La pandemia è il volontariatoIl governo ignora il terzo settore, ma il welfare non può essere solo sulle spalle dello Stato

Il lockdown prima e i recentissimi provvedimenti anti-contagio adesso stanno rendendo quasi impossibile il lavoro e l’impegno degli operatori. Quasi il 90% delle associazioni dichiara di avere difficoltà a pagare l’affitto delle sedi e le utenze (15,6%) e a finanziare l’organizzazione delle attività correnti (43,7%)

Essere vicini a chi soffre, ai più deboli, a chi ha bisogno di aiuto è diventato un problema. C’è tutto un mondo fondato sulla vicinanza sociale che sta subendo colpi pesantissimi in questi mesi. È il mondo del volontariato, quello del Terzo Settore, dalle cui attività traggono sollievo e aiuto migliaia e migliaia di persone in difficoltà.

Dove non arriva lo Stato arriva il volontariato e nelle situazioni davvero difficili, marginali, senza tutele pubbliche, spesso sono solo le associazioni di volontariato l’unico soggetto su cui si possa far affidamento, ma il lockdown prima, e i recentissimi provvedimenti anti-epidemia adesso, stanno rendendo quasi impossibile il lavoro e l’impegno dei volontari.

A descrivere la situazione bastano pochi dati estratti dalla recente ricerca di Cesvot (l’organizzazione che riunisce tutte le associazioni del volontariato e del Terzo settore della Toscana). Il 14,2% delle associazioni ha chiuso o sospeso del tutto ogni attività e il 29,6% le ha ridotte di oltre il 50%, perciò la somma ci dà oltre il 40% di associazioni in profonda difficoltà.

Non basta: quasi il 90% delle associazioni dichiara di avere difficoltà economiche, difficoltà a pagare l’affitto delle sedi e le utenze (15,6%) e a finanziare l’organizzazione delle attività correnti (43,7%). D’altro canto, una parte cospicua dei finanziamenti, che in realtà sono quasi sempre donazioni, arrivano attraverso l’organizzazione di piccoli eventi, di manifestazioni pubbliche, di campagne di adesione e di sostegno che si svolgono nelle piazze.

Gli eventi sono stati per un periodo vietati e poi, dopo il breve intervallo estivo, sono stati di nuovo ridimensionati o cancellati. Se manca il rapporto con la popolazione, manca la linfa vitale per queste organizzazioni.

Il rapporto umano, la vicinanza fisica, l’ascolto personale sono essenziali nel lavoro del volontariato, tanto più in una società dominata dalla solitudine e insieme iperattiva, le due cose (non stranamente) hanno una relazione stretta; oggi già il solo essere ascoltati è un’impresa. Questo lavoro di vicinanza fisica è vitale per un sacco di persone e se è vero che la tele-medicina è una frontiera da perseguire, resta ancor più vero che la visita e il dialogo di vicinanza siano una terapia di grande valore.

Da quando è scoppiata la pandemia è cresciuto il ruolo dello Stato, certamente per necessità, perché alcuni provvedimenti non possono che avere una natura statuale, ma su questo è cresciuta l’idea, molto regressiva, che la sicurezza, il welfare e la protezione sociale siano una materia esclusiva dello Stato.

Questo sia sul piano dei servizi, come se lo Stato possa provvedere a tutti gli infiniti risvolti in cui il bisogno si manifesta (e si vede che palesemente non ci riesce) e sia sul piano del reddito, come se l’infinita trama dell’economia fatta di interscambi tra settori e sub settori possa essere sostituita dal sostegno al reddito di singoli produttori più colpiti.

Quel che nella sanità si vede in maniera chiara, ad esempio, è che la rarefazione dei presìdi territoriali accentra tutto sugli ospedali, con le conseguenze che sappiamo; allo stesso modo, con una rete di servizi di assistenza degli anziani nella loro residenza si potrebbe ridurre la densità dei centri per gli anziani.

Un ridisegno della sanità è il punto centrale all’ordine del giorno del nostro Paese. Pensare che possa allo stesso tempo essere capillare, efficiente ed economica, essendo tutta a carico dello Stato, è impossibile. Il lavoro dei volontari è prezioso, perché è un dono e non entra nel computo economico e poi riesce a scendere in quelle intercapedini del bisogno dove nessuno Stato potrà mai entrare e forse neppure vedere.

L’ultimo decreto “Ristori” non prevede nulla per il Terzo settore. D’altro canto, non si tratta di imprese in senso classico e giuridico del termine, perciò non rientrano in questa categoria di beneficiari; non sono espressione in nessun modo dello Stato, perciò non rientrano nelle protezioni pubbliche. Trattandosi di lavoro volontario non hanno ovviamente rimborsi sul reddito; non avendo profitti, non possono essere rimborsati del mancato guadagno. È una situazione davvero fuori da ogni schema degli attuali piani di sostegno al Paese.

E fuori dallo schema rimangono però anche le famiglie con difficoltà, le “Misericordie” che garantiscono servizi sanitari nei comuni più piccoli, almeno in alcune regioni; anche gli immigrati non hanno alcun sostegno pubblico; le scuole parificate che vedono scendere le rette; gli assistiti dai volontari, senza i quali non saprebbero letteralmente come vivere, come continuare a vivere. 

Si tratta però di associazioni resilienti, molto resilienti: ciò che li muove è una forza interiore possente, continuano così a fare, per quanto possibile, le loro iniziative e a mantenere il loro impegno. Su questo l’indagine della Toscana è molto chiara: il 75,1% delle associazioni dichiara che, nonostante le difficoltà, non arretreranno di un centimetro e solo il 12,2% afferma che dovranno fermarsi o faranno di meno. Uscire dall’epidemia senza il volontariato sarà più difficile, uscirne migliori, impossibile.

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