Elezioni di secondo livelloA novembre si rinnovano le Province (sì, ci sono ancora)

La legge Delrio contava sul referendum Renzi, ma gli italiani hanno detto di no. Ora per questi enti territoriali probabilmente si seguirà la terapia già adottata per il Cnel: farle morire poco alla volta, con buona pace della Costituzione ormai sostituita dai dpcm

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Nessuno se ne è accorto, ma a metà novembre scadono i consigli provinciali, e occorre rinnovarli. Non con libere e normali elezioni, ma – trattandosi di secondo livello – muovendo i pacchetti di voti dei consiglieri comunali in carica e trovando accordi di vertice tra partiti, molto spesso “tutti” i partiti, al mercato delle vacche, perché nel ginepraio delle liste civiche trovare una maggioranza è assai complicato. Se poi un consigliere comunale è in scadenza, vota ma non può essere eletto. Quanto al Presidente, in carica per 4 anni e non per due, resta anche solo per qualche mese, magari con una maggioranza diversa. È la geniale legge Del Rio, bellezza!

Ai lettori occorre certamente rinfrescare la memoria. Il punto di partenza è sempre “La casta”, il libro di Rizzo e Stella che è diventato da anni la Bibbia dell’antipolitica, applicata sia da chi ha succhiato l’antipolitica dal biberon (e li è rimasto), sia da chi, vecchio politico, ha pensato bene di cavalcare la moda, e ha mollato il primo scalpo, quelle delle Province, sperando che poi non toccasse gli altri livelli della rappresentanza democratica (ma è accaduto: taglio dei parlamentari a casaccio).

È quello il brodo primordiale da cui è nata la legge di Graziano Del Rio, governo Renzi, fatta con i piedi ma nella ferrea convinzione che tanto la riforma del 2016 avrebbe spazzato via l’esistenza del più antico organo di rappresentanza territoriale, più vecchio dell’Unità d’Italia. E non se ne sarebbe parlato più.

Non è andata così, le Province sono rimaste, governate da mini Consigli Provinciali, non in grado di dar voce a tutti gli angoli del territorio (almeno a quello potevano servire!), con un Presidente senza poteri, e degli Assessori che non possono neppure chiamarsi così. Sono solo dei volontari allo sbaraglio, spesso sbeffeggiati dai funzionari da cui di fatto dipendono.

Secondo la moda corrente, tutti rigorosamente non pagati, perché remunerare una fatica pubblica e coprire la relativa responsabilità anche penale è troppo, fa casta. Recentemente, ma di notte senza dirlo a nessuno, hanno trovato modo di riconoscere un piccolo emolumento al Presidente, almeno per la dignità della striscia azzurra che indossa, ma sperando che “Il Fatto quotidiano” non se ne accorgesse.

Dato che nessuno si è preso briga di mettere a posto le cose, chiudere l’idiozia della fase transitoria e dare un senso ad un organo restato costituzionale, che quasi mai s’è macchiato degli sprechi e delle stravaganze delle Regioni (ma quelle chi le tocca?), le scadenze arrivano, e quest’autunno appunto si devono rinnovare i consigli Provinciali. Contano poco, non se li fila nessuno, ma esistono. In alcuni casi si chiamano addirittura “Città metropolitane”, un soggetto degno di essere protagonista della trasmissione “Chi l’ha visto?”.

Sta di fatto che ora bisogna chiamare al voto tutti i Comuni, ognuno portatore di una piccola o grande quota di voto (spesso sono solo centesimi), e aprire i seggi.

Con la scusa del Covid, l’Unione delle province ha chiesto un rinvio, anche se le modalità non prevedono assembramenti, ma in realtà nella speranza che il Parlamento rifletta sull’assurdità dell’attuale assetto.

Le Province possono essere abolite solo da una legge costituzionale, ma chi si imbarca in questa impresa impervia? Mica tutti i giorni si trovano partiti talmente distratti da non accorgersi che per quattro volte votano una cosa che magari non ha senso, per poi svegliarsi tardi nella raccolta delle firme di richiesta di un referendum…  Il Pd lo hanno fregato quattro volte, ma altre quattro sarebbe impensabile.

Dunque, buon senso vorrebbe che in Parlamento si trovasse un accordo per dare un assetto sensato e realistico alle nuove Province, rivedendo almeno le fregnacce più evidenti dell’attuale situazione.

Buon senso democratico vorrebbe che si tornasse alle elezioni dirette, visto che l’unico taglio realizzato è stato quello dei consiglieri, ma vale – tutto insieme – il solito euro/anno per la spesa pubblica. Il resto è se mai lievitato, insieme a competenze che Regioni e Governo hanno continuato a scaricare sulle Province.

Pur togliendo di mezzo circa 16 mila dipendenti ne sono rimasti in servizio almeno altrettanti. Sono stati tagliati oltre 5 miliardi di trasferimenti, ma le competenze sono restate: 5100 edifici scolastici da gestire e mantenere, con 2,5 milioni di studenti, 130 mila km di rete stradale con 30 mila ponti (che ogni tanto cascano e trascinano in Tribunale i Presidenti fino a ieri neppure pagati). Per non dire di altre competenze in materia ambientale e addirittura di occupazione eccetera.

Ma siamo in un’epoca di buon senso? Ancora l’altro giorno, il Ministro degli Esteri – quello che ha venduto 162 mila euro di arance alla Cina in cambio di una pericolosa firma della cui importanza non si è accorto – vagheggiava il taglio degli emolumenti dei parlamentari, come se fosse un’emergenza degna del Covid.

Dunque, è più probabile che si segua la terapia già adottata per il Cnel: togliere ossigeno alle Province, farle morire poco alla volta, e raccontare che sono state abolite. Con buona pace della Costituzione, del resto ormai sostituita dai dpcm.

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