Le ruote della vitaRealizzare una passione vuol dire farne il tuo lavoro, dice Gianni Bugno

L’ex ciclista, due volte campione del mondo, ha scritto un libro (lo ha pubblicato Baldini+Castoldi, con la prefazione di Romano Prodi). E ci racconta delle sue vittorie, della sua seconda esistenza come elicotterista, del lancio delle borracce a bordo strada, dei politici che secondo lui non conoscono una fatica come quella che si fa in bicicletta e del fatto che lui, che invece quella fatica la conosce, adesso sta bene anche senza farla.

Lapresse/Kevin C. Downs

Capita con i libri di sport particolarmente riusciti che la lettura riporti immediatamente a galla i ricordi delle gare descritte. Con chi hai visto quella corsa, dov’eri mentre assistevi a quella partita, che discorsi facevi e con chi. Succede proprio questo con “Per non cadere. La mia vita in equlibrio”, autobiografia di Gianni Bugno, scritta con Tiziano Marino per Baldini+Castoldi (e con prefazione di Romano Prodi). E per un po’ torni ai due meravigliosi campionati del mondo consecutivi, alla voce di Adriano De Zan, al Giro d’Italia vinto indossando la maglia rosa dall’inizio alla fine, alla Milano-Sanremo, al Fiandre, alle magliette della Chateau d’Ax e della Gatorade, e anche alle imprese al Tour de France, specialmente quelle sull’Alpe d’Huez. Quel Tour dove due volte Bugno si è fermato a un passo dalla vittoria occupando il podio assieme a Claudio Chiappucci, ma dietro Miguel Indurain. Ma è altrettanto affascinante leggere anche tutte le pagine che raccontano le giornate e le corse di Bugno prima di diventare professionista, per comprendere cos’è la passione per uno sport per un ragazzo, la passione per la “fatica” come ci tiene a definirla più volte anche durante questa chiacchierata. Così come è interessante leggere dell’epilogo della sua carriera – il ciclismo che cambia, le motivazioni che scemano – e di come ne ha saputo costruire un’altra di tutt’altro tipo.

Quindi adesso lavori come elicotterista.
Ho cominciato appena ho smesso di correre, anche perché già da giovane volevo entrare in accademia e ho sempre avuto il sogno di volare. Così ho conseguito il brevetto quando stavo per smettere e ho iniziato a lavorare come elicotterista subito dopo. Sono quasi 25 anni che volo.

E come sono le corse viste dall’alto?
Per qualche anno ho fatto da pilota di elicottero anche per la RAI ed è davvero un modo molto diverso di vedere le corse. In ogni caso è prima di tutto un lavoro e quindi costa fatica e tanta attenzione, ma, certo, poi ti diverti anche perché, insomma, vedi i tuoi ex colleghi che corrono in bicicletta, però li vedi dall’elicottero e capisci meglio di altri cosa sta succedendo. Se hai fatto le corse sai qual è l’azione che devi filmare.

Quando correvi facevi caso agli elicotteri?
Magari dalla tv si capisce poco, ma fanno tanto rumore, non puoi non farci caso.

Per molti è già raro aver esaudito uno dei sogni che si può avere da ragazzini e diventare uno sportivo professionista. Tu è come se ci fossi riuscito due volte, con due vite diverse.
Sì, sono riuscito a fare due lavori di due passioni, non succede spesso, me ne rendo conto. Ma per me avere una passione forte significa fare di tutto per realizzarla. E realizzarla vuol dire farne il tuo lavoro, non può rimanere solo una passione. Poi non voglio passare per arrogante, è chiaro che ho avuto anche la fortuna dalla mia e ne sono felice. Ma l’impegno non è mai mancato.

Il libro che hai scritto parte dal racconto della seconda vittoria consecutiva al campionato mondiale. È la vittoria che ti ha dato più gioia?
Non lo so, però è stata una vittoria inaspettata per tanti che, invece, è arrivata. E per questo rappresenta un buon preludio a tutto il libro: son quelle cose che nascono così, per caso, e un po’ tutta la mia vita è stata così. Anche quando ho cominciato a correre, nessuno pensava che potessi diventare un corridore professionista, perché nessuno a casa mia era tifoso o appassionato di ciclismo. Invece ho vinto un campionato del mondo di ciclismo senza essere il favorito. E poi sono riuscito a vincerlo di nuovo, di nuovo senza essere il favorito.

Il premio che ti aspetta per la seconda vittoria è ancora più unico.
Sì. Avevo scommesso con l’autista del pullman della nazionale italiana che se avessi vinto me l’avrebbe fatto guidare. E così, il giorno dopo, ha dovuto accettare e ho guidato per trecento chilometri il pullman della squadra… Non solo l’elicottero: le patenti le ho avute tutte.

Appena ti metti alla guida, però, un ciclista si piazza davanti al pullman e cerca di attirare l’attenzione della polizia.
Sì, Miguel Indurain. Sapeva della mia passione e voleva scherzare. Avevo appena vinto il campionato mondiale proprio in Spagna…

Hai vinto anche un Giro d’Italia tenendo la maglia rosa dal primo all’ultimo giorno. Non è mai più successo. Anche quello è cominciato per caso? Quando ti sei accorto che potevi portarla fino alla fine?
L’ho presa il primo giorno vincendo la cronometro e dopo ho solo pensato a tenerla il più possibile. Poi, arrivati all’ultima settimana, desideravo moltissimo tenerla fino alla fine, perché ho capito che quel Giro potevo vincerlo. C’erano delle condizioni favorevoli e ci siamo riusciti.

Il ciclismo di oggi è molto diverso. Ti avrebbero sconsigliato di tenerla addosso per tre settimane…
Facevamo certi calcoli anche ai miei tempi, eh. Solo che adesso quei calcoli lì sono tutti esasperati. A valle di tutto c’è la preparazione specifica: che stagione hai preparato, in quale momento entrerai in forma, che squadra hai dietro, se fai le corse a tappe o quelle di un giorno, quanti battiti hai, quanti watt e così via. È diventato uno sport meno romantico, purtroppo. Mentre il ciclismo per me era lo sport romantico per eccellenza. Penso che l’interesse del pubblico sia diminuito anche per questo. Preferivano i campioni che si presentavano a tutte le gare con l’obiettivo di vincerle.

Quali corse ti sembrano soffrire di più? I grandi giri o quelle di un giorno?
Nei grandi giri si nota di più, però è un problema di tutta la stagione. Il pubblico si appassiona all’evento – guarda il Giro d’Italia o il Giro delle Fiandre perché sa che sono corse importanti, con un bel percorso, con tanti che proveranno a vincere – però se non hai il riferimento da seguire, l’interesse cala.

Ti sei accorto che le cose cambiavano già quando correvi tu?
Sì, è allora che è iniziato quel cambiamento che oggi è diventato quasi esasperante. Il ciclismo ormai è diventato come il nuoto. Nel senso che proprio come nel nuoto ci sono le specialità: c’è il dorsista, il ranista, quello che fa stile libero sulle brevi distanze o sulle lunghe, e nel ciclismo c’è quello che si prepara solo per un periodo, quello che si prepara solo per una o due corse, quelli che si specializzano insomma. Ma non c’è più il campione assoluto.

Già il tuo grande rivale, Miguel Indurain, in fondo preparava la stagione concentrandosi sui grandi giri. E, spesso, solo sul Tour.
Sì, lui si focalizzava sul Tour de France e perciò, quando arrivavi lì, era quasi impossibile batterlo, anche perché aveva molte cronometro a favore. E poi aveva pure una squadra fortissima e con quel vantaggio era difficile staccarlo in salita.

L’altro tua grande rivale è stato Claudio Chiappucci.
Chiappucci lo sento spesso, Indurain molto meno, però quando capita di vederci parliamo con allegria dei vecchi tempi: gli anni sono passati, ma l’amicizia è rimasta intatta. Quando Claudio ha partecipato all’“Isola dei famosi” ed è arrivato secondo mi è venuto spontaneo scherzare con lui anche in pubblico e dirgli: «Arrivi sempre secondo, neanche all’Isola riesci a vincere!». Chissà perché, poi.

Al di là dei watt, nel libro racconti quanto conti il fattore mentale in una corsa. Quanta voglia hai, quanta tenacia, quanto conta la motivazione.
Oggi tengono sotto controllo i watt tutto il tempo: sai quando sei sotto la soglia e puoi spingere, quando sei fuori soglia e devi tenere il dato sotto controllo, quando sei in pre-soglia… Ma non è più ciclismo, è tutto a tavolino: è un laboratorio. Si tratta il corpo come una macchina, devi solo controllare di non andare fuori giri. Noi avevamo il cardiofrequenzimetro, è vero, ma non lo guardavamo mai: registrava i dati e basta. E non piaceva a nessuno perché condizionava molto.

E le regole sul non lanciare più via le borracce e non adottare certe posizioni in bici?
Sulle posizioni sono d’accordo, perché alcune posizioni sono pericolose e spero che i corridori capiscano che non è una decisione presa contro di loro, ma per la loro sicurezza. I più bravi sono anche capaci di andare forte in certe posizioni, ma chi è meno capace e, magari, resta anche in mezzo al gruppo, rischia di diventare un pericolo per tutti. Ma, soprattutto, è una decisione che ha senso per la sicurezza di quelli che tentano di imitarli: i giovani copiano i professionisti, ma rischiano di farsi molto più male se cadono.

E le borracce?
Anche in questo caso sono d’accordo: le borracce non vanno lanciate e anche le carte di quello che consumi in gara non vanno buttate per terra. Tutto il mondo si sta accorgendo che l’ecologia è un tema fondamentale e che siamo di fronte a un problema da affrontare. Anche il ciclismo deve dare l’esempio, vedere buttare le borracce o le cartacce in giro non è più un’immagine che può essere accettata. Dà fastidio. E quindi è giusto che i corridori ci facciano attenzione, e lo stanno già facendo. Almeno i professionisti. Mi pare che, invece, i dilettanti non abbiano recepito ancora per bene il messaggio. Sulle borracce, però, bisognerebbe essere meno drastici. Va bene impedire al corridore di lanciarla per terra dove capita, ma almeno andrebbe lasciata la possibilità di regalarla al pubblico in qualche modo. In ogni caso è chiaro che questi nuovi regolamenti hanno bisogno della collaborazione di tutti, perché sono esperimenti necessari, ma in una fase iniziale: se c’è qualche errore bisogna poter correggere subito.

Stai seguendo il Giro?
No, o meglio, non attraverso la tv. Non mi piace più ascoltare il commento, mi condiziona molto. Mi piace leggere i risultati e costruirmi la mia impressione della corsa. Mi pare che sia tutto ancora molto aperto. Prima dell’ultima settimana non credo che la corsa prenderà una direzione netta.

Sei anche disaffezionato?
No, le corse mi piacciono ancora. Sono proprio i commenti che non mi piacciono più. Voglio vedere da solo come va la corsa, perché io le conosco le corse, so come vanno e dove vanno, non mi piace quando qualcuno le ricostruisce per me.

In bici vai spesso?
No, ci vado poco, però mi piacerebbe andarci ancora.

Con l’esperienza che hai adesso, c’è qualche corsa che ti piacerebbe correre di nuovo?
No, nessuna.

Perché sei soddisfatto di quello che hai fatto?
Perché si fa troppa fatica e sto bene anche senza farla. Si fatica anche a fare le gran fondo, quindi figurati te. Preferisco fare una passeggiata piuttosto che una competizione.

Anche dalla lettura del libro si capisce che, a un certo punto, tu ti sia sentito pienamente realizzato di ciò che avevi fatto.
Sì, è come nella vita dei piloti: a un certo punto devi scendere dal jet e fare un altro tipo di lavoro. Arriva il momento in cui ti accorgi che non sei più quello che potevi essere da giovane e allora devi scendere dal sellino. Per me non devi pensare che non c’è altro a disposizione e perciò ti tocca andare avanti e stare lì per una vita, no, arriva il momento in cui devi cedere il posto a qualcuno che può certamente dare più di te.

La prefazione del libro l’ha scritta Romano Prodi.
Ho pedalato con lui, lo conosco e lo stimo come persona. Ha una grande passione per il ciclismo e, quando gli ho chiesto di fare la prefazione, ha accettato molto volentieri. È una persona che ama questo sport e che, quando può, va in bicicletta. E per questo lo stimo come amico, come persona e come professore. Ma soprattutto è una persona che sa e capisce cosa vuol dire andare in bicicletta. Non serve neanche andare forte per capirlo. Basta andarci. Ma è importante. Perché con la bici si conosce e si capisce la fatica. E troppi, anche tra i politici, non sanno cos’è davvero la fatica del lavoro, figuriamoci quella della bicicletta. E infatti, i risultati si vedono.