La dichiarazione di VersaillesL’Ue aumenta le sanzioni contro la Russia (ma glissa sull’adesione dell’Ucraina)

Dal summit dei leader europei arrivano un quarto pacchetto di misure economiche contro il Cremlino, la promessa dell’indipendenza energetica da Mosca entro il 2027 e un impegno a finanziare strumenti di difesa

LaPresse

«La guerra in Ucraina è un punto di svolta per la storia dell’Europa», dice il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron alla fine della riunione informale del Consiglio europeo di Versailles. Nella reggia dove fu firmato il trattato di pace che pose fine alla Prima Guerra Mondiale, i Capi di Stato e di governo dei 27 Paesi dell’Ue hanno elaborato una dichiarazione dai toni risoluti, che detta la linea per un confronto a tutto campo con la Russia. La Commissione ha proposto un nuovo pacchetto di sanzioni: un altro passo cruciale della risposta complessiva europea, che verrà completata nella prossima ufficiale dei leader, in programma a Bruxelles il 24 e 25 marzo.

Disconnessione dalla Russia
La maggior parte dei 27 punti approvati nella Dichiarazione di Versailles affronta i diversi aspetti e le conseguenze del conflitto in corso, definito «uno spostamento tettonico» per gli equilibri del continente. La prima conseguenza è una postura europea più rigida in materia di difesa, con gli Stati concordi nell’aumentare gli investimenti nel settore. La Commissione europea formulerà entro maggio un’analisi dettagliata dei ritardi da colmare, ma molti governi hanno già annunciato un incremento di spesa e i membri europei della Nato sembrano convinti di raggiungere la soglia del 2% del proprio Pil stabilita nel 2018.

A livello comunitario, è stato convenuto un «maggiore utilizzo» dello e European Peace Facility, lo strumento attraverso cui l’Ue ha fornito 500 milioni di euro in aiuti militari all’Ucraina. Non è stata messa nero su bianco una cifra, ma l’idea suggerita dal presidente del Consiglio europeo Michel è quella di raddoppaire il budget. Allo stesso tempo, i prossimi passi in questa direzione saranno delineati con la bussola strategica, il piano geopolitico dell’Ue che dovrebbe essere approvato entro la fine del mese. «Non avremo un esercito europeo, ma serve poter dislocare delle truppe se ce n’è bisogno. L’Ue deve poter agire quando e dove non lo fa la Nato», ha sottolineato l’Alto rappresentante per gli Affari esteri Josep Borrell.

Dalla Commissione è arrivato un nuovo pacchetto di sanzioni, il quarto, per isolare ancora di più la Russia dalla comunità internazionale, come ha affermato la presidente Ursula von der Leyen. Quando saranno approvate ufficialmente, al Paese verrà negata la «clausola della nazione più favorita», un meccanismo commerciale che garantiva alle sue merci dazi doganali ridotti. Gli oligarchi vicini al Cremlino saranno colpiti tramite il congelamento anche dei loro patrimoni in criptovalute, mentre i russi benestanti non potranno più acquistare beni di lusso provenienti dai Paesi europei, per cui è previsto un divieto totale di esportazioni. Sospese anche le importazioni di ferro e acciaio dalla Russia e tutti i nuovi investimenti europei nel Paese nel settore dell’energia, in un estremo tentativo di togliere al governo di Vladimir Putin le risorse economiche necessarie a sostenere l’invasione. 

Si tratta di un passo ulteriore verso la rottura di qualsiasi rapporto economico con Mosca, che sarebbe l’extrema ratio delle ritorsioni. Un’ipotesi da non escludere in futuro, come ha confermato il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, la cui percorribilità dipenderà dall’evoluzione del conflitto sul campo. Ma i governi europei sono piuttosto divisi sul tema, spiegano a Linkiesta fonti comunitarie. Ci sarebbe una schiera di Paesi più inclini alla linea dura, guidata da Polonia e Paesi Bassi, mentre altri predicano prudenza. Tra questi ultimi, Francia e Grecia, ma soprattutto Germania e Italia, preoccupate per i problemi di approvvigionamento energetico in caso di embargo totale al gas russo o di disconnessione di tutte le banche russe dal sistema Swift.

Proprio l’energia è uno dei nodi della risposta europea all’invasione. Il Consiglio dichiara l’obiettivo di terminare «quanto prima la dipendenza da gas, petrolio e carbone provenienti dalla Russia», che al momento contano rispettivamente per il 40%, il 26% e il 46% del totale delle importazioni. Obiettivo dunque ambizioso, da perseguire tramite la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, l’approvvigionamento da altri Paesi, l’utilizzo di gas naturale liquefatto e biometano, l’aumento degli investimenti sulla produzione di idrogeno e le misure di efficientamento energetico. Praticamente tutti i punti compresi nel pacchetto REPowerEU presentato qualche giorno fa dalla Commissione, che ora promette un piano dettagliato il prossimo maggio, per raggiungere il traguardo entro il 2027.

In parallelo, hanno fatto capire i 27 leader, bisognerà lavorare sul mercato interno, per frenare l’aumento dei prezzi dell’energia che si ripercuote sui cittadini europei. Ursula von der Leyen ha annunciato una serie di opzioni di emergenza pronte entro la fine del mese, con una proposta per lo stoccaggio comune del gas. Alcuni Paesi, come la Spagna, spingono molto su questo aspetto: il Primo ministro di Madrid Pedro Sánchez ha insistito sulla necessità di scorporare i prezzi dell’elettricità da quelli del gas, decisione che spera di ottenere nel Consiglio europeo di fine marzo.

L’autonomia strategica dell’Unione verrà comunque perseguita anche in altri settori: il rifornimento di materie prime, di semi-conduttori (tramite l’European Chips Act), medicinali, tecnologie digitali e cibo. Il problema della sicurezza alimentare, che potrebbe essere messa a repentaglio da un conflitto tra due grandi produttori di grano, dovrà essere affrontato dalla Commissione al più presto. Nella dichiarazione si indica già una strada: l’aumento della produzione delle proteine vegetali.

Le intese mancate
Tutti questi capitoli di spesa potrebbero richiedere investimenti comuni da finanziare a livello europeo, come ha dato a intendere il presidente Macron. Francia e Italia sembrano i maggiori sostenitori della possibilità di un nuovo piano comune di debito, che ricalchi quanto fatto con il Next GenerationEu per affrontare la pandemia da Covid19. Sul punto, tuttavia, non si è trovata la quadratura del cerchio.

Alcuni capi di governo, come il Primo ministro croato Andrej Plenković hanno sostenuto l’idea, altri come l’olandese Mark Rutte, si sono opposti: «I Paesi Bassi non sono a favore di una mutualizzazione del debito. Dobbiamo trarre il massimo dagli strumenti esistenti». Nella dichiarazione c’è quindi solo un generico impegno ad assicurare la sostenibilità del debito pubblico di tutti gli Stati membri, con le politiche fiscali nazionali che inevitabilmente rifletteranno il nuovo scenario geopolitico. Il testo si conclude con una strategia in sei punti per favorire gli investimenti nell’Ue.

Ciò che invece non è incluso nel piano d’azione europeo sono sostanziali novità sul percorso dell’Ucraina verso l’Ue. I capi di Stato e di governo hanno ribadito, come già affermato da von der Leyen, che il Paese «appartiene alla famiglia europea»: un’affermazione dalla forte carica simbolica, ma vaga nei suoi effetti concreti.

Il Consiglio ha chiesto ufficialmente alla Commissione di valutare la richiesta ucraina, così come quelle di Georgia e Moldova, ma si tratta di una formula più rituale che sostanziale. Resta molto difficile l’ipotesi di una «procedura accelerata» invocata dal presidente Volodymyr Zelensky. Lo stesso Macron ha spiegato che non si può avanzare in maniera spedita nell’ammettere un Paese impegnato in un conflitto armato. 

La porta resta socchiusa e nel frattempo proseguiranno l’assistenza economica (appena versata la prima delle quattro tranche da 300 milioni di euro) e quella umanitaria: i Paesi europei saranno autorizzati a usare in maniera più flessibile i fondi comunitari per l’accoglienza dei profughi. Al momento, è il massimo sforzo che l’Europa può permettersi per l’Ucraina. 

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