Gig Economy
25 Settembre Set 2019 0600 25 settembre 2019

Cinquecento rider contro il governo: «Quel decreto ci impoverisce»

Una lettera di lavoratori della gig economy per fermare il “salva imprese” che contiene le nuove norme per tutelare i ciclofattorini: «Così si rischia di diminuire i nostri compensi anziché aumentarli»

Rider Linkiesta
(Tolga AKMEN / AFP)

Ventotto, diciotto e cinquant’anni. Professione rider, i fattorini in bici o in scooter delle consegne a domicilio. In tre saranno ora accolti e ascoltati in Senato, in rappresentanza dei 571 di loro che hanno già sottoscritto (ma i numeri crescono di ora in ora) la lettera indirizzata al governo contro il decreto in discussione a Palazzo Madama che li riguarda. Nelle intenzioni, l’obiettivo del decreto era quello di introdurre nuove “tutele del lavoro” per questa categoria dei lavoratori digitali che più è finita nel tritacarne delle promesse politiche mancate. Ma ora che il “decreto salva imprese”, che contiene anche nuove blande regole per i ciclofattorini, è stato approvato, il testo non li convince affatto. Anzi. «Le norme contenute nel decreto per la “tutela del lavoro”, in discussione al Senato, non solo non migliorano le nostre condizioni di lavoro: le peggiorano. E per questo vi chiediamo di modificarle», scrivono.

Con Paolo, il 28enne rider milanese promotore della lettera, varcheranno le porte di Palazzo Madama due colleghi, uno 18enne e una cinquant’enne, per rappresentare tutte le fasce d’età della categoria. «In passato, in ‘nome’ dei rider sono stati ascoltati e intervistati personaggi che non ci rappresentano», spiegano. «Da mesi, anzi anni ormai, siamo al centro di promesse e polemiche di ogni tipo, ma ci sembra che l’unica voce a non essere stata ascoltata sia proprio la nostra. Molti di noi sono soddisfatti di questo lavoro. E, così com’è, questo decreto rischia di peggiorare tutto».

È l’altra metà del mondo dei rider, l’altra faccia della gig economy, poco raccontata rispetto a quella dei lavoratori sfruttati e dei migranti vittime di caporalato su cui ora indaga la Procura di Milano. Quello zoccolo duro dei ciclofattorini con la partita Iva, che delle consegne a domicilio tramite le app ha fatto un vero e proprio lavoro (non un lavoretto), arrivando a portare a casa anche stipendi che sfiorano i 3mila euro lordi al mese. «Lasciateci lavorare e guadagnare», dicono.

Lo storico dei pagamenti di un rider di Deliveroo

Il tavolo delle trattative tra i rider e le società big del settore del food delivery era ormai finito nel dimenticatoio del Mise guidato da Luigi Di Maio. Il “decreto salva imprese”, approvato nell’ultimo cdm gialloverde, li ha riportati alla ribalta. E il testo ora è stato assegnato alle Commissioni congiunte Industria e lavoro del Senato per la conversione in legge, senza però essere ancora calendarizzato. Nel testo, per prima cosa viene introdotta una retribuzione minima oraria, che deve essere però “prevalente” rispetto al pagamento per consegna (cottimo). La seconda novità, poi, è l’obbligo di assicurazione Inail da parte delle piattaforme.

«La norma sul cottimo è controproducente perché mette un tetto ai nostri guadagni», spiega Paolo. «Ben venga che ci sia un minimo garantito, cosa che già alcune aziende fanno, ma se il cottimo non può superarlo, finiamo per guadagnare di meno anziché di più».

Anche perché, aggiunge, «non viene indicata una soglia minima. Mettiamo ad esempio che la soglia minima sia di 4 euro: in questo modo posso arrivare a 8 euro al massimo. Invece io, facendo più consegne, con il cottimo ora arrivo anche a 24-25 euro l’ora». Non solo: «Con un minimo garantito obbligatoriamente “prevalente”, le piattaforme sarebbero costrette ad aumentare il numero dei rider, riducendo gli ordini assegnati a quelli che svolgono questo lavoro con più impegno e serietà e creando una sorta di “tappo” sui guadagni».

La norma sul cottimo è controproducente perché mette un tetto ai nostri guadagni. Ben venga che ci sia un minimo garantito, ma se il cottimo non può superarlo, finiamo per guadagnare di meno anziché di più

«Sono contento di fare questo lavoro», ripete Paolo, rider da due anni. Sul suo smartphone mostra lo storico dei guadagni degli ultimi mesi, tutti in crescita. «All’inizio è difficile, è chiaro. Lo stipendio è più basso, perché sei ancora basso nel ranking, poi la paga cresce, senza per forza lavorare come i pazzi». La proposta, sua e dei suoi colleghi, che verrà ora presentata in Senato, è di «rimuovere il riferimento alla “prevalenza” del minimo garantito. Ci sono molti altri modi per tutelare noi rider senza limitare la nostra possibilità di guadagnare».

Tra le piattaforme sul mercato italiano, alcune – come Deliveroo – garantiscono già oggi una paga minima oraria, altre no. C’è poi chi paga solo per consegna, come Glovo, dando però un bonus per ogni chilometro percorso. È così che si riesce a far crescere il gruzzolo a fine mese. La differenza nel numero delle consegne, poi, la fa anche il mezzo a disposizione: lo scooter costa di più, ma è più veloce e permette di fare più consegne rispetto alla bicicletta.

Quella che ha scritto la lettera indirizzata al governo è l’altra metà del mondo dei rider, lo zoccolo duro dei ciclofattorini con la partita Iva, che delle consegne a domicilio tramite le app ha fatto un vero e proprio lavoro

Altra questione introdotta dal decreto, poi, è quella dell’assicurazione Inail obbligatoria. Che, dicono i rider, «rischia di essere un balzello per le aziende, il cui costo potrebbe ritorcersi contro di noi, anche perché qualcuna di loro potrebbe decidere di lasciare l’Italia. Come è già successo per Foodora. Sai quanti rider sono rimasti senza lavoro?».

Alcune piattaforme offrono già pacchetti assicurativi, anche se – dicono i rider – «sono spesso carenti». Tanto che, chi può, finisce per pagarsi l’assicurazione di tasca propria, o con l’aiuto dei genitori. La proposta dei rider, quindi, è di «definire standard minimi di tutela da rispettare, lasciando libere le piattaforme di stipulare le assicurazioni con compagnie private o con l’Inail». Oppure, aggiungono, «se proprio bisogna introdurre l’Inail, lo si faccia solo per le ore effettivamente lavorate». E su altri punti, assenti dal decreto, chiedono poi di fare di più: «Dalla trasparenza sul funzionamento dei sistemi di ranking e sulla struttura dei guadagni alla portabilità della reputazione, dai corsi di sicurezza stradale alla distribuzione di caschi e luci di sicurezza per chi va in bici».

Le società del settore, alle quali da mesi il governo chiedeva una proposta di riforma senza però aver mai ricevuto nessuna risposta, ovviamente hanno ben accolto la lettera. Anzi, l’iniziativa, secondo alcuni, potrebbe essere partita proprio da una delle aziende in vista della discussione del decreto in Senato, e poi sottoscritta dai rider più soddisfatti. Tanto che ora le firme poste sotto il testo hanno spaccato lo stesso mondo dei ciclofattorini, che da mesi protestano chiedendo tutele maggiori.

«Sono contento di essere un lavoratore autonomo», dice invece Paolo. «Consegnavo le pizze quando ero studente, lavoravo in nero e guadagnavo un quarto di quello che guadagno oggi. Con la piattaforma è tutto tracciato. Il cottimo è meritocratico. E se lavori per una sola azienda, hai la possibilità di salire nel ranking, fare tante ore e tante consegne, e guadagnare parecchio». Certo, dice, «il pagamento minimo garantito non ci fa schifo. Ma deve essere sostenibile per le aziende, e senza un tetto massimo al cottimo. Altrimenti è meglio che resti tutto così com’è».

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