Il valore predittivo delle favoleI musicanti di Brema e l’ampliamento della maggioranza

Come in una storia di Grimm, in questi giorni quattro soggetti vedono il declino del proprio ruolo e l’incombente drammatico destino che li attende. E per questo motivo consolidano il proprio potere nel Parlamento italiano e progettano di arruolare un nuovo sodale per impadronirsi del bottino promesso dall’Unione europea

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Grandi lezioni ci giungono dalle favole che, sussurrando alla coscienza buoni consigli, la mettono in guardia dai comportamenti fatali in cui la natura umana periodicamente induce gli sprovveduti e gli smemorati.

Inesauribile fonte di insegnamenti e di ammonimenti, le storie che un tempo si raccontavano ai bambini costruivano un utile armamentario a cui ricorrere nelle tante e perigliose vicende che ne avrebbero costellato la vita adulta. Le fiabe avevano sempre una morale intesa come esplicitazione del passaggio dalla metafora alla realtà e, interpretate da ciascuno secondo le proprie esigenze, attualizzavano il racconto e indicavano pericoli da fuggire, comportamenti da evitare, inganni da neutralizzare, potenti da irridere.

Un’ecologia della mente, direbbe Gregory Bateson, che già in età infantile avrebbe aiutato nel corso della vita a distinguere il vero dal falso, a non temere il male, a sottrarsi all’influenza di chi ama divorare gli altri, a perseguire il bene senza però trasformarlo in una nuova prigione e in nome del quale commettere, nuovamente, il male, poiché «L’anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente». Per questo motivo le favole insegnavano anche a ridere di se stessi e a non prendersi troppo sul serio.

I regni delle favole hanno sempre trovato raffigurazioni artistiche ed architettoniche traducendosi in luoghi specifici che affascinavano non solo i più piccoli e risvegliavano negli adulti gli insegnamenti sopiti dalla durezza del pragmatismo senza fantasia della routine di tutti i giorni. 

Nel mito l’intervento della divinità si rintraccia all’origine, nel corso ed a conclusione della narrazione e riduce il ruolo della responsabilità umana fino ad annichilirla; allo stesso modo, nelle religioni rivelate che spesso del mito sono tributarie, il libero arbitrio è sempre motivo di sventura e di punizione. Ne ho scritto qualche giorno fa cogliendo alcune analogie labirintiche con il nostro tempo.

È così nell’Antico Testamento, nella Torah e nel Corano dove il precetto prende il posto del consiglio e la sanzione incombe sempre sui trasgressori, paralizzandone l’iniziativa fino all’inerzia e all’abbandono alla volontà divina di volta in volta identificata con la Provvidenza cristiana, ancora più rafforzata dal Cattolicesimo della Controriforma, con l’Hashgachah Pratit descritta nella Torah e di cui fornirono interpretazioni diversamente rigorose i filosofi medievali Nachmanide e Mosè Maimonide. È così nell’anima musulmana che trova nell’espressione Inshallah la massima celebrazione, con le conseguenze anche sul progresso civile e sullo sviluppo economico che ben conosciamo. Lo storico delle religioni Mircea Eliade ha scritto al riguardo pagine che andrebbero rilette, nell’interesse di tutti.

A differenza di quanto accade nel mito e nelle religioni, la favola ha un contenuto laico e civile. Si pensi ad Esopo che tra il VII e il VI secolo a. C. trascurò gli dei e utilizzò per primo gli animali come protagonisti delle proprie favole. Ne guadagnò una favorevole recensione da parte del pragmatico Aristotele che dalle Stanze di Raffaello nei Musei Vaticani continua a consigliarci «Amicus Plato sed magis amica Veritas». E come dimenticare l’Apologo di Menenio Agrippa, il saggio console romano che ricondusse a felice conclusione la prima grande frattura tra patrizi e plebei che nel V secolo a.C. metteva a rischio la neonata Res Publica? Forse fu il primo democristiano della storia ma, indubbiamente, rese all’Urbe un grande servizio e, vissuto e morto povero, si guadagnò i funerali a spese dello Stato, come ricorda Dionigi di Alicarnasso nel libro VI delle Antichità Romane.

Il trionfo della favola è tuttavia nell’800, il secolo della piena manifestazione della borghesia operosa, figlia di quella Riforma protestante che, scevra da un facile perdono, restituiva alla responsabilità individuale e alla concretezza delle opere il ruolo centrale nell’esperienza terrena e la chiave del Paradiso. Max Weber ne fece il nucleo centrale della propria analisi della società europea e non solo. Ricordarlo nell’anniversario della morte, avvenuta a causa dell’influenza spagnola nel 1920, non è solo doveroso ma necessario in questi tempi di ignoranza siderale espressa da una politica superficiale ed inadeguata che ha trasferito le rotelle dal cervello a quelle di inutili quanto surreali banchi scolastici.

Prima ancora che diventasse industria del divertimento e consistente business nel mondo, in Danimarca sorse nel 1843 il Parco Tivoli, voluto dalla municipalità di Copenaghen, per costituire una valvola di sfogo offerta ai laboriosi e frugali cittadini nel superiore convincimento espresso dal fondatore Georg Casternsen che «quando la gente si diverte non pensa alla politica». In anni in cui infuriavano in tutta Europa i moti risorgimentale e le istanze repubblicane, l’argomento convinse il re Cristiano VIII che concesse sei ettari demaniali fuori porta, dove realizzare un grande parco di divertimenti sul modello del Tivoli italiano e di quello parigino.

L’ingresso nel magico mondo delle favole è fronteggiato a pieno diritto dalla statua di Hans Christian Andersen realizzata dopo la morte avvenuta nel 1875. Chi scrive ebbe modo di coglierne le atmosfere indubbiamente più romantiche rispetto alla banalità di Gardaland o al trionfo del kitsch di Eurodisney, quando a quel genere di teneri pellegrinaggi non poteva sottrarsi.

La favola, dunque, assume da millenni un valore educativo universale che è stato rivendicato in tempi più recenti da Italo Calvino, Dino Buzzati e Gianni Rodari di cui forse troppo poco abbiamo ricordato sia il centenario della nascita che il quarantesimo anniversario della morte. Come pure i settant’anni a dicembre dalla scomparsa di Trilussa, al secolo Carlo Alberto Salustri, che una Roma troppo impegnata a concepire incubi anziché fiabe ha nascosto in una delle tante buche della memoria che non esitano anche a costeggiare il fantastico quartiere Coppedè; fu progettato dall’omonimo architetto ed approvato durante la sindacatura di Ernesto Nathan, il sindaco ebreo, ultimo demiurgo della Città Eterna prima che la prosopopea fascista e il cinismo del dopoguerra ne devastassero l’anima. 

Godere delle pagine indimenticabili degli uni e delle immagini suggestive dell’altro è privilegio per gli insonni che sanno bene dove trovare la buona televisione pubblica che tuttavia esiste. Il quartiere fu scelto come set cinematografico da Dario Argento (L’uccello dalle piume di cristallo, 1970 e Inferno, 1977) Richard Donner (il Presagio, 1976) Francesco Barilli (Il profumo della signora in nero, 1974) e Carlo Vanzina (il Cielo in una stanza, 1999). Vi si trovano luoghi da favola dai nomi evocativi: il villino delle Fate, il Palazzo degli Ambasciatori, Il Palazzo del Ragno e decine di altre costruzioni in stile floreale e dai forti richiami all’omologo modernismo spagnolo.

Un pezzo della Barcellona di Antoni Gaudì trapiantato sulle rive del Tevere ma su cui incombe da decenni il frastuono della discoteca Piper, teatro di antiche ed artificiali fughe dalla realtà dei giovani della Roma bene, che sovrasta gli acuti del tenore Beniamino Giglio che in quel quartiere ebbe la propria residenza.

Dal fecondo X file delle favole è il momento ora di estrarre quella che oggi ci occupa, come in passato un’altra che i lettori ricorderanno. Brema è una città-stato federale di oltre cinquecentomila abitanti situata nel nord ovest della Germania e si affaccia con il proprio porto di Bremerhaven sul Mare del Nord. Fu, insieme a Lubecca, Danzica, Amburgo, Rostock e decine di altri liberi comuni tedeschi, baltici, russi e slavi, uno dei membri della Lega Anseatica, quello straordinario esempio di autonomia politica e commerciale che dal XIII al XVII secolo costituì il fulcro dell’economia europea proiettata verso i paesi baltici e scandinavi a nord e l’impero russo ad est. Decadde sul piano politico con la formazione degli grandi stati nazionali e su quello tecnico per la supremazia che l’agile caravella portoghese dalle molte vele aveva rispetto alle pesanti cocche monoalbero, nella navigazione atlantica, nuova frontiera dei commerci internazionali. Oggi quegli antichi sentimenti risorgono e potrebbero avere un ruolo nell’Europa dei prossimi decenni.

La città fu rasa al suolo dal devastante bombardamento alleato del 19 agosto del 1944 durante il quale furono sganciate novecentomila testate e distrutto l’85% del centro storico con oltre tremilacinquecento vittime civili. La città risorse con la tenacia tipica di quelle genti nel volgere di pochi anni e oggi presenta un centro storico perfettamente ricostruito insieme all’atmosfera dei tempi migliori in cui la città signoreggiava per commerci e prosperità. Tra vicoli medievali e piazzette barocche si apre la piazza del Municipio in cui svetta la curiosa statua bronzea che ricorda i Quattro Musicanti, simbolo della città e punta di diamante del proprio land marketing. 

L’installazione vede sovrapposti un asino, un cane, un gatto e un gallo, in una piramide animale che desta indubbia curiosità tra i turisti che ne sfregano per scaramanzia le estremità sempre lucide, come accade al muso del porcellino nella Loggia del Mercato Nuovo di Firenze o per il piede di San Pietro nella basilica vaticana. Nel 2019 il cantautore Vinicio Capossela gli ha intitolato la traccia n.10 dell’album Ballata per uomini e bestie. Una gara quotidiana seleziona i turisti più prestanti che riescono a lambire con le dita l’animale posto più in alto. La maggior parte si ferma a toccare il cane.

Il simbolo, presente ovunque in città e replicato in souvenir di ogni forma e sostanza, eterna la favola scritta dai Fratelli Jacob e Wilhelm Grimm i due linguisti tedeschi che nella seconda metà del XIX secolo dedicarono in forme e modalità molteplici la propria vita alla descrizione di antichi usi, costumi e leggende della tradizione tedesca ma ottennero fama mondiale come autori di favole tradotte in tutte le lingue del Pianeta.

Una lista ipertestuale ed esaustiva delle centinaia di capolavori dei Grimm può essere reperita dal lettore andando al sito un’utile guida per nonni volenterosi che volessero sottrarre per qualche ora i nipotini avvinti alla televisione o alla console dei videogiochi. Per i più tradizionali sono disponibile dal 1961 i due volumi Le Fiabe del Focolare tradotte da Clara Bovero e pubblicate da Einaudi con la prefazione dell’etno-antropologo siciliano Giuseppe Cocchiara, tra i principali maestri della disciplina fondata in Italia da Giuseppe Pitrè e Ernesto De Martino. L’eventuale uso della mascherina e luci appropriate renderanno il tutto ancora più misterioso e affascinante.

La trama del racconto, pur con alcune varianti minori, è la storia di quattro animali di campagna provenienti da fattorie diverse che, vedendo il declino del proprio ruolo e l’incombente drammatico destino che li attende, scelgono, ciascuno per conto proprio, di fuggire dall’aia e di andare verso nuovi lidi a cercare maggior fortuna. Si incontrano strada facendo, solidarizzano e decidono di recarsi a Brema dove intendono entrare a far parte della locale banda municipale. Un salto di qualità non da poco.

Mentre cala la sera, stanchi ed infreddoliti, si imbattono in una casa illuminata dove banchettano copiosamente alcuni briganti. Spinti dalla fame decidono di salire l’uno sul dorso dell’altro e proiettano così l’ombra di un animale mostruoso che si riflette sulle finestre mentre si scatena una cacofonia infernale derivante dalla somma dei propri specifici idiomi: l’asino raglia, il cane ringhia rabbioso, il gatto soffia e il gallo si produce in canti guerreschi. Atterriti da tale ibrido, i briganti fuggono e si nascondono nei paraggi, mentre i quattro compari si servono generosamente delle vivande così furbescamente procurate. Durante la notte il più coraggioso dei briganti vieni spinto dai propri compagni a tentare di recuperare il bottino lasciato incustodito durante la fuga precipitosa. 

Il malcapitato si inoltra nella casa ormai buia. Brancolando in cerca di una candela da accendere, vede brillare nell’oscurità due carboni ardenti, sono gli occhi del gatto che gli salta addosso e lo graffia in volto mentre il cane gli morde una gamba, l’asino gli tira un calcio e il gallo lo terrorizza urlando dal tetto. Tornato dai compagni, il brigante ridotto a mal partito e mortificato dal mancato successo dell’impresa, racconta ciò che nel buio ha creduto essergli accaduto: una strega malvagia lo ha graffiato, un uomo l’ha pugnalato, un mostro lo ha bastonato e un giudice sopra il tetto ha gridato l’allarme. A quel punto, la banda abbandona definitivamente la zona, rinunciando anche al bottino rimasto nella casa ora così temibilmente presidiata; i quattro animali vi si insediano comodamente e, ricchi e satolli, rinunciano al proposito di raggiungere Brema per cambiare il proprio destino: per quanto salvi e benestanti, resteranno animali.

Mentre in questo tempo di Avvento, spauriti e disorientati attendiamo inutilmente che il Natale giunga a liberarci dal purgatorio che stiamo vivendo, quattro soggetti stanno consolidando il proprio potere nel Parlamento della Repubblica e conoscendo la propria fragilità progettano di arruolare un nuovo sodale per impadronirsi del cospicuo bottino promesso dall’Unione Europea. Poiché sembrano esauriti tutti i ruoli della favola, asini ignoranti, cani uggiolanti, gatti infidi e galli petulanti, non resta che assegnare al nuovo arrivato quello della volpe, emula di quell’altra che non riuscì ad essere mandata in pellicceria. Pesa un po’ meno dell’asino e del cane ma può ancora reggere il confronto con il gatto ed il gallo ed è tra loro che si inserirà eguagliando il proprio gannito. 

Riuscirà il nuovo mostro che ne risulterà a far fuggire i briganti pronti a riprendersi il bottino lasciato incautamente incustodito su una spiaggia di Rimini? Oppure l’ingresso nella banda di questo nuovo aspirante musicante seminerà discordia tra i membri titolari ed a poco a poco si nutrirà dei più deboli? Non possiamo saperlo, ma alcune cose possiamo prevederle: la cacofonia aumenterà, l’ultimo fragile presidio di antiche e nuove alleanze che si crede onnipotente dovrà battere in ritirata, dall’alto del Colle la confusione apparirà intollerabile e tutti saranno mandati alle fattorie di provenienza. Qualcuno non la troverà più e di stelle gli resteranno solo quelle della volta celeste sotto cui si troverà a dormire, qualcun altro affermerà solennemente di aver sempre coltivato nella propria aia un’anima moderata e i tra i più deboli solo uno potrà vantare il ruolo di pulcino del nuovo corso politico che verrà, mentre l’altro sarà condannato all’oblio, senza speranza.

Spunterà un drago all’orizzonte pronto a cauterizzare con le proprie fiamme le rovine infette di una legislatura infausta e anche un po’ iettatrice? Lo auspichiamo poiché, almeno, il drago ha una faccia sola, parla un unico idioma e non ha bisogno di travestirsi per apparire più grande di ciò che è. A Brema lui ci è arrivato da solo e anziché un semplice componente, di quell’orchestra è diventato il direttore tra la stima e l’apprezzamento del mondo intero. 

Potenza delle favole e miseria della realtà. Ma non furono forse le favole nell’infanzia ad esorcizzare la paura ed a conciliare un sonno popolato di sogni incantati da cui risvegliarsi più forti e più sereni di prima?

Il 10 novembre scorso l’agenzia ANSA ha dato notizia del più recente omaggio postumo reso ad Umberto Eco a cinque anni dalla morte. In Bulgaria sono state pubblicate le sue favole per bambini con le illustrazioni di Eugenio Carmi, il pittore astrattista, ebreo genovese, suo amico e artista preferito che quest’anno sarebbe divenuto centenario. Il più grande intellettuale del secondo novecento scrisse nel 1966 i primi due dei tre racconti ora pubblicati: “La Bomba“ e il “Generale“, “I tre cosmonauti“, che narravano ai più piccoli il clima di quegli anni perigliosi che tuttavia incubavano già i temi della nostra contemporaneità.

Seguì nel 1992 il terzo, intitolato “Gli gnomi di Gnu“, voluto dalla casa di moda Stefanel di Ponte di Piave, il grande concorrente dei Benetton. Nell’arco di mezzo secolo le favole di Eco hanno preso forma diversa ma sempre riconducibile a quella opera delle opere che è il saggio Lector in fabula. La cooperazione interpretativa dei testi narrativi, edito da Bompiani nel 1979. L’autore di Opera aperta e del Trattato Generale di Semiotica la cui copertina arancione occhieggia tra gli scaffali mentre questo articolo viene scritto, focalizzava il tema della “macchina supposizionale” quale artifizio narrativo necessario per ottenere la piena partecipazione del lettore affermando che «un testo vuole che qualcuno lo aiuti a funzionare» e ribaltando così il valore unidirezionale di ogni narrazione che deve contenere invece anche una strategia di attrazione e cooperazione da parte dello scrittore. 

Certamente le sue fonti erano i semiologi Charles Sanders Peirce e Algirdas Julien Greimas che aveva coniato il termine isotopia, quale «insieme di categorie semantiche ridondanti che rendono possibile la lettura uniforme di una storia». L’ossessiva ricerca del Secondo Libro della Poetica di Aristotele, andato smarrito, che Eco assegna a Guglielmo da Baskerville è specchio di una coscienza inquieta che sa di stare contraddicendo lo Stagirita che pose l’unità di tempo, spazio e azione a fondamento di ogni narrazione.

Eco poteva permetterselo e le storie che sotto molteplici forme ci ha donato lungo il corso della propria vita ne rendono testimonianza e sono la restituzione del suono profondo lasciato dalle favole nella mente di ogni bambino di ieri, di oggi e, lo auspichiamo, anche di domani come si racconta nel faticoso recupero della memoria che impegna il protagonista del romanzo La strana fiamma della regina Loana, del 2004 in cui larga parte hanno favole e antichi fumetti.

In un’intervista di molti anni fa, riproposta a gennaio di quest’anno dal periodico Internazionale in apertura delle celebrazioni del centenario del Maestro, Federico Fellini raccontò a Goffredo Fofi un proprio grande rammarico: «Il film che rimpiango di non aver fatto, ma è praticamente impossibile, è una storia con una trentina di bambini di due, tre anni, che vivono in un caseggiato alla periferia della città. Mi attraggono le misteriose comunicazioni telepatiche fra i bambini, gli sguardi che si scambiano negli incontri per le scale e sui pianerottoli, quando stanno dietro una porta o dentro una culla, o sono tenuti per mano come mazzi di insalata; la vita di un palazzone, vista e presupposta tutta da bambini, con storie di amori totali, di odi, di infelicità, sempre per le scale, i ballatoi, il giardinetto davanti. Finché questi bambini, trascinati come lepri, vengono portati all’asilo e lì, il primo giorno, castrati».

Lo aveva già detto Oscar Wilde ma ricordato dal padre del cinema onirico nutrito di favole e di disegni infantili non può che rafforzarne il valore e rassicurarci sui tanti lai banali che sentiamo oggi sulla scuola da parte di una ministra senza ritratto.

In fondo, come disse lo scrittore Witold Gombrovicz, figlio di quella Polonia, che ho raccontato: «siamo tutti foderati d’infanzia e quella fodera è tenuta insieme dal filo delle favole». Noi che non ce la sentiamo di dargli torto, possiamo solo segnalare al garrulo ingegner Rocco Casalino di sussurrare all’orecchio dell’avvocato del popolo, suo dante causa, l’antico ammonimento di Orazio, l’autore delle Satire non il cavallo antropomorfo creato da Walt Disney a lui forse più familiare per età e formazione tecnico commerciale che così recita: De te fabula narratur. Va bene anche via whatsapp.