Le previsioni dell’IstatUn 2020 da incubo per il lavoro: oltre 2 milioni di posti andranno persi

L’istituto di statistica spiega che il percorso di ripresa dell’occupazione sarà «difficile e lungo». Seghezzi (Adapt): «I fondi per la cassa integrazione finiranno e il blocco dei licenziamenti terminerà. Sarebbe positivo non aspettare quel giorno per preoccuparci»

Alberto PIZZOLI / AFP

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno. «Cerchiamo di vedere una luce in fondo al tunnel», ha detto. I dati dell’Istat «indicano la possibilità concreta di una ripresa già nel terzo trimestre». Ma a guardare le cifre contenute nelle “Prospettive per l’economia italiana” dell’istituto di statistica, sembra che quelli che restano del 2020 saranno mesi da incubo. Il Pil che si contrae dell’8,3%, gli investimenti che crollano del 12,5%, i consumi che scendono dell’8,7%. E soprattutto il buco nero del lavoro: le unità lavorative annue (Ula) – dice l’Istat – nel 2020 si ridurranno del 9,3 per cento. In numeri assoluti, parliamo di oltre 2,2 milioni di posti di lavoro in meno.

«Questi numeri ci dicono che forse non è ancora chiaro l’impatto che la pandemia avrà sul mercato del lavoro, riportandolo a livelli di occupazione anche inferiori a quelli dell’ultima recessione», dice Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt. «Ma a un certo punto i fondi per la cassa integrazione finiranno e il blocco dei licenziamenti terminerà. Sarebbe positivo non aspettare quel giorno per preoccuparci».

Lo dice chiaramente anche l’Istat: «Il percorso di ripresa dell’occupazione appare quindi difficile e lungo». La gravità della situazione viene confermata dal fatto che da gennaio ad aprile mezzo milione di persone hanno smesso di cercare un lavoro, transitando nel vasto bacino degli inattivi. Dopo la perdita di 274mila occupati ad aprile, che salgono a quasi 400mila nei primi due mesi di lockdown, a preoccupare è il numero di coloro che non hanno un lavoro e ha smesso di cercarlo.

Il tasso di inattività ad aprile è cresciuto soprattutto tra le donne (+2,3%, pari 438mila unità) e tra gli under 50, con un +278mila unità tra i 35-49enni, + 172mila unità nella fascia 25-34 anni e +155mila in quella 15-24 anni. Con la conseguente riduzione della disoccupazione, che però è tutto fuorché una notizia positiva.

La previsione dell’Istat è che fino alla fine dell’anno le unità lavorative (Ula), che indicano la quantità di lavoro prestato nell’anno da un occupato, subiranno una «brusca riduzione» del 9,3 per cento. Considerando che nel quarto trimestre del 2019 erano 24,163 milioni, significa che andranno persi oltre 2,2 milioni di posti lavoro entro dicembre. Con una ripresa moderata del +4,1% solo nel 2021. Un andamento in linea con il picco del Pil a -8,3% nel 2020 e la ripresa parziale di +4,6% nel prossimo anno.

Come spiegano dall’Istat, questi dati non tengono conto dei circa 8 milioni di lavoratori in cassa integrazione, che vengono considerati occupati nelle statistiche ufficiali. Il numero di ore lavorate settimanali è calato infatti tra marzo e aprile dalle 34,2 in media del 2019 alle 22 del 2020. Le misure di contenimento dell’emergenza adottate dal governo «hanno determinato a marzo la sospensione delle attività di settori in cui sono presenti 2,1 milioni di imprese (poco meno del 48% del totale), con un’occupazione di 7,1 milioni di addetti di cui 4,8 milioni di dipendenti».

La disoccupazione, per effetto della crescita degli inattivi, dovrebbe ridursi nel 2020 al 9,6%, per poi aumentare nel 2021 al 10,2%. Ma anche considerando l’aumento dell’occupazione nel 2021, si assisterà comunque – dicono dall’Istat – a un calo delle retribuzioni lorde per dipendente: -0,7% nel 2020, -0,4% nel 2021. Con conseguenti ricadute sui consumi.

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