Potenzialità vs realtàPerché esaltare lo stoccaggio di carbonio della canapa è fuorviante

La cannabis ha caratteristiche straordinarie: tra queste, è in grado di assorbire molta più CO2 rispetto agli alberi comuni. È però una pianta erbacea che va potata dopo pochi mesi, e quindi rilascia parte dell’anidride carbonica precedentemente catturata. Meglio concentrarsi sulla sua versatilità e sulle sue capacità di sopravvivenza nell’epoca del riscaldamento globale

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La cannabis, come ogni pianta e albero, può potenzialmente rivelarsi un’alleata nella lotta alla crisi climatica. Tuttavia, le sue qualità a livello di stoccaggio di anidride carbonica vengono spesso trattate in modo sbrigativo da pagine social e media generalisti, che omettono quanto possa essere fuorviante parlare di assorbimento di CO2 in riferimento a una pianta erbacea che ogni tre, quattro o massimo cinque mesi deve essere potata.

È accaduto ad esempio questa settimana dopo che il Guardian, in un breve articolo di circa mille battute pubblicato sulla sua sezione dedicata all’ambiente, ha ripreso una serie di dati interessanti (e veri) sulle capacità della canapa di assorbire e bloccare CO2: numeri privi di contesto e poi ripresi a cascata da migliaia di siti minori, creando un po’ di disordine in merito al rapporto tra canapa ed emergenza climatica. 

La canapa, come conferma ad esempio un recente studio dell’Hudson Carbon di New York, è circa due volte più efficace rispetto a una pianta comune a livello di stoccaggio di CO2. Un ettaro di canapa può assorbire da otto a ventidue tonnellate annue di anidride carbonica, che viene efficacemente trattenuta grazie alla fibra della pianta. Gli alberi, invece, assorbono circa sei tonnellate all’anno. «La canapa assimila fino a 30-35 µmol CO2 m-2 s-1 (micromole al secondo), mentre la media delle altre piante è sui 15-20.  Un pomodoro, ad esempio, viaggia sui 10-15», spiega a Linkiesta Antonio Ferrante, professore ordinario del dipartimento di Scienze agrarie e ambientali dell’Università degli Studi di Milano.

È ancor più sorprendente la capacità della canapa di effettuare la fotosintesi – e quindi di immagazzinare la maggior quantità possibile di CO2 – a temperature elevatissime, che possono raggiungere anche i 30°C e i 35°C: «Parliamo di una coltura che mantiene una elevata attività fotosintetica a temperature in cui le altre piante iniziano la loro fase di discendenza di assimilazione». È quindi una pianta a prova di crisi climatica, che può crescere e assorbire anidride carbonica a condizioni proibitive per la maggior parte delle colture. 

Il professor Ferrante ha definito la canapa una pianta «rustica», in quanto – oltre ad essere raramente attaccata dai parassiti – si adatta a condizioni non ottimali di terreno, di temperatura e di disponibilità idrica: «Può valorizzare territori laddove le condizioni climatiche diventano un problema: creerebbe occupazione, filiera e guadagni. Se non riesci a coltivare un’area a causa della desertificazione, avere la canapa è potenzialmente un grande vantaggio». Il cotone, secondo la British Hemp Alliance, ha bisogno di almeno millecinquecento litri d’acqua per ogni chilo prodotto, mentre la canapa ne richiede meno di settecentocinquanta e crea – sullo stesso terreno – il duecento per cento di fibre in più. Eccola qui, la vera mitigazione ambientale e il vero valore aggiunto di questa pianta così versatile. 

La sua fibra può essere destinata a numerosi scopi: dall’edilizia all’abbigliamento, passando per la medicina e la costruzione di infrastrutture come le strade. Una qualità che va nettamente al di là delle sue (potenziali) capacità di immagazzinare anidride carbonica. Da questo punto di vista, infatti, c’è un grande equivoco che spesso viene tralasciato per far spazio al sensazionalismo. 

In termini pratici e scientifici, sottolinea il professor Antonio Ferrante, «non si può parlare di vero stoccaggio di carbonio quando c’è di mezzo una coltura erbacea come la canapa. Servono colture di lunga durata, come determinati alberi. Vero che la canapa ha elevatissime capacità di assimilazione, ma bisogna capire la sua destinazione. Quando viene tagliata, la CO2 immagazzinata al suo interno dove la mettiamo? Se, ad esempio, usiamo la pianta per l’alimentazione zootecnica, il metabolismo dell’animale la ri-trasforma in CO2 nuovamente emessa nell’atmosfera». 

La canapa è una pianta erbacea annuale, prima o poi secca e bisogna toglierla dal campo su cui viene coltivata. Ha un ciclo di vita limitato: al massimo può toccare i cinque o i sei mesi di vita. Ecco perché, al momento, i benefici ambientali diretti dovuti all’assimilazione di CO2 da parte della cannabis sono trascurabili. L’unica possibilità di ottenere dei concreti risultati in termini di mitigazione climatica sembrerebbe la bioedilizia

Da un impasto composto da fibre di scarto della canapa, calce, acqua e altre sostanze possono nascere mattoni, intonaci, cappotti termici e isolanti: «In questo caso parleremmo di uno stoccaggio che può durare per venti, trenta o quarant’anni», sottolinea il professore della Statale. Ormai più di cinque anni fa, a San Giovanni in Persiceto (Bologna), è stata costruita la prima “casa in canapa” d’Italia, e l’uso di questa pianta a scopi edilizi figura all’interno del pacchetto clima ed energia della Commissione europea. Sono sempre di più, non solo nel nostro Paese, i cittadini che inglobano la propria abitazione in un cappotto termico in canapa, piuttosto che in polistirene. 

Il problema, però, è che in Italia le aree coltivate sono ridotte. Abbiamo una superficie e una temperatura spesso favorevoli alla crescita della canapa, ma la mancanza di incentivi alla coltivazione rende il tutto molto più utopico e complesso. La canapa, dice Antonio Ferrante, «nel nostro panorama nazionale è stata una delle colture più importanti, e il merito è della filiera industriale per la produzione della fibra. Ma oggi, a causa delle fibre sintetiche e dei loro bassi costi di produzione, questo aspetto è andato scemando. La colpa è anche della legislazione italiana, che ha posto limiti e restrizioni alle coltivazioni». 

«Ha poco senso», secondo Ferrante, «concentrarsi troppo sullo stoccaggio di CO2». Meglio focalizzarsi – anche in termini di investimenti e di attenzione mediatica – sugli usi alternativi, ormai sempre più concreti e comprovati scientificamente. L’olio di canapa, ad esempio, ha un alto valore nutrizionale grazie al suo alto contenuto di omega 3 e omega 6. E poi ci sono le già citate bioedilizia e zootecnia, la falegnameria, l’alimentazione, i biocarburanti e molto altro. Gli ambiti di applicazione sono tanti e vanno esplorati, anche perché – a causa dell’aumento delle temperature e della desertificazione – coltivare canapa potrebbe diventare una pratica inevitabile.