La condizione umanaA che cosa servono ancora i mortali?

La priorità politica dei prossimi decenni pare decisa: che muoiano meno persone possibile. Non un ragionamento su che cosa renda tale la vita, non una discussione su che cosa intendiamo per comunità. Ma il senso alla nostra esistenza, la sua direzione, lo dà la morte e non la sopravvivenza

Ti rapiscono nel sonno, ti sbattono in una stanza buia, ti svegli: niente porte, niente finestre, niente rumori, due volte al giorno ti allungano acqua e pane da una fessura che poi richiudono. Old boy senza tv e quindi senza vendetta.
Non sai il perché ti trovi lì, non sai quanto ci starai, non puoi misurare lo scorrere del tempo. La tua vita non ha più un senso, né come significato né come direzione. Ciò che rimane è il livello zero del senso, il suo scheletro: la sopravvivenza. Respiro dopo respiro, boccone dopo boccone, sorso dopo sorso.

Oggi è questa la nostra condizione. Non abbiamo obiettivi storici se non le nostre singole sopravvivenze. Dio è morto, Marx è morto, ma io oggi sto abbastanza bene. La priorità politica dei prossimi decenni pare decisa: che muoiano meno persone possibile.

Non una scommessa di redenzione, non un ragionamento su che cosa renda tale la vita, non una discussione su che cosa intendiamo per comunità. La scelta è aprioristica, chi non la condivide è un’incosciente: il futuro è un presente sempre nuovo con data diversa sul calendario; la vita è sopravvivenza; una comunità è un insieme di individui che cercano di non danneggiarne altri con la prossimità del proprio corpo.

Ci sono due modi per limitare l’inevitabile destino di ogni corpo. Uno: tenere i corpi lontani dai pericoli – e cioè, per lo più, da altri corpi. Data questa impostazione, il coronavirus è una congiuntura.

I corpi tendono comunque a danneggiarsi irreparabilmente. Domani si potrà privilegiare il conteggio dei morti per incidenti stradali (stop spostamenti in auto), per infarti (stop cibi grassi), per tumori (stop esposizione al sole, stop respiri urbani, stop tantissime cose) e così via

Due: limitare il numero dei corpi. Perché concepire dei figli che poi muoiono? Se l’obiettivo ultimo è abbassare una cifra comunicata da un bollettino dell’Oms, il problema si risolve alla radice riducendo le nascite.

Theodor Adorno, nel frammento di Minima Moralia intitolato “Edizione straordinaria”, che parla del bisogno del pubblico di subire lo choc del sempre nuovo sempreuguale attraverso i titoli apocalittici dei giornali, scrive: «forse si esprime qui la rinuncia dell’umanità al desiderio di avere figli, poiché a ciascuno si può profetizzare il peggio: il nuovo è la figura segreta di tutti i non nati. (…)».

«L’umanità che dispera della propria riproduzione, proietta inconsciamente il desiderio della sopravvivenza nella chimera della cosa mai conosciuta: ma questa chimera somiglia alla morte. Essa allude al tramonto di un sistema che potrebbe virtualmente fare a meno dei suoi membri».

Oggi quel virtualmente è realmente: la nostra realtà è per lo più virtuale. A che servono ancora i mortali? Gli spostamenti, l’allevamento e l’agricoltura, l’industria dell’abbigliamento saccheggiano le risorse del pianeta.
Le saccheggia anche la tecnologia col suo fabbisogno energetico. Ma col lockdown abbiamo capito che la realtà prosegue la sua marcia inesorabile pur in assenza relazioni fisiche: senza tecnologia, la realtà sarebbe implosa. Che dall’altra parte dello schermo ci sia un essere umano con le proprie esigenze biologiche o una sua imitazione digitale è a conti fatti irrilevante. La psicosi è un’astuzia della ragione: la tecnica può sbarazzarsi di un aiutante il cui ruolo si è esaurito e anzi comincia a risultare controproducente.

Addio energia, addio tecnica. Addio pianeta, addio tecnica. Tra connessione e utente, quello sacrificabile è l’utente – o almeno la stragrande maggioranza degli utenti. La costante minaccia dell’apocalisse ne rinvia illimitatamente l’avvento, cristallizza il tempo in un eterno appena-prima-dell’apocalisse.

Il futuro è un perenne prologo della Fine, un infinito Day Before. Ogni chiacchiera geopolitica finisce con “la verità è che siamo troppi”. Ecco come risolvere il Problema: ritirandosi dalla realtà senza strepiti. Il ritornello di chi si ritiene evoluto è “meritiamo l’estinzione”

La gente teme di morire, farebbe qualsiasi cosa pur di non morire, vuole sapere come non morire, i giornali le gridano come si muore e come non si muore per moltiplicare i click, i medici e le aziende farmaceutiche si mettono all’opera secondo le normali leggi di mercato, i politici cercano di guadagnare punti nei sondaggi, incalzati dai social, riducendo il più possibile gli assassinii del nemico pubblico di volta in volta eletto numero uno.

Non è un complotto, non ci sono cento oligarchi che, in qualche bunker sotto il deserto del Nevada, pianificano un seppuku della specie. È un processo che supera e dirige le volontà individuali. Non ci sono i cattivi: c’è un meccanismo che si autoalimenta.

Inutile ogni sorta di luddismo reazionario: nessuna decisione può disinnescare questo meccanismo. Indossare la mascherina non è un gesto politico. È un gesto meccanico. Quanto ripararsi con un braccio nel sentire “attento!”. 

Nel contesto della pandemia, Lavazza ha lanciato la campagna Good morning Humanity. Nel video, si susseguono immagini di persone di diverse età, etnie, professioni, quadri clinici, ma tutte capaci di esprimere amore, senso di comunità, fiducia nel futuro.

In sottofondo, il discorso finale de Il grande dittatore di Charlie Chaplin: «Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi»

In Dialettica dell’illuminismo, lo stesso Adorno scrive con Max Horkheimer: «I campi di spighe che ondeggiano al sole alla fine del Dittatore di Chaplin smentiscono l’arringa antifascista per la libertà. (…)».

«L’assicurazione visiva che gli alberi sono verdi, il cielo è azzurro e le nuvole passano, ne fa già, in qualche modo, i crittogrammi di ciminiere di fabbriche e di posti di benzina. (…) Così la natura e la tecnica vengono mobilitate insieme (…)».

Poi nel testo viene riportata una battuta che sottolinea l’efficienza della società nel separare i suoi amici dai suoi nemici: «Nessuno soffrirà il freddo o la fame; e se qualcuno non terrà conto di questo divieto, finirà in campo di concentramento».

Nello spot Lavazza, tra abbracci e corse in mezzo a campi fioriti che richiamano le spighe dell’originale, compare una mano robotica al pianoforte. Impossibile stabilire una differenza essenziale tra quella mano e le mani biologiche, che sono unite da un obiettivo comune: la sopravvivenza della loro totalità.

Fate quel che volete, siate come volete: importa solo che non moriate e che non facciate morire gli altri. Atomi di sopravvivenza la cui effettiva esistenza anatomica appare trascurabile.

A proposito della macchina da presa, scrivono ancora Adorno e Horkheimer: «Offerta non è l’Italia, ma la prova visibile della sua esistenza». Identità fittizie, come le foto profilo dei social network che non per forza devono corrispondere all’utente a cui è intestato l’account: si può attingere all’immensa banca dati del web.

Ipotesi di vita tra le quali scegliere come in un concessionario si sceglie un modello di automobile. L’ultimo modello, il più difficile da danneggiare perché resistente alle infezioni, tocca i tasti del pianoforte con dita prive di carne.

Il prossimo più felice è il prossimo mai nato. C’è posto per tutti, in questo mondo, se tutti non hanno un corpo. Per garantire il minor numero di morti possibile, converrebbe mantenere un costante “stato d’eccezione”: le catastrofi impongono di sospendere lo stato di diritto per dedicarsi costi quel che costi alla sopravvivenza collettiva. La definizione è di Carl Schmitt, che basava il suo pensiero politico sulla distinzione amico/nemico. Il nemico è il totalmente altro, l’estraneo. In ultima istanza, l’inumano.

Il nemico è per eccellenza colui che minaccia la tua sopravvivenza, o che non ha saputo nemmeno salvaguardare la propria. La sua bara viene presa in consegna dai camion militari e trasformata in un simbolo di sconfitta riprodotto all’infinito dal web: la società si mobilita contro colui che ha trasgredito la sua legge suprema.

L’ossessione per la sopravvivenza si ribalta in desiderio di estinzione. La pietà che ci allontana dagli altri per non contagiarli, nella spietatezza per chi invece li avvicina. Per chi non porta la mascherina, per i runner.

E, in misura uguale e contraria, per i virologi che vogliono farci morire di fame, e per i finanzieri che ci rovinano per arricchirsi. Riusciamo a odiare in maniera disumana perché in fondo crediamo che, se non ci fossero quei nemici disumani, noi in quanto umani sopravvivremo per sempre.

Eppure il senso alla nostra vita, la sua direzione, lo dà la morte e non la sopravvivenza: moriranno gli amici e moriranno i nemici. Rifuggendo dall’essenza di mortali andiamo inevitabilmente incontro al superamento di ciò che è umano.

Mentre solo custodendola potremo disinnescare la contrapposizione amico/nemico e avere pietà degli altri, ugualmente umani perché ugualmente mortali. E tristi, e soli. Il potente in chemio che perde i capelli come un parcheggiatore abusivo, il virologo sul letto di morte nonostante il suo PhD ad Harvard, il runner che esala l’ultimo respiro per quanto abbia allenato i respiri.

Sono piccole creature fragili come noi, Trump e Putin e la Merkel, il podista e lo scienziato, l’amministratore delegato e il giornalista: scimmiette che smanacciano a caccia di un senso in una stanza buia e vuota come la nostra.

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