Economia della conoscenzaLa crescita della spesa pubblica sarà finanziata con più tasse o maggior debito?

Il passaggio dall’energia fossile a quella rinnovabile non sarà indolore. Metterà in difficoltà le industrie consolidate intorno alle vecchie tecnologie che occupano milioni di lavoratori e le aree con poca concorrenza. Per formare le nuove competenze e attenuare l’impatto della disoccupazione bisognerà spendere, ma come?

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L’economia detta della conoscenza è diversa da quella detta fordista che nasceva nel secolo scorso dalla rivoluzione dell’elettricità, della chimica, del motore a scoppio, e che si materializzava nei giganteschi agglomerati d’impresa. L’economia della conoscenza nasce, infatti, dalla tecnologia informatica e porta a delle modeste aggregazioni d’impresa. Con l’economia delle grandi concentrazioni di fabbrica si aveva un addensamento dei redditi entro il ceto medio. Con l’economia della conoscenza sono premiati i lavoratori molto e mediamente qualificati, con gli altri che sono spesso dei precari. Questa trasformazione porta a un incremento delle diseguaglianze. Lo sviluppo dell’economia della conoscenza potrebbe essere bloccato se le forze politiche decidessero di ridurre significativamente le diseguaglianze. L’economia della conoscenza potrebbe, invece, continuare a svilupparsi in presenza di un intervento qualificato dello stato sociale.

Oltre all’economia della conoscenza sono oggi in azione anche le trasformazioni per far fronte ai mutamenti climatici. I finanziamenti europei toccano in maniera indiretta e diretta entrambi processi. Si hanno, infatti, sia le politiche volte ad accrescere la profondità informatica dell’economia, sia quelle volte a creare un’economia meno inquinante. Potrà – passato il periodo euforico in cui, non accadendo nulla di concreto, nessuno si muove, e tutti osservano estasiati il futuro – sorgere un’opposizione a questa duplice grande trasformazione?

L’opposizione – politica ed economica – alle grandi trasformazioni si ha quando: 1) non si vede un’eguale distribuzione dei benefici, ossia quando una parte della popolazione è penalizzata, mentre un’altra è beneficiata, 2) quando si vedono solo i rischi nel breve periodo, ma non si vedono i benefici di lungo periodo, 3) con l’aggravante del grado di incertezza: tanto maggiore è quest’ultima tanto maggiore è l’opposizione.

Il passaggio dall’energia fossile a quella rinnovabile non potrà che mettere in difficoltà le industrie consolidate intorno alle vecchie tecnologie che occupano milioni di lavoratori. Un esempio è quello dei gilet gialli francesi del 2018. Un incremento delle accise per ridurre il consumo di energie non rinnovabili aveva portato a una rivolta. Dopo poche settimane questo aumento è stato congelato. Un altro esempio è quello delle aree degli Stati Uniti legate all’estrazione del carbone che alimenta la produzione di energia elettrica, aree che occupano quasi tre milioni di persone. Il passaggio alle energie rinnovabili porterebbe alla perdita di questi posti di lavoro. Si intravvedono le prime tensioni a partire dalle aree colpite.

Nei modelli economici dagli anni Quaranta fino agli anni Ottanta si assumeva che i dismessi dei settori meno competitivi sarebbero passati ai settori più competitivi in poco tempo, e senza particolari frizioni. Quest’assunzione aveva funzionato fra i Paesi sviluppati aperti al libero commercio per i primi decenni del Secondo dopoguerra. Poi è arrivata la competizione dall’Asia che ha impedito la rioccupazione veloce. E ora è arrivata la combinazione dell’economia della conoscenza e del salvataggio climatico del pianeta che potrebbe fermare la rioccupazione veloce.

Una delle cause che impedisce la rioccupazione veloce è la diffusione delle imprese. Questa non è omogenea su tutto il territorio, ma è concentrata in alcune aree geografiche. Se un’area è molto specializzata e va in crisi, ecco che nella stessa area è difficile trovare lavoro nelle imprese che svolgono un lavoro diverso, perché non ve ne sono e/o ve ne sono ma non a sufficienza. Da qui la forte domanda di protezione che emerge nelle aree economiche messe peggio. E a fronte di questa domanda, sorge l’offerta politica di protezione.

La combinazione dell’economia della conoscenza con lo sviluppo delle energie rinnovabili chiede di riqualificare la spesa sociale sia per formare le nuove competenze sia per attenuare l’impatto della disoccupazione che si formerà nei settori tradizionali. Indipendentemente dall’agire di queste due forze abbiamo la ormai lungamente dibattuta dinamica demografica – ossia l’invecchiamento della popolazione che si manifesta con sempre meno giovani in rapporto agli anziani – che chiede una spesa crescente per le pensioni e per la sanità. Insomma, siamo entrati a pieno titolo nell’epoca del rinnovato grande intervento dello stato. 

La prima fase di espansione della spesa dello stato che si è avuta nel secondo dopoguerra era finanziata dalla crescita delle imposte. La fase successiva di incremento della spesa non è stata più finanziata dalla crescita delle imposte per la resistenza di chi le pagava. Si è così passati prima al finanziamento della maggiore spesa con l’emissione di moneta e obbligazioni, e poi di sole obbligazioni. I debiti pubblici, che si materializzano nella forma delle obbligazioni, sono prima cresciuti molto, e poi si sono stabilizzati. Con l’arrivo del coronavirus i debiti pubblici da che si erano stabilizzati sono cresciuti in misura significativa. La crescita della spesa pubblica nel prossimo futuro, di cui si sono tratteggiate le ragioni, come sarà finanziata, con le maggiori imposte o con il maggior debito?