Arsenale di illegalitàLa guerra chimica e tutte le armi scorrette che sta usando l’esercito di Putin

Missili termobarici, bombe a grappolo, attività biologiche militari: la Russia sta adoperando qualsiasi mezzo per cercare di venire a capo di un conflitto in cui, almeno per il momento, non riesce a ottenere quel che vorrebbe

AP/Lapresse

Quando la Russia nega categoricamente qualcosa, di solito poi la fa. Le smentite plateali hanno preceduto le invasioni di Georgia, Crimea e dell’Ucraina che, secondo l’ultima formulazione della propaganda del Cremlino, non hanno nemmeno «attaccato per primi».

Fanno parte dello stesso cerimoniale anche le accuse agli Stati Uniti di minacce biologiche (inventate) e le illazioni della Cina su fantomatici laboratori. Suona, anche nella cronologia, come un’apologia preventiva ai crimini di guerra e fa temere che le armi chimiche siano la prossima voce nell’arsenale di illegalità, oltre ai missili termobarici e alle bombe a grappolo già sparate sui civili ucraini.

Il segnale da non sottovalutare, secondo l’amministrazione americana, è proprio la convergenza tra i russi e Pechino. L’allineamento coinvolge sia i media di Stato, come il colosso televisivo CCTV, sia i vertici, con il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che ha ripetuto le teorie cospirative scandite dall’impassibile capobanda della diplomazia putiniana, Sergej Lavrov.

A Lijian, e quindi al governo comunista, le mistificazioni sulle «attività biologiche militari» fanno comodo per imputare all’Occidente una pandemia cominciata a Wuhan.

Sono a favore della Russia più della metà dei post più virali condivisi dai media cinesi sul social Weibo, durante i primi otto giorni di guerra.

In molti casi, ha scoperto un’analisi della Cnn, le informazioni riportate dalle testate erano le stesse degli organi ufficiali del Cremlino. «Dopo le falsità della Russia, con la Cina che ha appoggiato questa propaganda – ha detto la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki – dobbiamo aspettarci un possibile uso di armi chimiche o biologiche da parte della Russia in Ucraina». Al Pentagono non risulta che siano state impiegate sul campo. Almeno per adesso.

«Se vuoi conoscere i piani della Russia, guarda cosa la Russia accusa gli altri di pianificare», profetizza il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. È il teorema del Cremlino. Va così ogni volta. Imboccati dall’alto, i media hanno tacciato i ribelli siriani di stare assemblando armi chimiche, poco prima che Mosca ne avallasse l’utilizzo.

In Siria, l’aviazione di Bashar al Assad, alleato dello zar, ha colpito i civili con bombe al cloro e li ha soffocati con il sarin, un gas nervino: si stima che siano avvenuti trecento attacchi di questo tipo nel Paese.

In teoria, la Russia fa parte dei 193 Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione sulle armi chimiche (Cwc) del 1997. Non istituisce solo il divieto di adoperarle, ma tra gli impegni al disarmo vincola i firmatari a smantellare gli arsenali. Prevede ispezioni e controlli. Agli osservatori internazionali risulta che sia stato disinnescato il 99% dell’armamentario degli Stati aderenti. Il dato sembra da aggiornare di fronte alla condotta dell’autocrazia di Vladimir Putin negli ultimi anni, tra i teatri di guerra e il tentativo di avvelenare i dissidenti, su tutti Alexei Navalny.

«Per la Russia – ha scolpito un editoriale su Global Biodefence – riesumare l’utilizzo dell’agente nervino Novichok con l’obiettivo di assassinare è un chiaro segnale che non solo al Cremlino non importa niente il rispetto degli impegni presi con la Convenzione sulle armi chimiche, ma sembra trarre una particolare soddisfazione nel violarli. Da questo punto di vista, Putin ha preso in prestito una pagina dal manuale del presidente siriano Assad su come usare le armi chimiche per indebolire l’opposizione e rafforzare la solidità del regime».

Il conflitto in Ucraina viene paragonato da diversi analisti a quello in Siria. Per l’avanzata difficoltosa e la resistenza a oltranza, per la brutalità indiscriminata, per le vittime civili, per la fuga di massa di profughi verso l’Europa e per le devastazioni patite dalle città. E c’è appunto lo spettro delle armi chimiche. Ma il Cremlino sta già giocando sporco, lo ha fatto fin dall’inizio.

L’esercito russo sta sparando missili termobarici. Lo ha confermato il ministero della Difesa britannico. Sono stati dislocati in Ucraina i lanciarazzi multipli TOS-1A, già impiegati massicciamente in Afghanistan e in Cecenia. Anche se questi armamenti non sono banditi, è proibito utilizzarli contro i civili.

I razzi termobarici montano un recipiente di combustibile e due cariche: lo scoppio della prima serve a disperdere il liquido infiammabile, quello della seconda a dargli fuoco mentre è ancora in aria. Il risultato è un’onda di fiamme e calore. Risucchiano l’ossigeno e creano un fortissimo sbalzo di temperatura che danneggia gli organi interni, a partire dai polmoni. I cingolati corazzati russi possano lanciare 30 missili in 15 secondi, con un raggio di sei chilometri.

È accertato anche l’uso di bombe a grappolo in Ucraina. Mosca (come Cina e Stati Uniti) non ha mai ratificato il trattato che mette al bando questo tipo di ordigni, che rilasciano una pioggia di altre munizioni più piccole che scoppiano al contatto con l’obiettivo, oppure si appoggiano al suolo come mine. Per l’Onu si tratta a tutti gli effetti di un crimine di guerra: l’ennesimo, e sono ancora negli occhi dell’opinione pubblica mondiale le immagini dell’ospedale di Mariupol bombardato.

Le bombe a grappolo sono pericolose perché possono restare inerti a lungo. Ancora nel 2015, le bombe a dispersione hanno ucciso 417 persone: più di un terzo erano bambini. La maggior parte di loro in Siria (248), dove Putin era appena intervenuto al fianco di Assad, Yemen (104) e Ucraina (19).

Per gli attivisti della Coalizione contro le bombe a grappolo c’è un legame tra la Russia e l’uso di questi esplosivi, da settembre 2015, nei territori in mano all’opposizione siriana. Mosca, che in una lugubre eco di quel periodo sta reclutando ex miliziani del’Isis per mandarli a combattere in Ucraina, ha sempre rigettato ogni responsabilità. Le menzogne dell’ultimo periodo autorizzano ad avere qualche dubbio.

In Europa, le armi chimiche non avvelenano (almeno secondo la cronistoria ufficiale, che sul loro utilizzo nei Balcani è divisa) un campo di battaglia da più di un secolo. Gli ultimi a impiegarle sono stati gli inglesi nel 1919, come ha fatto notare l’Economist, durante la guerra civile russa. Nel 2018, Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno risposto coi bombardamenti alle armi chimiche di Assad. Chissà se oggi «basterebbe» per convincere le potenze democratiche – così attente a non provocare Putin, che intanto però continua ad alzare la posta, in un’escalation di complicità – a smettere di negare agli ucraini, riforniti di equipaggiamento, almeno la no fly zone.