Congresso virtualeLa crisi del Pd e il rischio della sindrome francese, ma con Meloni al posto di Macron

La fase costituente, la nuova carta dei valori e tutte le relative chiacchiere sull’identità della sinistra non sembrano avere elettrizzato l’opinione pubblica, che a stento se ne è accorta (beata lei). Figuriamoci la discussione sulle regole

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Sarei curioso di sapere quanti di coloro che leggeranno queste righe sarebbero in grado di dire, prima che glielo dica io, chi sono al momento i candidati alla segreteria del Partito democratico e in che cosa divergono le loro rispettive posizioni. Figuriamoci se le stesse domande le rivolgessi non già a un insieme di persone interessate all’argomento, quali devono essere per forza di cose gli audaci lettori di un articolo che parla del congresso del Pd, ma a tutti gli italiani in generale.

Da quando il Pd è nato, nel 2007, non credo si sia mai visto un congresso tanto sottotono. D’altra parte, visto quello che è accaduto negli ultimi anni, era probabilmente inevitabile. La noia del dibattito è direttamente proporzionale alla percezione della sua irrilevanza. Se l’oggetto del contendere è considerato ogni giorno di più come un ferrovecchio, difficilmente qualcuno potrà appassionarsi alla contesa, informarsi sui contendenti e incuriosirsi riguardo al suo possibile esito. E meno male che a un certo punto – sempre troppo tardi, ma meglio tardi che mai – l’istinto di sopravvivenza ha spinto a tagliar corto con tutte quelle menate sulla fase costituente, la nuova carta dei valori e il nuovo grande soggetto politico. L’unica cosa meno interessante di una contesa attorno a un inutile ferrovecchio, infatti, è un’interminabile serie di convegni attorno a un inutile ferrovecchio, senza nessuna contesa.

Non per niente, da quando il segretario non-uscente Enrico Letta ha annunciato l’intenzione di celebrare il congresso all’incirca cinque o sei mesi dopo il disastroso esito elettorale, il Pd ha continuato a precipitare in tutti i sondaggi, e oggi è dato da tutte le rilevazioni sotto il Movimento 5 stelle. Il processo costituente, la nuova carta dei valori e tutte le relative chiacchiere sull’identità della sinistra, la fase storica che si apre e la crisi del neoliberismo che si chiude, chissà perché, non sembrano avere elettrizzato l’opinione pubblica, che a stento se ne è accorta (beata lei).

Come sempre, a dare la reale dimensione della tragedia sono i dettagli. Ad esempio, la triste polemica sull’ultimo – ennesimo – spostamento delle primarie, quelle che Letta pensava di fare a marzo, che poi però si era scelto di anticipare a metà febbraio e che ora tutti sembrano decisi a ri-spostare alla fine del mese, cioè il più possibile lontano dal risultato delle regionali in Lombardia e Lazio. Tutti meno Letta, s’intende. Un gioco del cerino che la dice lunga su stato d’animo e previsioni dei dirigenti.

Altrettanto illuminante appare poi la proposta di prevedere il voto online alle primarie, lanciata da Elly Schlein. Proposta che ha ricevuto al momento più critiche che consensi, anzitutto dai dirigenti schierati con Stefano Bonaccini, ma che conserva una sua forza.

Si è discusso a lungo, praticamente da sempre, sulla natura delle «primarie aperte» del Pd, partito che lascia scegliere il proprio leader ai passanti; l’idea di farlo scegliere anche a chi non vuole fare nemmeno la fatica di uscire di casa per votare è senza dubbio uno sviluppo coerente di tale suggestione. E ben s’intona a un tempo in cui il lavoro da casa prende sempre più il sopravvento, evidentemente anche per il disbrigo degli impegni politici. Augurandoci che allo smart working non segua, anche qui, la great resignation.

Di sicuro il fatto che le uniche discussioni degne di nota finora siano su chi sbolognare le prossime sconfitte elettorali (sul segretario attuale o sul prossimo) e su come nascondere il prevedibile tracollo nell’affluenza ai gazebo, obiettivamente, non induce all’ottimismo.

Il rischio è insomma che, di qui alla fine di febbraio, chiunque vinca il congresso si ritrovi un partito ormai in liquidazione. Il risultato sarebbe uno scenario per certi versi simile a quello francese, dove il partito socialista è pressoché scomparso, soppiantato dai populisti di Jean-Luc Mélenchon da un lato, dai centristi di Emmanuel Macron dall’altro. Ma con un’importante differenza: che al governo, qui, non c’è Macron, bensì una versione appena più moderata di Marine Le Pen. Ragion per cui i terzopolisti che se ne rallegrassero farebbero un grande errore.

Sarebbe però troppo facile, oltre che ingiusto e ingeneroso, dire che la colpa di tutto questo è di Enrico Letta e delle scelte compiute dal giorno in cui è diventato segretario del Pd (cercando per prima cosa di fare il furbo sulla legge elettorale). Ma certamente, dentro il partito, gran parte della responsabilità è di coloro che non lo hanno fermato prima. Cioè, uno più uno meno, tutti.