La vera superpotenza agricolaIl piano europeo per combattere la prossima crisi alimentare

La guerra in Ucraina crea seri problemi a produttori e consumatori: Bruxelles risponde con sussidi e permessi per gli aiuti di Stato. A Kiev 330 milioni per garantire cibo alla popolazione

AP/Lapresse

L’Unione europea è una «superpotenza agricola» e non morirà di fame. Quest’anno le servirà produrre più cibo, sostiene il commissario europeo all’Agricoltura Janusz Wojciechowski: la riduzione delle importazioni dall’Ucraina a causa della guerra metterà alle strette alcune filiere e l’aumento dei prezzi di energia, mangimi e fertilizzanti colpirà l’intero settore. Per questo la Commissione ha presentato un pacchetto di contromisure, con l’obiettivo non solo di aiutare agricoltori e consumatori europei, ma anche di garantire la sicurezza alimentare degli ucraini e continuare a sfamare Nordafrica e Medio Oriente.

Il supporto all’Ucraina
Cereali, olio di girasole e mangimi per animali sono i pezzi forti dell’esportazione agroalimentare ucraina, spesso coincidenti con quella russa. Il grano di Kiev vale circa il 10% del mercato mondiale, quello di Mosca il 24%, secondo i dati forniti dalla Commissione: insieme è circa un terzo della produzione complessiva. Discorso simile per l’orzo (13% e 14%) e ancora più accentuato per l’olio di semi di girasole: l’Ucraina ne produce più della metà di quanto se ne consuma nel mondo e la Russia un altro quarto.

Non tutte le coltivazioni sono interessate direttamente dal conflitto, ma l’invasione intacca l’intero sistema, come ha spiegato di recente il ministro ucraino dell’Agricoltura Roman Leshchenko ai suoi colleghi europei: alcune infrastrutture agricole sono prese di mira dall’esercito russo per tagliare i rifornimenti alle città, nelle campagne i contadini non hanno abbastanza semi e fertilizzanti perché le filiere sono bloccate, agli allevatori scarseggia il mangime per gli animali e i bombardamenti bloccano nei porti una grande quantità di derrate alimentari (circa cinque milioni di tonnellate di grano, dicono le stime della Commissione).

Per far fronte alle esigenze immediate degli ucraini, è stato proposto un fondo di emergenza europeo di 330 milioni di euro: serviranno a proteggere la popolazione più vulnerabile dalle carenze alimentari e sviluppare un piano di sicurezza alimentare a breve e medio termine. Questi soldi, insieme agli 85 milioni di aiuti umanitari già stanziati e al miliardo e duecento milioni di assistenza macro-finanziaria per l’Ucraina, dovrebbero aiutare il governo a mantenere operativi i collegamenti tra industrie, fattorie e magazzini, contribuendo così anche a sostenere la resistenza del Paese all’invasione.

Un piano per l’Europa e per il mondo
Se in Ucraina le carenze alimentari già disegnano un quadro tragico, in Europa il problema non sarà la disponibilità di cibo, ma l’aumento dei prezzi che lo renderà meno accessibile. Il «buco» nei rifornimenti cerealicoli dall’Ucraina dovrebbe essere colmato con importazioni soprattutto da India e Stati Uniti, mentre sarà più complicato sopperire alla necessità di fertilizzanti, settore in cui i Paesi dell’Unione restano largamente dipendenti dagli Stati dell’ex Unione sovietica. Inoltre, i produttori soffriranno anche l’aumento dei prezzi dell’energia, del carburante per i mezzi agricoli e perfino degli imballaggi: solo per l’Italia, secondo una prima stima di Coldiretti, i costi di produzione sono aumentati di circa un terzo, con un esborso aggiuntivo previsto di almeno otto miliardi all’anno rispetto al 2021.

Il pacchetto di misure della Commissione prevede allora uno stanziamento di 500 milioni per l’intero settore alimentare, compresa la pesca, provenienti anche da un fondo di riserva istituito per questo genere di necessità. Saranno ripartiti in quote per ogni Stato membro, che deciderà come spenderli per supportare i produttori, aggiustare gli squilibri di mercato o mantenere i prezzi calmierati: entro il 30 giugno ogni governo dovrà comunicare le proprie iniziative, dettagliando i criteri e l’impatto previsto.

All’Italia, il quarto beneficiario in termini assoluti, andranno oltre 48 milioni di euro. Un sistema specifico di sostegno verrà aperto per il settore dell’allevamento suino, già in sofferenza prima dello scoppio della guerra: i produttori potranno richiedere direttamente i sostegni per coprire i costi di stoccaggio della carne di maiale, se costretti a tenerla fuori dal circuito delle vendite.

In parallelo, l’esecutivo comunitario intende anche concedere maggiori libertà sugli aiuti di Stato, con una decisione temporanea simile a quella presa per far fronte alla pandemia di Covid19. Gli Stati potranno «in via eccezionale» aggiungere ai fondi europei fino al 200% di sussidi nazionali e accedere in anticipo agli stanziamenti della Pac, la Politica agricola comunitaria. Per le capitali ci sono pure una serie di «consigli», dall’ipotesi di abbassare l’Iva sui prodotti di largo consumo alla possibilità di utilizzare i soldi del Fead, il fondo europeo progettato per sostenere i cittadini più poveri nelle loro necessità basilari. 

Un’altra misura di emergenza concede la produzione alimentare, compresi i mangimi, nelle cosiddette «aree di interesse ecologico». Si tratta di terreni lasciati a riposo all’interno degli appezzamenti agricoli, per migliorare la biodiversità del territorio: in condizioni normali, gli agricoltori che attuano questa pratica ricevono pagamenti dall’Ue, con questa deroga potranno invece piantare le proprie colture, continuando a usufruire dei contributi europei. La scelta non è piaciuta ad alcuni degli eurodeputati, che hanno discusso la risposta alla crisi alimentare in una sessione del Parlamento europeo: tra questi c’è Eleonora Evi di Europa Verde, che parla di «ignobile strumentalizzazione della guerra per indebolire la difesa della biodiversità».

Fonti della Commissione assicurano però a Linkiesta che le attuali misure non andranno a detrimento dei progetti di lungo termine dell’Unione, come la strategia Farm to Fork per valorizzare le produzioni locali e le riforme all’insegna della sostenibilità ambientale già in cantiere. Al massimo, sarà necessario un nuovo esame dei piani nazionali della Pac, alla luce delle conseguenze della guerra.

L’iniziativa dell’Unione sul settore agricolo è anche un modo «per rispondere al problema della sicurezza alimentare globale», ha sottolineato il vice-presidente esecutivo della Commissione Valdis Dombrovskis, visto che i Paesi del Nordafrica e del Medio Oriente importano oltre il 50% del loro fabbisogno di cereali da Russia e Ucraina, con punte dell’85% come nel caso dell’Egitto. In questo senso, la prima necessità è quella di mantenere aperti i mercati globali, evitando ogni tentazione protezionistica o restrizioni alle esportazioni: una direzione già intrapresa dall’Ungheria, con il divieto di vendere grano all’estero.

Ma per evitare situazioni simili a quelle della crisi del 2008, serviranno ai Paesi importatori di cibo robusti contributi economici e piani di sostenibilità a lungo termine. L’Unione europea si impegna a lavorare in entrambe le direzioni, con 2,5 miliardi di euro per le regioni del mondo più a rischio di carestia già stanziati lo scorso dicembre. Ogni carenza alimentare in un luogo del mondo può avere conseguenze anche sul resto del pianeta.

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