Cheesediplomacy Perché il formaggio halloumi è al centro della politica estera dell’Unione europea

Il prodotto caseario tradizionale di Cipro (a base di latte di pecora, capra e mucca) ha ottenuto l’etichetta DOP. Dopo oltre sei anni di trattative, anche i produttori della comunità turco-cipriota (che chiamano lo stesso prodotto “hellim”) potranno trarre pieno vantaggio dall’adozione del marchio di qualità: alla vigilia della ripresa dei negoziati tra le due parti dell’isola, Bruxelles tende la mano con questo gesto simbolico

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Un formaggio per unire, e forse anche per riunire. Non è una ricetta di Gastronomika, ma una storia molto Europea: quella di un cacio che s’è trovato catapultato nell’agenda di politica estera dell’Unione. Protagonista è l’halloumi, prodotto caseario tradizionale dell’isola di Cipro a base di un’attenta proporzione di latte di pecora, capra e mucca che – grigliato o fritto – ha trovato il successo sulle tavole di mezzo mondo. 

Adesso, la saga è giunta al termine dopo oltre sei anni, come si addice ad alcuni aspetti solo a prima vista puramente tecnici dell’Unione europea, da una parte, e alle dinamiche di un’isola divisa da quasi 50 anni, dall’altra (in questa puntata del podcast Oltre l’Europa de Linkiesta, tutto quello che c’è da sapere sulle ragioni). Questa settimana l’halloumi si è visto riconoscere l’etichetta DOP, cioè di prodotto di denominazione di origine protetta. Questo vuol dire che soltanto l’halloumi fatto a Cipro, secondo precise regole di produzione, potrà essere commercializzato nell’Ue con questo nome: una misura che vuole tutelare il formaggio da imitazioni e contraffazioni in tutto il resto dell’Unione, ma anche rappresentare un ritorno economico importante per gli operatori dell’isola. 

Nella parte turca del Paese, al di là della Linea Verde presidiata dai caschi blu dell’Onu che taglia in due Cipro e la sua capitale Nicosia, l’halloumi si chiama “hellim”: nella denominazione protetta appena registrata, la Commissione fa riferimento a entrambi i nomi. La registrazione del prodotto, insomma, non è solo uno strumento di politica agroalimentare e commerciale, ma anche di relazioni esterne. Una misura adottata in parallelo consente infatti all’hellim di attraversare la Linea Verde, a condizione che il prodotto finito e il latte a partire dal quale è stato fabbricato soddisfino gli standard Ue, certificati da un ente indipendente che sarà operativo in autunno. L’hellim potrà così fare per la prima volta il suo ingresso nel mercato unico europeo ed essere quindi esposto negli scaffali dei supermercati di tutta l’Ue. Insomma, anche i produttori della comunità turco-cipriota potranno trarre pieno vantaggio dall’adozione del marchio di qualità. 

 

Bruxelles spera nella cooperazione economica e tende la mano con un gesto simbolico alla vigilia della ripresa dei negoziati facilitati dalle Nazioni Unite tra le due entità dell’isola – la Repubblica di Cipro, filo-greca e membro dell’Ue, e la Repubblica turca di Cipro Nord, che è riconosciuta solo da Ankara. «Un segnale forte, verso un comune futuro europeo», è il messaggio dell’Alto rappresentante Ue per la Politica estera e la Sicurezza comune Josep Borrell.

I negoziati riprenderanno tra il 27 e il 29 aprile a Ginevra, dopo il nulla di fatto dell’estate del 2017 e gli incontri sottotono che si sono succeduti nel frattempo fra le due leadership (che sono stati “terremotati” dall’avvento al potere, fra i turco-ciprioti, di un presidente nazionalista, un anno fa). La Commissione allora ci riprova, dopo aver sperato invano, nel 2004, che l’ingresso di Cipro nell’Unione potesse essere il miglior viatico per la riconciliazione fra Nord e Sud (allora, però, un referendum fra i greco-ciprioti fece naufragare il piano). E siccome la politica Ue è sempre “memabile”, la Twittersfera ha già sentenziato: alla #cheesediplomacy andrà il premio Nobel 2021. 

A Bruxelles, del resto, non fanno mistero: questo formaggio ha davvero un sapore politico. «Una decisione storica per il Paese», ha fatto eco a Borrell la cipriota Stella Kyriakides, commissaria europea che da titolare della Salute da un anno è impegnata nella lotta alla pandemia. È tuttavia nella Repubblica turca di Cipro del Nord che il provvedimento non ha incontrato l’entusiasmo sperato, nonostante proprio la parte sotto controllo turco dell’isola sia leader nell’esportazione del prodotto.

Anzi, la scelta ha ricevuto la stessa doccia fredda riservata alla prospettiva di altri negoziati Onu per dare a Cipro un nuovo assetto istituzionale. «Si tratta di tentativo da parte dell’Ue e dei greco-ciprioti di prevaricare la volontà politica dei nostri cittadini» e di imporre gli standard sanitari e di sicurezza alimentare europei alla produzione casearia di Cipro Nord, ha sentenziato il ministro degli Esteri Tahsin Ertugruloglu, che già nelle scorse settimane aveva ridotto le aspettative rispetto alla ripresa dei colloqui: «Accetteremo solo una soluzione a due Stati». 

E se la politica di vicinato lascia l’amaro in bocca, neppure i profili commerciali sembrano – a giudicare dai commenti dei protagonisti – incoraggianti. Sull’isola che secondo il mito diede i natali ad Afrodite, l’halloumi/hellim è conosciuto come l’oro bianco, tesoro dell’export cipriota nel mondo, un mercato internazionale dal valore di 224 milioni di euro, secondo i dati del Ministero dell’Agricoltura. Ma la festa è tale solo a metà, perché il maggiore importatore di halloumi al mondo – il 53 per cento del totale, nel 2019 – s’è alzato da tavola prima dell’arrivo del piatto forte. Dal 1° gennaio infatti, il Regno Unito (ex potenza coloniale sull’isola, da cui si ritirò nel 1960), s’è infatti ritirato dal mercato unico europeo come conseguenza della Brexit. E sull’isola mediterranea in tanti, a cavallo fra le due comunità, cominciano a chiedersi: con Londra fuori, siamo così sicuri che riusciremo a vendere halloumi/hellim nelle stesse quantità agli altri Paesi Ue, comprese nazioni fieramente casearie come Francia, Spagna e Italia? 

I traffici ridotti causati dalla pandemia hanno relegato nei surgelatori ciprioti oltre 6mila tonnellate di halloumi; di conseguenza, con la produzione casearia rallentata, anche la fornitura di latte è a rischio, come il mantenimento di buona parte del bestiame. Il paradosso è che la decisione di registrare l’halloumi/hellim come prodotto DOP potrebbe persino rivelarsi un boomerang, temono i rappresentanti degli allevatori ciprioti: la ricetta tradizionale imporrebbe infatti una precisione quasi matematica nella proporzione tra i vari tipi di latte (49 per cento di mucca, 51 per cento di capra e pecora), non sostenibile con l’attuale livello di produzione.

Il saporito formaggio cipriota era stato di recente anche al centro di una battaglia legale finita davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, che non aveva però ritenuto che un halloumi bulgaro potesse costituire etichetta ingannevole e violare le prerogative di quello che allora era ancora “solo” un marchio collettivo. Una pronuncia come quella giunta a gennaio non dovrebbe però ripresentarsi ora che il prodotto ha ricevuto uno dei marchi di qualità dell’Ue. Non solo DOP, ma anche IGP (indicazione geografica protetta) e STG (specialità tradizionale garantita): questi sono infatti fra gli strumenti più usati dall’Ue per salvaguardare tradizione, patrimonio enogastronomico ed eccellenza locale, da una parte, e proteggere i consumatori, dall’altra (l’Italia ha più di 900 prodotti registrati, dalla bresaola della Valtellina al cioccolato di Modica).

I produttori non-ciprioti avranno comunque alcuni mesi di tempo per smaltire quanto già prodotto e non in linea con le nuove regole Ue. Nel frattempo, Bruxelles prova ad apparecchiare la tavola per i difficili appetiti della diplomazia.

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