Sparring partnerBerlusconi finge d’agitarsi con i sovranisti perché in realtà non ha modo di fermarli

Il Cavaliere deve nascondere l’incapacità di condizionare Meloni e Salvini con proposte moderate, allora prova a prendere le distanze dalla linea dura degli alleati

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Silvio Berlusconi freme, a modo suo. Da questo governo, lo sappiamo, non ha ottenuto tutto quello che voleva. Il ministero della Giustizia, ad esempio, per la sua più stretta collaboratrice Licia Ronzulli, che però ha messo alla presidenza del gruppo al Senato, dove dispone di 19 senatori su una maggioranza di 104.

Il Cavaliere è riuscito a prendere la delega alla comunicazione e soprattutto la Farnesina. Ma in quella importante poltrona c’è Antonio Tajani che si è già iscritto al partito dei governisti. Vedi alla voce immigrazione: non sta facendo alcuna piega di fronte alla linea dura delle destre unite Fratelli d’Italia-Lega.

Il suo capo invece ha più di qualche perplessità sul comportamento della premier e ancora di più su quello di Matteo Salvini, le cui parole sono state le più urticanti per la Francia. Quelle che hanno dato fiato alle trombe dei suoi cugini sovranisti d’oltralpe.

Berlusconi considera la rottura con Parigi una iattura. «Meno male che c’è Mattarella a ricucire: una supplenza istituzionale provvidenziale», sono state le parole dell’ex premier quando ha letto la nota congiunta Quirinale-Eliseo.

C’è una sorta sorta di “maledizione” che contagia Forza Italia: quando va al governo si divide tra chi rimane incollato al premier di turno e chi invece risponde ai desiderata di Arcore. Come è successo con il governo Draghi, che ha prodotto l’uscita, tra gli altri, dei ministri Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna.

Adesso le cose non sono proprio al quel punto di tensione e di scissione, ma con il tempo chissà che cosa passerà per la testa del Cavaliere, ridimensionato e sofferente per essere stato ridotto al ruolo di sparring partner. Non solo per la rappresentanza ministeriale. Sono le scelte fatte dal governo in queste prime settimane di vita, senza il suo coinvolgimento, a dargli molto fastidio.

Sull’immigrazione, sulle sanzioni ipotizzate e considerate eccessive alle navi Ong, ma pure sui rave party. «Non era meglio pensare di portare a mille euro le pensioni minime?», si è chiesto Giorgio Mulè, il quale avrebbe preferito un ruolo di governo più che la vicepresidenza della Camera. Anche lui è della squadra Ronzulli. Anche lui è tra quelli che marcano da vicino i governisti per nome e per conto di Berlusconi.

Non ne lascia passare una, il portavoce dei malumori di Forza Italia, mentre l’arcinemica Ronzulli per il momento rimane coperta. Vedremo cosa accadrà quando si tratterà di votare al Senato.

Sugli sbarchi, Mulè considera eccessiva la reazione francese, ma i migranti della Ocean Viking andavano fatti sbarcare. Sul reintegro dei medici No-Vox ha detto che si tratta di un errore. A proposito del superbonus 110 per cento ha ricordato, dando voce alle preoccupazioni anche dell’associazione dei costruttori, che «non si può alzare il ponte levatoio mentre c’è qualcuno che sta per cominciare i lavori». E questo mentre Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in conferenza stampa parlavano di un’inutile montagna di miliardi spesi per coprire questa misura, voluta dai Cinquestelle. Per la verità votata anche dai ministri leghisti, Giorgetti compreso, che ora nascondono la mano.

Interviste a destra e a sinistra dell’ex sottosegretario alla Difesa Mulè, perfino al Fatto Quotidiano, per dire «guai a toccare il reddito di cittadinanza per chi ne ha bisogno». E così via, in un continuo contrappunto autorizzato da Berlusconi, che prova ad alzare la testa dall’acqua alta della destra per non affogare, per far vedere che esiste, che ancora conta qualcosa. Forse finge di non essere d’accordo perché non è coinvolto nelle decisioni di Palazzo Chigi.

Forse si farà sentire ancora più forte quando si tratterà di mandare altre armi alla resistenza ucraina. Anzi spera che non ce ne sarà bisogno, guardando sempre con diffidenza a quel capoccione di Volodymyr Zelensky che non si accontenta di aver ripreso Kherson per trattare quantomeno il cessate il fuoco.

Il punto è che Forza Italia in questo esecutivo è trasparente, non ha i ministeri che contano come quello dell’Economia e delle Infrastrutture, non ha il controllo della spesa legata al Pnrr. I provvedimenti arrivano al Consiglio dei ministri senza che Berlusconi e i suoi più stretti collaboratori ne sappiano qualcosa. Per questo, sempre Mulè in una delle esternazioni, ha sostenuto che ci vorrebbe una cabina di regia, perché la fase di rodaggio deve finire. «Tre indizi – ha detto sempre al Fatto Quotidiano – fanno una prova: ora basta, i provvedimenti vanno condivisi». Che prova? Che non si tratta di una maggioranza monocolore di destra?

Il Cavaliere fa agitare in aria i numeri di cui dispone al Senato, ma apparentemente non sembra impensierire Meloni, più che altro preoccupata di non lasciare a Matteo Salvini la palma sovranista anti immigrazione e i profitti delle cose che farà il governo in campo economico-sociale. Una battaglia tutta dentro la destra.

Tuttavia un segnale la premier lo ha voluto mandare ai naviganti, siano essi leghisti o berlusconiani, se ci dovesse essere qualche defezione pesante. E lo ha fatto attraverso il fedelissimo Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. In fondo a un’intervista al Corriere della sera venerdì scorso, senza un chiaro riferimento ai destinatari, ma parlando genericamente di «accattonaggio politico», ha fatto cadere un concetto: «Giorgia è lì per tentare di fare il bene del Paese. Se non le sarà possibile, l’esperienza finisce qui».

Ma non si ecciti troppo chi non vede l’ora che Zio Silvio metta i bastoni tra le ruote della destra e alzi il vessillo di un centro moderato che non c’è più. Un’altra scissione per mano di Tajani è fantascienza.

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