Fuoco fatuoPerché l’incendio della Fenice di Venezia è stato l’inizio della nostra mediocrità

In “Flashover” (Einaudi), lo scrittore Giorgio Falco ricostruisce la storia e le motivazioni di uno dei gesti più assurdi degli ultimi anni. Fu uno scandalo internazionale, ma soprattutto un grande disvelamento: il mondo scoprì che si poteva dare fuoco a un teatro storico e, in teoria, a una delle città più belle del mondo, soltanto per paura di un piccolo debito

ANDREA MEROLA / AFP

Il 21 luglio 356 il criminale e pastore greco Erostrato decise di distruggere con un incendio il tempio di Artemide a Efeso. La sua intenzione, sciagurata ma efficace, era di rendere immortale il proprio nome. Un desiderio di grandezza.

L’incendio che invece distrusse il teatro La Fenice a Venezia, la sera del 29 gennaio 1996, era motivato da tutt’altro. Un problema di debiti, il ritardo dei lavori della ditta che si occupava dell’impianto elettrico, la paura del titolare di perdere l’appalto. Ecco allora la soluzione delle fiamme.

È all’interno di questo scarto, cioè la differenza tra megalomania e mediocrità, che si trova lo spazio in cui Giorgio Falco costruisce il suo libro-romanzo-meditazione, “Flashover”, edito da Einaudi e corredato dalle inquietanti fotografie di Sabrina Ragucci.

A quasi 25 anni di distanza, lo si può vedere: il gesto non è stato né l’opera di una mente malata, né il risultato di una serie di casualità. Piuttosto, un’operazione condotta con circospezione, calcolo e totale disinteresse per le conseguenze. Il teatro è crollato, ma l’incendio avrebbe potuto travolgere le zone circostanti, avrebbe perfino potuto estendersi a tutta Venezia, distruggendo una delle meraviglie del mondo. Per pochi milioni di lire di debiti.

Cosa è successo davvero? È nella discrepanza tra il gesto e le sue motivazioni (messa in luce anche dal magistrato che condusse le immagini) che Falco cerca di incuneare le sue riflessioni.

Cosa passava nella testa di Enrico Carella, titolare della Viet, la ditta che si occupava dei lavori all’impianto elettrico, e autore – insieme al cugino dipendente, Massimiliano Marchetti – dell’incendio?

Cosa si può capire di lui dalla Bmw comprata a rate – che non si poteva permettere – dall’appalto che gli aveva procurato il padre, dalla doppia relazione, dall’attaccamento per i mocassini Fratelli Rossetti (che portava in cantiere tanto gli piacevano), dall’uso della droga?

Nota: «in Veneto si dice crecoa, ogni pasticca è una crecoa, non solo la pasticca di ecstasy, crecoa deriva da briciola, la briciola avanzata sulla tovaglia dopo il pranzo; crecoa d’ecstasy definisce il passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà della fine del lavoro, quest’ultima ancora soggetta all’ideologia del lavoro, ma impregnata di un’ideologia tossica, di purissimo consumo idolatrico, l’essenza del capitalismo contemporaneo».

Il libro, ricostruendone la vita, allude, pensa, immagina. È una meditazione sulle sue ragioni, ma anche un affresco di ambienti. Carella abita nello squallore dell’entroterra e si muove per lavoro in una Venezia fredda, dove del romanticismo kitsch venduto ai turisti non c’è traccia, ormai travolto dalle cambiali, dai mutui, dagli appalti ottenuti sottobanco.

È la descrizione di una vita bloccata, in una laguna che «ha l’odore di alghe, di erba trattata con il diserbante che la trasforma in una pianura addormentata, osservata dalla solitudine di piccoli cortili, molti dei quali in vendita, o disabitati».

Venezia è triste, si sa. Venezia sa essere anche tetra, ruvida e sfuggente. Ma è sempre stata lo scenario per qualcosa, almeno fino a quel momento. Quello che si scopre in quell’inverno di metà anni ’90, è che Venezia è obsoleta.

Se ne può incendiare una parte, un pezzetto, per futili motivi,  e creare macerie (si badi: non rovine, e le due cose sono quanto di più distante si possa immaginare).

Si può anche sperare di farla franca, spingere gli altri a mentire (sono incredibili le discrepanze, sottolineate nel libro, delle deposizioni dei testimoni al processo, a seconda del grado di giudizio), pensare di lavorare – addirittura – per ricostruirla e quando la condanna arriva, scappare (ma come ha fatto?) in Messico e ricostruirsi una vita, con «il primo Natale al caldo e non più la bruma della laguna veneziana d’inverno».

La capitale del Veneto sembra essere (anche qui come altrove) simbolo di qualcos’altro: forse dell’Italia, forse dell’Occidente, forse di un mondo e di una tradizione che vengono travolti da ansie, brame e disincanto. Una alluvione squallida e volgare, di cui l’incendio è segnale di avvertimento.

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