Le parole son importantiTra Prosecco e Prosek la guerra dei nomi

La notizia è recente: l’UE ha detto sì al Prosek croato. Molto di più un’omonimia, è una minaccia per quello che è il vino italiano più venduto nel mondo. E la battaglia per il nome è una battaglia per la qualità

«Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus». L’ultima frase de “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco ricorda che delle cose resistono solo i nomi. Anche quando si parla di vino. Per questo ha tanta importanza la decisione della Commissione europea di procedere alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale Ue della domanda di registrazione della denominazione Prosek come STG, Specialità Tradizionale Garantita. Prosek è un vino da dessert croato, prodotto nella zona meridionale della Dalmazia, un passito dolce, che nulla ha a che spartire con il nostro Prosecco, se non l’assonanza del nome. Un nome che è bandiera del Made in Italy, e che definisce il vino italiano più venduto nel mondo, il più conosciuto e apprezzato, fresco e conviviale, versatile e accattivante. Il suo nome deriva dal toponimo “Prosecum”, un piccolo centro confinante a sud est con il vescovado di Trieste e a nord con il territorio di Duino: ancora oggi Prosecco è una località della provincia di Trieste. E il suo nome è diventato un prezioso oggetto da tutelare, proprio perché legato all’amatissimo vino.

I numeri
«Sono oltre 620 milioni le bottiglie prodotte dalle tre denominazioni d’origine del Prosecco – fanno sapere da Unione italiana vini (Uiv) – di queste, 370 milioni sono esportate. Complessivamente il mercato dello sparkling tricolore più famoso nel mondo vale 2 miliardi di euro di fatturato annuo di cui un miliardo all’estero (2020), l’equivalente del 16% sul totale export italiano. Il Prosecco è un nome geografico e pertanto la protezione dell’Ue si estende contro fenomeni di usurpazione, compresi quelli generati da sinonimi. Infine, l’Unione non può sottovalutare il rischio di confusione per il consumatore: il nome Prosek richiama inevitabilmente, per un “consumatore normalmente informato” (come ricordato dalla Corte di Giustizia), le bollicine del nostro Paese».  Parole a cui fanno eco quelle di un’altra associazione: «Il Prosecco è un’eccellenza del nostro Paese e qualifica lo stile di vita italiano al pari del caffè espresso e degli spaghetti – sottolinea con forza Giancarlo Deidda, presidente di Fuoricas@, Fipe-Confcommercio -. Uno stile di vita che si sublima nei 350mila locali italiani, dove la sapienza di migliaia di lavoratori, bartender e sommelier, consente di somministrare il prosecco alla giusta temperatura e nelle giuste modalità. Noi siamo il terminale ultimo di una filiera agroalimentare che produce, distribuisce e infine somministra uno spumante di qualità eccellente e come tali siamo pronti a fare la nostra parte in questa battaglia».

In prima fila in questa battaglia sono, ovviamente i produttori. «La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale UE della domanda di registrazione del prodotto croato denominato Prosek è sconcertante. L’impegno e la fatica dei viticoltori del Conegliano Valdobbiadene sono concretamente minacciati, così come lo è un prodotto simbolo del made in Italy. Dobbiamo fare squadra per proteggere il nostro prodotto e il nome Prosecco ma anche per non creare pericolosi precedenti. L’Italia è ricca di prodotti simbolici amati in tutto il mondo e la loro difesa è fondamentale per l’economia italiana» a parlare è Elvira Bortolomiol, Presidente del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG, che continua: «Ci muoviamo da anni come Sistema Prosecco, società costituita nel 2014 con lo scopo di coordinare in Italia e nel mondo la protezione delle Denominazioni (Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG, Prosecco DOC, Asolo Prosecco DOCG), insieme alle istituzioni italiane per combattere le frodi e imitazioni e fronteggiare le minacce al nome e al prodotto.  Questa è un’occasione in cui non possiamo perdere di vista il nostro obiettivo. É troppo importante proteggere il nostro nome. Insieme agli altri attori del Sistema Prosecco, saranno messe in atto tutte le misure di contrasto necessarie, perché in Italia come all’estero l’attenzione sul tema è forte e anche i risultati molto soddisfacenti»

Produttori in prima linea
E lo sconcerto è il sentimento dominante anche tra i singoli produttori. Ad alcuni di loro abbiamo chiesto di raccontare l’importanza del nome Prosecco, e di spiegare perché la sua tutela sia fondamentale.
«Esiste un vino locale croato, che si è sempre chiamato Prosek. Durante una mia vacanza, una quindicina di anni fa, l’ho trovato e l’ho comprato». A raccontare è Pierluigi Bolla, presidente di Valdo Spumanti, che sottolinea l’importanza che hanno storia e territorio in questa vicenda: «Prosecco oggi è un nome geografico, che definisce una regione. Una regione geografica, come può esserlo  il Soave, il Chianti o la Champagne, che è stata definita con una modifica dello statuto, all’interno della quale sono state create due zone: Conegliano Valdobbiadene, territorio collinare storico, tutelata dal marchio DOCG, e l’area DOC in pianura.

Contemporaneamente si è allargata la DOC al Friuli Venezia Giulia, con un richiamo al nome del comune di Prosecco.  E intanto l’uva con cui il vino viene prodotto, che prima si chiamava prosecco, è stata chiamata Glera.  Questo proprio per tutelare il nome, ed evitare che, come stava accadendo, l’uva “prosecco” possa essere coltivata ovunque, in Puglia come in Germania o in Romania. La richiesta dei produttori Croati vuole evidentemente sfruttare a proprio vantaggio il successo internazionale del Prosecco: bisogna poi vedere come si muoveranno in futuro, se vogliono fare una versione spumante, il problema diventa maggiore». È ancora Bolla a ricordare come nel mondo ci siano decine di nomi che imitano quello del Prosecco, dal consecco al persecco. Ma un Prosek spumante sarebbe davvero troppo. Su questa linea è anche Giancarlo Moretti Polegato, presidente di Villa Sandi, che spiega: «Dubito che i Croati abbiano fatto questa operazione per vendere poche bottiglie di vino dolce: il secondo passo sarà con ogni probabilità quello di fare una modifica al disciplinare e mettersi a produrre spumante, creando un danno e una confusione maggiore. Io sono membro del Comitato di Presidenza del Consorzio Tutela Prosecco DOC e stiamo preparando ricorsi, appoggiati dal Ministero. La Commissione UE ha accolto la richiesta ritenendo che non ci possa essere confusione perché si tratta di un vino diverso, con una storia diversa e un nome scritto in modo diverso. Dopo che la richiesta è stata accolta, questa viene pubblicata in Gazzetta Ufficiale, e dalla pubblicazione ci sono 60 giorni per fare ricorso. Ed è quello che faremo, perché il nome crea confusione nel consumatore. Ma non possiamo farlo da soli: ci vuole forza politica, non solo tecnica. Potremo vincere se avremo l’appoggio anche di altri Paesi appartenenti alla UE, Paesi come la Spagna e la Francia, oggetto di “attacchi” di questo genere, e a cui non conviene assolutamente che si crei un precedente». Una volta di più viene sottolineata con forza l’importanza di proteggere questo nome. «Nome che – spiega Moretti Polegato – deriva dalla località nei pressi di Trieste dove sono state piantate le prime viti di quella che adesso chiamiamo Glera. Ma qui la coltivazione della vite non si è sviluppata più di tanto, perché il terreno carsico non era favorevole. Allora le viti sono state portate nel Trevigiano, dove la loro coltura si è sviluppata come sappiamo. La scelta di legare il nome Prosecco al territorio e di chiamare l’uva Glera è stata fatta proprio per maggiore tutela: il nome di un vitigno non è difendibile, posso piantare un tipo di uva dove voglio, mentre non posso esportare il nome di un territorio». Un territorio chiaramente delimitato dal 2009: da allora non è più possibile denominare Prosecco il vino prodotto al di fuori di determinate zone, quella storica tra Conegliano e Valdobbiadene con il suo DOCG Superiore, quella di Asolo con il suo DOCG ed il nuovo nato DOC di Trieste, Gorizia, Udine, Pordenone, Venezia, Treviso, Belluno, Padova e Vicenza.

Alla storia  del prodotto e del territorio si richiama anche Federico Dal Bianco, vicepresidente di Masottina, che ricorda che: «Già nella mappa napoleonica della zona di Conegliano si trovava una località chiamata “ai prosecchi”. Ma soprattutto bisogna sottolineare che il Prosecco come lo intendiamo oggi è nato a Conegliano. È qui che è stato concepito il Prosecco come vino rifermentato in autoclave, mentre precedentemente si realizzava con una fermentazione in bottiglia. È a Conegliano che alla fine dell’Ottocento viene fondata la Scuola Italiana di Enologia: nell’ambito della scuola il dottor Carpenè ha trovato il modo di modificare il metodo Martinotti per adattarlo alle nostre uve. Il metodo voleva essere meno costoso di quello usato per produrre lo Champagne: Carpenè lo ha modificato, interpretando le caratteristiche della Glera, comprendendo che una seconda fermentazione lunga avrebbe tolto freschezza al nostro vino. Così ha adattato i tempi per ottenere il prodotto oggi tanto amato: fresco, profumato di frutta e di fiori, “semplice” e diretto. Tutti pensiamo che sia nato 20 anni fa, ma in realtà il Prosecco moderno risale alla fine dell’Ottocento. E l’istituzione della DOC al 1969. Vent’anni fa abbiamo assistito semplicemente al boom delle nostre bollicine». Proprio pensando alla profondità di questa storia, Dal Bianco definisce la decisione dell’UE «sconcertante. E preoccupante. Se il vino italiano più venduto nel mondo non viene tutelato, quale tutela ci possiamo aspettare per il resto del made in Italy? Questo è un attacco non solo al Prosecco, ma a tutte le denominazioni italiane. E una mancanza di protezione anche per il consumatore, che rischia di essere indotto in errore. Per questo i consorzi, che tanto si sono applicati a proteggere il nome prosecco, sono sul piede di guerra. Ma non basta: spero che non saremo soli in questa battaglia, e che intervenga anche la politica in maniera massiccia, che ci sia una forte reazione istituzionale».

Ma ci sono anche le voci fuori dal coro. E c’è chi, pur mantenendo la passione per l’identità del prodotto e del territorio, ha scelto di allontanarsi dal nome: «Proprio in previsione della probabilità che potessero accadere situazioni come questa – afferma Loris Dall’Acqua, a.d. ed enologo di Col Vetoraz  – l’azienda ha fatto la scelta precisa di allontanarsi dal termine Prosecco, preferendogli, a partire dalla vendemmia 2017, quello di “Valdobbiadene DOCG”, definizione comunque prevista da disciplinare. Noi produciamo ciò che siamo e in ogni calice dei nostri spumanti ci sono le nostre radici, quelle di una terra che ci ha visto nascere ed evolvere».  Nell’ottica dell’azienda, dunque, il nome rischiava di essere banalizzato.

Insomma, imitato e copiato, invidiato, difeso e tutelato, ripudiato o amato alla follia, il nome del Prosecco è sempre sotto i riflettori. Del resto, diceva Dante, “nomina sunt consequentia rerum”. Così, il successo del Prosecco risiede anche nel suo nome.