Effetto neveConfidenze al tempo del tempo scontento

La realtà prodotta non ci incanta, e allora ci produciamo noi coi nostri mezzi, ci intratteniamo con noi stessi. Usciamo a puntate come nei romanzoni di un tempo i personaggi mascherati, e siamo ora i buoni ora i cattivi, a seconda del caso

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Noi in Italia sappiamo mantenere un segreto. Questa è la notizia. Altra non ce n’è. Che non ci sia altra notizia: sta qui la reticenza ossia il segreto. Noi in Italia sappiamo morderci la coda.
Ma la mia coda m’è scappata dal morso, scodinzola come un pennello, scrive nell’aria quel che qui sto cantando, lo svelamento del nostro segreto: le emittenti non trasmettono più.
Tutti lo sappiamo, nessuno ha il coraggio di dirlo, tutti hanno la forza di mantenere il segreto. Per esempio di sera, nell’ora dei massimi ascolti e delle massime e minime prediche, nell’ora delle copertine dei libri degli ospiti in studio, nell’ore delle sapienze contraddittorie, nell’ora delle linee disturbate, nell’ora degli inviati sul campo, ecco, in quelle ore, non più vanno in onda belle immagini e voci e copertine e campi, no, in quelle ore niente onde, in quelle ore cade la neve, è caduta anche in agosto, è da quasi un anno che cade.
La neve, quel fenomeno televisivo: l’effetto neve. Con in più,
alzando l’audio, quello scroscio di frittura: l’aria fritta, l’aria con panatura di neve, che frigge, che frigge. Uno spettacolo.
Nessuno ha il coraggio di dirlo perché tutti vogliono avere un segreto, nessuno ne parla. Io sì, perché, come spesso, sono l’eccezione, e perché sono un po’ stufo di silenziosa neve anche se grillettante, sfrigolante, crepitante. Pagherò le conseguenze ovvero il canone agli eschimesi.
Ma è vero, è tutto vero, chiedete in giro, vi diranno che non è vero, quindi è vero perché tutti negano la verità, nessuno svela un segreto così appagante.
Tutte e tutti sono imbambolati dalla neve, che dopo tre minuti che la guardi ti ha bell’e rimbambito, e vedi, sulla neve, nella neve, oltre la neve le orme di tutto, le spettacolari orme del mondo dalle origini ai giorni nostri, e le vedi come cinema e come canto, come ballo, come varietà, le orme zampettanti del mondo che gira e rigira, le vedi come trama, intreccio, le vedi come storia, in costume e scostumata, dei giorni andati e tornati in mente, i giorni nostri antichi, anzi nuovi, a spasso nello schermo. Mai come oggi ieri è un altro giorno.

La neve scende rumorosa come geometria magnifica di cristalli d’acqua che a contatto col friggere scoppiettano e schizzano e esplodono nella padella della gran frittura televisiva. Cotolette giornalistiche si indorano, e anche carciofi, broccoli pastellati, testoline di cavolo, anche cetrioli e zucche, alquante frittate fatte, e fior fiori di zucchine con l’alice dentro, l’immortale alice, e mozzarella floscia, e i soliti libri alle spalle, la solita realtà prodotta per le mensole.
È la mitologia del nostro tempo, questo fritto misto all’italiana.
È quel che puoi coi mezzi che tu hai. È il fantasticare nel mentre non si sa che accade (si sa?) se non la neve che mormora: ricordati che muori. E allora, festa! Cos’è la Storia se non è racconto ovvero storia? Cos’è l’amore se non è storia d’amore? È tempo perduto se non addirittura perso.

Cos’è la neve? È poter farci le palle, e pure i pupazzi, e la grattachecca con gli sciroppi a schizzo, è una cosa fresca. Nello spettacolo questa è l’ambizione: la cosa fresca.
Insomma, viviamo in distrazione, gli schermi non ci fanno loro preda, non cadiamo più dentro gli schermi, c’è un velo come di neve tra noi e l’intrattenimento.
La realtà prodotta non ci incanta, e allora ci produciamo noi coi nostri mezzi, ci intratteniamo noi, noi con noi stessi. Usciamo a puntate come nei romanzoni di un tempo i personaggi mascherati, e siamo ora i buoni ora i cattivi, a seconda. Nascosti i nostri visi dalle maschere, facciamo le faccette, smorfie di perfidia e di languore, boccacce, linguacce di scherno o di viscida lascivia, siamo romanzi vivi. Ci smaschereremo all’ultima puntata, non sapendo ancora chi e come saremo, meglio, peggio o addirittura gli stessi di prima. Conosciamo, come nel cinema, inteso come mondo, quanto siano laboriose le nostre riprese in interni e le nostre riprese in esterni, questo nostro continuo doverci riprendere, nel doppio senso di tirarci su e di impartirci moniti, richiami all’attenzione e alla prudenza. Conosciamo la doppiezza del nostro “stare freschi”, in accezione dantesca da imprigionati in una morsa fredda, e nell’altra, quella di mantenerci vividi e vivaci come le triglie su un letto tritato.

Insomma, ci inventiamo, entriamo nel vivo del video, in quell’effetto neve, e andiamo a ricercare noi dispersi. E siamo noi lo spettacolo.
Guai seri, forse, domani, per il cinema, il teatro, le letterature, perché d’essi noi siamo, oggi, assai più avventurosi, più esposti al rischio, tentati da eversioni. Sbattiamo uova con la furia di colpi di mano, abili e anche prepotenti. Di quelli di testa, poi, non ne parliamo: i nostri colpi di stato mutevole. E ci sfogliamo romantici d’amore e, pornografici, con le umettate dita giriamo lente e poi più svelte pagine.
E sì, ci salta in mente, anche con capriole, che l’arte e l’intrattenimento sono realtà prodotte, che tutta la realtà forse è solo reale ossia è un prodotto, ci salta in mente che noi siamo più fantastici.
Ma sì, ci salta in mente che il cinema, il teatro, le letterature, ahi quanto ci annoiarono, tant’è che li premiammo spesso con due palle, salvo i rari casi che, si sa, confermano la regola: è una legge, e nel rispetto della legge e dei decreti noi viviamo. Non escluso, perché incluso nel rispetto di ogni legge, quel sibilo in noi sottile del sovvertimento: e la mobilia in casa diventa materiale da barricata, e accanto ai nostri forni accesi diventiamo carbonari, e sui fornelli ce la cuciniamo, la carbonara, sì, la carbonara, e così viviamo i nostri moti d’oggi, del venti e del ventuno, come nell’ottocento i moti dilaganti che andarono espandendosi, del trenta e del trentuno, e del quarantotto, quei moti molto mossi come i nostri capelli scompigliati.
Ma sì, siamo capaci di rivoluzioni e anche, poi, di repressione, sì, siamo capaci di reprimere quei moti in noi perché siamo totali, anche nel senso di totalitari, e stringiamo i denti, sì, li stringiamo mordendo le nostre code, e abbiamo le visioni e le revisioni.
L’immaginazione prende in noi il potere nel mentre turbina l’effetto neve sui nostri schermi e sul nostro scontento inverno. Ma noi in Italia sappiamo mantenere un segreto, che a me è sfuggito, però qui l’ho rincorso.
In realtà, nella realtà, ho il televisore rotto e ho anche problemi miei personali di sintonia soprattutto nell’ora dei massimi sistemi di ascolto perché in quelle ore canto, confidenziale canto per un orecchio solo, suo di lei, al quale orecchio mi accosto. Come adesso qui, perché questa non è che una canzone, in confidenza.

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