Oltre il capitalismo?Un po’ di disuguaglianza fa bene

Dopo gli anni Ottanta l’ineguaglianza è cresciuta, e aumenterà ancora con il coronavirus. Questo perché l’egualitarismo assoluto non ha mai avuto successo nel corso della storia. Il socialismo sovietico, che aveva trovato il modo di applicarlo, aveva soltanto creato una società arretrata e senza innovazione, con problemi più profondi

Una minore diseguaglianza, in contrasto con la maggiore diseguaglianza che è aumentata da molto tempo e che aumenterà ancora con il coronavirus, è desiderata, almeno in via ufficiale, da quasi tutti. Alcuni credono che le diseguaglianze vadano combattute per ragioni di equità, altri ritengono che vadano combattute perché l’economia cresce di più se le diseguaglianze sono ridotte. Altri ancora combinano le due tesi, quella dell’equità e quella della crescita, in un mondo di sorti magnifiche e progressive: un mondo ricco e eguale.

In ogni caso si ha un mondo diverso da quello che gli stessi etichettano come “neo-liberista”. Secondo i critici, un mondo di ineguali dove il prezzo pagato dagli esclusi è diventato molto alto. Da qui trae origine il grande contributo della diseguaglianza e della insicurezza alla nascita e al dilagare delle forze politiche che intendono riportare il mondo alle sue condizioni migliori, che poi sono quelle dello “stato sociale” in grande sviluppo dal Secondo dopoguerra.

Di seguito tentiamo di ragionare di ineguaglianza sine ira et studio. La conclusione proposta è che non esiste alcuna linearità nella vicenda e quindi nemmeno nella sua soluzione. Quando una società come quella primitiva è al livello di sussistenza, è ben difficile che possano sorgere delle forti ineguaglianze, perché, in questo caso, una parte della popolazione morirebbe di fame.

Morendo di fame una parte della popolazione, si avrebbero meno guerrieri a disposizione, e quindi la società con un’ineguaglianza marcata sarebbe fagocitata da quei nemici che distribuiscono meglio la poca ricchezza. La sopravvivenza “politica” si ha quindi dividendo in misura circa eguale il poco reddito a disposizione.

Dal che si arguisce che l’ineguaglianza sorge e può durare quando si va oltre il reddito di sussistenza, ossia quando si ha un surplus di una qualche consistenza da distribuire. In questo caso, una parte della popolazione – quella povera – comunque sopravvive, mentre una parte – quella ricca – vive molto meglio.

Prima della Rivoluzione Industriale il reddito medio cresceva poco o niente, mentre l’ineguaglianza era marcata e stabile, perché, in assenza di crescita, la quota dei ricchi sarebbe potuta crescere solo affamando mortalmente i poveri. L’ineguaglianza era stabile, ma poteva scendere – ossia variare – per effetto di eventi esterni – il caso classico è la peste nera. Questi eventi, riducendo l’offerta di manodopera, facevano salire i salari più della crescita del reddito nazionale, e quindi facevano diminuire l’ineguaglianza. Il maggior reddito spingeva i poveri a sovra-procreare, e quindi li spingeva – per effetto della maggior offerta di lavoro nella fase successiva, nella direzione di una riduzione del proprio tenore di vita.

Con la Rivoluzione Industriale aumenta – oltre ogni immaginazione che si era potuta formare nel mondo precedente – il surplus, ossia l’eccedenza di prodotto una volta che sia stato ricostituito lo stock di capitale che serve per il ciclo successivo. Il grande surplus frutto della Rivoluzione Industriale diventa il reddito che si può distribuire senza schiacciare quello necessario per la sussistenza. In questo modo si ha la magia dell’ineguaglianza che può salire senza per questo spingere – come accadeva prima – nel baratro chi è mal messo.

Passando all’era moderna, si usa, per capire le ragioni dell’ineguaglianza, il modello di Simon Kuznetz, sorto negli anni Cinquanta. Abbiamo un primo periodo in cui le ineguaglianze crescono, perché si ha lo spostamento dall’agricoltura (dove si ha una bassa produttività e quindi bassi redditi) alle fabbriche (dove si ha un’alta produttività e quindi dei redditi maggiori di quelli agricoli). Si alza così la forbice fra i redditi dei settori antichi e di quelli moderni. Nella fase successiva la produttività in agricoltura – grazie alla meccanizzazione ed alla chimica – sale, e quindi salgono i suoi redditi. Anche i salari nell’industria salgono nella fase successiva, perché si esaurisce l’offerta di manodopera liberata dal lavoro agricolo. L’ineguaglianza fra i lavoratori manuali e gli altri – proprietari terrieri, imprenditori, capitalisti – si riduce.

Le cose nell’economia sono andate in questo modo fino agli anni Ottanta del XX secolo. Da allora l’ineguaglianza è cresciuta. Le economie avanzate di oggi sono – a differenza di quelle del XIX e XX secolo – soprattutto di servizi e quindi disperdono i redditi più di quelle industriali: i “camerieri” e i “finanzieri” hanno dei redditi molto diversi. Intanto che – sempre a differenza del passato – il lavoro non qualificato si è spostato verso i Paesi emergenti.

La conclusione è che riprende – dopo l’intervallo fra le due Guerre – a crescere l’ineguaglianza, ma per ragioni “endogene” all’economia, e non “esogene” come le Guerre e le Rivoluzioni che l’avevano ridotta. Secondo Walter Scheidel – The Great Leveller, Princeton, 2017, la forte riduzione dell’ineguaglianza nel corso della storia è stata opera dei quattro Cavalieri dell’Apocalisse: guerra, rivoluzione, collasso politico, epidemia. In condizioni normali non si è, infatti, mai registrata una riduzione dell’ineguaglianza.

Nota finale. Una riduzione completa e permanente della ineguaglianza, ossia l’egualitarismo assoluto, non ha mai avuto successo nel corso della storia. Nel caso più famoso, quello sovietico, la diagnosi per avere eguaglianza era che l’ineguaglianza è il frutto del diverso livello di istruzione e della presenza della proprietà. Perciò, riducendo il peso degli intellettuali ed eliminando gli imprenditori, si sarebbe ottenuta l’agognata eguaglianza.

Le imprese statali nel socialismo pagavano (relativamente) molto i lavori meno qualificati e (relativamente) poco quelli più qualificati. In questo modo non si aveva un premio economico per la maggiore istruzione, sebbene si mantenesse per quest’ultima un premio di “status”. Ovvio, inoltre, che, abolendo la proprietà, non si potevano avere né le eredità provenienti dalle ricchezze create in passato, né le ricchezze create dagli imprenditori nel presente.

L’esperimento sovietico aveva così creato un’eguaglianza marcata, ma aveva anche frenato gli incentivi a studiare e a rischiare. Si aveva, alla fine, a causa di questa combinazione, un’economia poco innovativa. La scarsa competitività delle economie di stampo sovietico era il frutto non casuale del desiderio di chi comandava – in sostanza i lavoratori manuali e i dirigenti politici figli dei lavoratori manuali di una generazione prima – di “vivere tranquilli”, evitando l’impatto delle innovazioni. Sul punto: Rita Di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Associazione CRS, 2012.