Obici per la pacePerché il rifornimento occidentale di armi all’Ucraina va così a rilento

Sul piano militare gli alleati hanno provato ad esaudire le richieste di Kiev, ma le gli aiuti degli ultimi mesi sono probabilmente insufficienti. A livello politico, invece, per sostenere uno sforzo bellico così intenso, servirebbe una profonda revisione dell’industria della Difesa europea

AP/Lapresse

Il terzo incontro del Gruppo di contatto sull’Ucraina si è concluso con una coreografia che tutti conosciamo bene. I rappresentanti dei 50 Paesi mobilitati per sostenere lo sforzo militare di Kiev hanno manifestato l’intenzione di continuare a rifornire di armi e materiali i difensori, e il summit tra i ministri della Difesa dei Paesi Nato ha prodotto una lista della spesa che riflette la situazione sul terreno.

Di questi cento e più giorni di guerra, gli ultimi sessanta si sono rivelati una battaglia di logoramento per il fronte che corre da Kharkiv, nel nord, fino a Mykolayv sul Mar Nero, con gli scontri più intensi concentrati al centro, attorno a Severodnetsk e Kramatorsk.

Le operazioni si sono trasformate in una sequela di duelli di artiglieria e assalti a centri urbani precedentemente colpiti da pesanti bombardamenti. Le richieste avanzate da Kiev al Gruppo di contatto, non a caso, si concentrano soprattutto su pezzi d’artiglieria pesante, obici semoventi che possono sparare e sfuggire dal controfuoco russo e sistemi di identificazione che possano individuare le posizioni da cui i russi bersagliano le truppe ucraine.

Europa, Canada e Stati Uniti hanno dato seguito a queste richieste, concentrandosi soprattutto sugli obici, più facili e meno costosi da fornire in grandi quantità. Il vero problema è che le donazioni fatte negli ultimi mesi, nonostante il coordinamento effettuato dal Gruppo di contatto, sono probabilmente insufficienti per sostenere le attuali esigenze dell’esercito ucraino.

È pressoché impossibile fare un calcolo di quante munizioni necessitino le Forze armate ucraine per poter mantenere un livello di operatività adeguato su tutta la linea del fronte. Il conflitto a cui stiamo assistendo è senza precedenti sotto parecchi punti di vista.

Lo scontro ad alta intensità fra due eserciti convenzionali su un territorio così esteso non è paragonabile a nessuno dei conflitti degli ultimi 30 anni, neppure guardando alle esperienze americane in Medio Oriente.

Tuttavia, provare ad associare qualche numero al mastodontico sforzo logistico richiesto agli ucraini (e ai russi) è importante per capire quanto sia difficile per gli alleati di Kiev fornire materiali sufficienti ai difensori.

Quello che possiamo fare, ad esempio, è una stima – appunto, una stima, non un calcolo aritmetico – di quanti proiettili d’artiglieria necessiterebbe sulla carta un esercito moderno impiegato in un tale tipo di scontri.

Concentriamoci solamente sugli obici da 155mm, forniti da Stati Uniti e alleati negli ultimi mesi di conflitto. Utilizzando il manuale ATP 3-09.23 dell’esercito americano, possiamo stimare che i circa 208 obici di quel calibro forniti finora consumano circa 31.200 proiettili al giorno, cioè 150 colpi ciascuno, adeguati a operazioni difensive di media-alta intensità. Ciò significa che i 276mila proiettili da 155mm forniti dai Paesi Nato bastano per 9 giorni mal contati di operazioni “da manuale”: una goccia nell’oceano per un’offensiva che nel Donbass è iniziata il 19 aprile e che per sessanta giorni ne avrebbe richiesti quasi 2 milioni.

Va aggiunto che gli eserciti post-sovietici riservano un ruolo ancora più centrale all’artiglieria rispetto alla Nato, aumentandone ulteriormente il consumo di munizioni. Dulcis in fundo, l’industria militare ucraina è virtualmente a pezzi, e in ogni caso avrà grosse difficoltà a produrre in tempi brevi munizioni corrispondenti agli standard Nato.

Questo calcolo è molto grossolano e non considera tantissimi elementi di disturbo che emergono in uno scontro sul campo, né le consegne di munizioni secretate; è tuttavia coerente con la notizia che gli ucraini si siano dovuti limitare a circa 5.000 colpi di artiglieria (di qualsiasi calibro) al giorno, un numero bassissimo anche se il calcolo a freddo fatto qui si dovesse rivelare completamente sballato. Alcune testimonianze parlano addirittura di carri armati usati come pezzi d’artiglieria, una pezza poco efficace per il quale sono difficilmente adatti e adattabili.

Ma i limiti non si fermano qui. Sarebbe errato pensare che questa sia una pura guerra di trincea, un ritorno alla Grande Guerra con strumenti tecnologicamente arretrati.

Rispetto ai piani di Mosca questa è tutt’altro che una guerra lampo, è vero. Ma testimonianze sul campo mostrano comunque che questo rimane uno scontro altamente mobile e che le schermaglie vengono vinte da chi riesce a sfruttare rapidamente la superiorità locale e avanzare rapidamente, consolidando le posizioni conquistate.

Sia i russi sia gli ucraini hanno difficoltà su questo fronte, ma Mosca sta dimostrando di poter mettere in pista almeno parte delle capacità di combattimento che avrebbero dovuto schierare il 24 febbraio. I sistemi di guerra elettronica hanno fatto la loro comparsa nel sud del Paese, le capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr) sembrano essere operative, e l’apparato logistico sembra funzionare.

Non si può dire lo stesso per gli ucraini, i cui carri sembrerebbero costretti a trasportare buona parte dei propri rifornimenti, rendendoli cosi vulnerabili a un singolo colpo ben assestato dalle forze corazzate nemiche.

Le Forze armate ucraine non necessitano quindi solo di un’enorme quantità di artiglieria, ma anche tutte quelle capacità necessarie per svolgere operazioni mobili ad alta intensità: posti di comando e controllo, sistemi di comunicazione, mezzi blindati di trasporto, apparecchiatura di guerra elettronica e ovviamente carri armati. Per questi ultimi sarà da vedere se i Leopard di produzione tedesca si riveleranno adatti, trattandosi di veicoli troppo pesanti per la maggior parte dei ponti e delle infrastrutture ucraine.

Questo è il dato militare, che è utile soltanto nella misura in cui fornisce una cornice alla dimensione politica del problema.

La verità è che per sostenere uno sforzo bellico così intenso servirebbe una profonda revisione dell’industria della Difesa europea.

Per scelte politiche pregresse e un certo approccio alla tecnologia militare, l’industria delle armi del nostro continente ha più ritmi da artigianato che da produzione su vasta scala. In più, anche se dovesse avvenire un cambio di passo su questo fronte, un rifornimento bellico adeguato richiederebbe una mobilitazione finanziaria che negli ultimi 15 anni le società europee non hanno voluto perseguire neanche per equipaggiare completamente le proprie Forze armate.

I miliardi spesi finora non sono stati inutili, ma è illusorio pensare che lo status quo sia adeguato se l’intenzione rimane quella di sostenere Kiev fino alla vittoria – qualsiasi cosa implichi.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter