva di questo patto sociale e se ci pensiamo è sempre stato così. Con la crisi questo patto si è rotto, proiettandoci nella stagione del rancore. Un risentimento questo che riguarda i giovani così come i genitori che lo vivono sulla pelle dei loro figli. C’è una diffusa percezione di mancata redistribuzione del dividendo sociale, anche per la piccola ripresa che c’era stata in questi anni.

La mobilità sociale però non è l’unica molla della società italiana. Il nostro paese è sempre stato attraversato da aspri conflitti sociali.
L’altro potente meccanismo della nostra storia infatti è stato il conflitto sociale. Dal ’68 ai moti del ’77, abbiamo vissuti periodi in cui si chiedeva con forza un cambiamento. Oggi non è rimasto né l’ascensore sociale, né men che meno il conflitto sociale. Ecco dunque che quello che resta è il rancore, un sentimento che si declina in episodi di cronaca, nella nostra vita quotidiana e nell’odio sempre più vivo verso gli altri e verso chi è diverso. Rimane insomma un sentimento che non genera il nuovo, ma che sfocia in episodi pulviscolari e individuali di conflitto. L’altra grande passione italiana invece è la paura. Viviamo una condizione di nuova antropologia dell’insicurezza, dove ogni sfida è una minaccia incombente: dall’immigrazione all’Europa, ma anche la robotica e l’automazione, per citare due esempi noti, vengono viste come minacce. Se nel passato ogni aspetto era colto come nuova opportunità, ora ristagniamo tra il rancore e la paura di un incombente minaccia.

Il rancore è la cifra interpretativa più corretta per descrivere la società italiana di oggi, è il sentimento di chi ha subito un torto o sente negato un merito. È il sentimento di qualcuno che non sente di ricevere indietro la giusta ricompensa per quanto ha dato

Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis

Chi è chi vince e chi è che perde in questa situazione? Le dicotomie del passato sono saltate, come mostrano anche le tendenze di voto degli italiani.. insomma non è più possibile dividere il paese tra operai e padroni.
Sicuramente in questi anni sono accresciute le diseguaglianze. Chiaramente qualcuno che ha vinto c’è: sono quelli che ha potuto aumentare i propri patrimoni. Alla fine però la realtà è che perdono tutti. Quando si allargano le disuguaglianze non c’è nessun vincitore. Bisogna che iniziamo a lavorare tutti in questo nuovo scenario inedito in cui ognuno deve fare i conti con i cambiamenti. Un sistema di welfare al collasso, una crisi di denatalità assolutamente inedita, la gestione del cedimento di sovranità un’entità sovranazionale… sono tutti temi che oggi sono in discussione. Ognuno di questi elementi andrà organizzato in termini nuovi, mentre bisogna assolutamente evitare la trappola della nostalgia: si apre uno scenario nuovo e non lo si può affrontare con la testa reclinata all’indietro.

Il viaggio di Conad lungo tutta la penisola parla di eccellenze nate un po’ ovunque, ma inascoltate. Il futuro del Paese è fatto di queste piccole e grandi realtà?
Quello di Conad è un metodo di analisi della realtà. Spesso quando si guardano i dati aggregati si rischia di perdere di vista i casi singoli, luoghi in cui si fa innovazione e si producono risultati importanti. Ma essendo questi casi isolati non solo si rischia di non vederli. Il vero problema è che si viene a creare un sistema. Si possono trovare molte isole felici lungo tutta la penisola ma ciò non vuol dire che il sistema-Italia sia ripartito. La verità è che sono esperienze preziose, ma penso che bisogna ripartire dai temi concreti facendo luce sul buono che questo Paese ha da offrire.

In tutto ciò che ruolo gioca la politica? Come può un sistema politico in crisi trovare una nuova formula per rilanciare il Paese?
Le politiche naturalmente sono importanti. Il problema è che quella dei nostri tempi è una politica che non guarda quasi mai al medio lungo periodo. Non c’è visione strategica, è malata di presentismo, legata alla performance del singolo e tutto si basa sul mantenimento del consenso. Non esiste una mediazione, come in passato, tra identità e interessi. Ormai si è giunti alla conclusione che questo tipo di politica ci vada bene così, o meglio la pensano la metà degli aventi diritto di voto, quelli che sono andati a votare alle ultime elezioni. Esiste però anche un elettorato che non è intercettato da una politica orientata al consenso. Parliamo dell’altra metà di elettori, quella che all’ultima tornata elettorale non è andata a votare. Oggi c’è un’idea che se la politica non si muove su un livello basso non ottiene consenso. Sono convinto che questa corrispondenza sia fallace: non è dimostrato che questa offerta politica sia l’unica via percorribile. C’è un’altra metà che non è attratta da una politica che poggia su un frame emozionale.

Che cosa avrebbe da offrirci un nuovo modello di politica alternativo a quello vigente?
Abbiamo da una parte un’offerta che cerca di offrire rassicurazione, la politica odierna. Mentre dall’altra parte c’è spazio per una politica che offra speranza. Quest’ultima che ha un raggio d’azione lungo, mentre la rassicurazione si spende subito nel breve e medio termine. Una politica che offra speranza è ciò che mi auguro per il futuro.

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