Sovranista in chiefMeloni va giù dura su sicurezza e migranti per non dare spazio a Salvini

La premier fa la voce grossa sugli sbarchi perché ha strappato l’elettorato alla Lega e vuole tenerselo stretto. Ma anche perché è di estrema destra, non una mini Draghi

Lapresse

Ora è molto chiaro perché Giorgia Meloni non abbia voluto cedere il Viminale a Matteo Salvini. Per la verità era chiaro fin dall’inizio ma di fronte all’incidente diplomatico con la Francia, che ne sta facendo un casus belli «esagerato», come sostiene Carlo Calenda, emerge in tutta la sua evidenza la battaglia di fronte alle opinioni pubbliche nazionali.

Non è un caso che durante la conferenza stampa di ieri la premier abbia fatto riferimento a quella italiana, affermando che tutti possono vedere quello che è accaduto. Ovvero che l’Italia si è accollata finora novantamila migranti mentre Parigi fa tutto questo casino per duecentotrenta persone sbarcate a Tolone. «Se la Francia reagisce così la spiegazione deve darla non a me ma agli italiani», ha precisato Meloni.

Non ha bisogno di nuovi sondaggi per sapere che su questo tema la maggioranza degli italiani è  dalla sua parte. E ora si fa forte del sostegno del leader dei Popolari europei Manfred Weber che, dopo l’incontro a Palazzo Chigi, ha detto che servono due cose, «un rigido e forte controllo alle frontiere comuni; e la solidarietà: l’Italia non può essere lasciata sola, bisogna mostrare solidarietà a livello europeo». Weber sta giocando, insieme al suo amico ministro degli Esteri Antonio Tajani, una partita di sponda con Meloni e i Conservatori per portare, dopo le europee del 2024, l’attuale presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola alla presidenza della Commissione europea.

Meloni incassa pure la neutralità attiva della Germania che non raccoglie l’invito francese a isolare Roma e stracciare l’intesa sull’accoglimento di tremilacinquecento migranti che si trovano in Italia.

In sostanza, il governo italiano non si sente isolato e soprattutto è convinto di avere l’opinione pubblica italiana dalla sua parte. Sembra che la campagna elettorale non sia mai finita, e questo vale anche per Parigi che, mentre sbarcavano i migranti a Tolone, si premurava di far sapere che la redistribuzione in Europa avverrà subito e che i migranti non si trovano su suolo francese ma in «zona internazionale».

Tutto avviene purtroppo sulla pelle di quei poveri cristi che attraversano il Mediterraneo rischiando la vita dopo il calvario libico. Più che politica estera sembra di assistere a esercizi di politica interna. Non è un caso che la leader di Fratelli d’Italia abbia ricordato che il governo prende le sue decisioni sulla base del mandato popolare ricevuto. E vuole interpretarlo in prima persona.

Si sbagliavano coloro che pensavano a una metamorfosi moderata totale, genuflessa a Emmanuel Macron, smussata sulle questioni economiche, prudente nei rapporti con Bruxelles per quanto riguarda il debito pubblico e l’imminente legge di Bilancio. Una “draghetta” in sedicesimo.

No, su legge e ordine deve fare la destra, non può scoprire il fianco a Matteo Salvini. Non vuole farsi scavalcare dal leghista, non vuole dare a lui il merito e la titolarità della linea dura interpreta per interposta persona dal ministro Matteo Piantedosi, che fa da ventriloquo del capo della Lega.

Il prefetto si è messo a fare politica. Ieri è arrivato a dire che l’Italia non potrà aderire a un Patto europeo non bilanciato da misure di solidarietà e responsabilità. Piantedosi in questo modo minaccia il veto alla proposta della Commissione sulla gestione dei migranti. Un atteggiamento alla ungherese. I comportamenti cauti di queste ore di molti Paesi europei, non solo della Germania, a non annullare gli accordi sull’accoglimento (finora rimasti per la verità sulla carta) servono a scongiurare che Roma finisca tra le braccia di Viktor Orbán.

Negli anni duri all’opposizione Meloni ha tartassato Salvini, che non poteva fare il duro perché stretto in una coalizione di unità nazionale. Scaricava tutte le colpe sul ministro Luciana Lamorgese. Ma il gioco del leghista non ha funzionato e forse anche per questo è precipitato all’otto per cento mentre i Fratelli d’Italia mietevano consensi nell’opinione pubblica, regalando loro il ventisei per cento alle elezioni politiche. Consensi tutti succhiati alla Lega, che alle europee del 2019 aveva raggiunto lo sbalorditivo trentaquattro per cento grazie alla politica dei porti chiusi.

Meloni non vuole farsi togliere il pallino dalle mani e consentire a Matteo di recuperare le sorti elettorali. E va giù duro. Ma poi sbaglia a scrivere una norma draconiana sui rave party, a cantare vittoria quando si sparge la voce che la Ocean Viking ha messo la prua in direzione di Marsiglia. Facendo incazzare Macron, che deve difendersi dagli attacchi della sua destra, che in Parlamento è robusta, da Marine Le Pen che lo accusa di lassismo.

Su questo nasce un giallo svelato dalla stessa Meloni. Con i giornalisti si è giustificata per la sua esultanza. Ha detto di avere atteso otto ore prima di «ringraziare» la Francia: visto che non erano arrivate smentite alla notizia di stampa sulla rotta della Ocean Viking, si era lanciata nel «grazie Emmanuel». Forse faceva meglio a informarsi attraverso i solidi canali diplomatici. Ma tant’è, il rodaggio del governo comporta anche queste ingenuità, se di ingenuità o incompetenza si tratta.

Quello che è sicuro è che Meloni non si farà sfilare da Salvini la corona della sovranista in capo.

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