MegatrendNon possiamo dare per scontato il rapporto tra demografia e politiche climatiche

La crisi demografica non sta cambiando la “geografia delle emissioni”: i Paesi poveri, in cui la popolazione aumenta, rimangono i meno inquinanti e i più esposti al riscaldamento globale. Un parallelismo simile a quello tra giovani e anziani: la giustizia climatica non è solo una questione di portafoglio, ma anche di carta d’identità. Appunti di una mattinata al Jrc Ispra della Commissione europea

AP Photo/Jerome Delay-LaPresse

In un mondo globalizzato e iperconnesso, i cosiddetti megatrend non viaggiano mai per contro proprio: si intrecciano, si influenzano e stravolgono rapidamente l’agenda di una classe politica miope, che spesso sottovaluta la pervasività dei fenomeni. Ci riferiamo, in questo caso, alla demografia e ai cambiamenti climatici di origine antropica, che la vicepresidente della Commissione europea Dubravka Šuica – durante la presentazione di uno studio che ne indaga il legame – ha definito «temi complessi ma complementari, perché la popolazione cresce nei Paesi più poveri e che contribuiscono meno alle emissioni globali». 

L’esempio più calzante è quello del continente africano, che contribuisce al quattro per cento delle emissioni di gas serra e, stando alle proiezioni dell’Onu, potrebbe superare quota 1,7 miliardi nel 2030 e quota tre miliardi tra il 2050 e il 2060 (ora ha circa 1,3 miliardi di abitanti). È questo il riflesso del report “Demography and climate change – EU in the global context”, redatto dagli esperti del Joint research centre (Jrc) della Commissione europea e svelato il 5 giugno – Giornata mondiale dell’ambiente – a Ispra (Varese) presso la sede dell’istituto dell’esecutivo Ue. 

Dubravka Šuica, vicepresidente della Commissione europea, all’evento di presentazione del report (@dubravkasuica / Twitter)

Secondo il paper, la crescita demografica è una delle cause principali della produzione delle emissioni che causano il cambiamento climatico, ma al contempo si nota un «disallineamento tra tassi di incremento della popolazione e i livelli di emissioni di gas serra nei vari Paesi». I principali “emettitori” globali sono infatti l’Unione europea, gli Stati Uniti e la Cina, ossia quei Paesi in cui la curva dell’andamento demografico della popolazione è piatta o in discesa. Basti pensare che in Italia, nel 2022, le nuove nascite sono state meno di quattrocentomila, mentre i morti circa 713mila. Spostandoci in Asia, invece, a breve assisteremo l’India superare la Cina nel numero di abitanti. 

Quando, nel novembre 2022, la popolazione mondiale ha raggiunto gli otto miliardi, il connubio tra demografia e clima è riemerso rapidamente, nonostante sia ancora poco battuto a livello accademico. Dopo la ricchezza e l’avanzamento tecnologico, la popolazione è teoricamente il terzo fattore più determinante nella produzione di emissioni di gas climalteranti. Tuttavia, la ricerca demografica è stata integrata solo di recente negli studi sul riscaldamento globale. 

Questi processi, che includono anche la ricchezza, l’invecchiamento e l’urbanizzazione, hanno e continueranno ad avere un ruolo sulla quantità di emissioni prodotte dalle attività umane. «Reddito pro capite, emissioni pro capite e incremento della popolazione sono tre fattori chiave che non possono più essere analizzati singolarmente», spiega Stephen Quest, direttore generale del Jrc.

Gli autori dello studio ritengono che il rapporto tra demografia e crisi climatica debba essere analizzato da due angolazioni differenti: da un lato, il numero di persone che vivono in un determinato territorio influenza sia la produzione di anidride carbonica, sia le politiche di mitigazione della crisi climatica; dall’altro, le caratteristiche demografiche devono essere considerate per valutare non solo l’esposizione e la vulnerabilità di una popolazione agli effetti del climate change, ma anche le misure di adattamento più efficaci. Quali strategie adoperare per ridurre le emissioni? Quali sono le fasce d’età e di reddito su cui bisogna concentrarsi? 

Secondo la ricerca del Jrc della Commissione europea, esiste un «drammatico disallineamento» in termini di produzione dei gas serra. L’aumento della popolazione – un fattore che contribuisce alle emissioni in misura minore rispetto alla crescita economica – sta interessando prevalentemente i Paesi che inquinano di meno. Dall’altra parte, la produzione di gas serra è più elevata nelle zone del mondo, come l’Europa, in cui la popolazione non cresce o cresce poco.  

Fonte: Jrc Ispra – European commission

Il dieci per cento più ricco della popolazione, sottolinea la Commissione europea, è responsabile del quarantotto per cento delle emissioni globali, mentre il cinquanta per cento più povero genera solo il dodici per cento dei gas serra. 

Ma non è solo una questione di condizioni economiche, perché lo studio ha messo l’accento anche sulle fasce d’età. Gli anziani, nonostante i minori consumi in termini assoluti, inquinerebbero di più (anche) perché vivono in famiglie più piccole ed escono meno di casa: le loro spese si concentrano sul riscaldamento domestico, l’elettricità e così via. E non è tutto: le vecchie generazioni sono scarsamente sensibili al cambiamento climatico e poco propense a cambiare le proprie abitudini per fare bene al Pianeta; hanno una bassa elasticità della domanda rispetto al reddito e sono meno esposte alle economie urbane più ecosostenibili.

Gli esperti del Joint research center, guidati dal professor Fabrizio Natale, stimano che entro il 2060 il trentanove per cento delle emissioni sarà generato dagli over 65: «Le differenze intergenerazionali nei consumi, negli atteggiamenti e nei comportamenti aggiungono nuove dimensioni alle già forti differenze nella responsabilità delle emissioni a seconda dei livelli di reddito», spiegano i ricercatori. Per questa ragione, sarà sempre più importante approvare norme sull’efficienza energetica e la transizione verde ad hoc per le generazioni più anziane. 

Le tendenze demografiche causeranno uno “slittamento” di responsabilità delle emissioni di gas climalteranti verso gli anziani, intrappolati in modelli di consumo poco sostenibili e non inclini al cambiamento. Le politiche di decarbonizzazione non possono ignorare una fetta di popolazione destinata a crescere. Qui emerge uno dei pilastri più solidi del rapporto tra emissioni e demografia, perché il targeting delle politiche di mitigazione climatica è destinato a mutare. 

Nei Paesi economicamente più avanzati si fanno sempre meno figli e l’età media è sempre più elevata, quindi l’invecchiamento della popolazione va concepito al contempo come una sfida e un’opportunità. Per dare qualche numero, in Italia, secondo l’Istat, nel 2021 l’età media era cresciuta di tre anni rispetto al 2011 (da 43 a 46), e per ogni bambino si contavano 5,4 anziani. 

Il parallelismo è simile rispetto a quello tra i Paesi ricchi e poveri: il cambiamento climatico ha un impatto maggiore sulle generazioni più giovani, ma la responsabilità delle emissioni ricadrà sempre di più sugli anziani (meno esposti per ragioni puramente anagrafiche). La giustizia climatica non è solo una questione di conto in banca, ma anche di carta d’identità. Nell’Unione europea la crescita della popolazione non svolge (e non svolgerà) un ruolo preponderante nelle “emissioni del futuro”. Proprio per questo, è fondamentale considerare altre caratteristiche demografiche come l’età, la dimensione delle famiglie e la residenza in città o nelle zone rurali.

Infine ci sono le migrazioni, fortemente influenzate dai cambiamenti climatici, che «possono avere un ruolo cruciale nel contrastare il basso tasso di fertilità di un Paese», sottolinea Daniele Vignoli, professore di Demografia all’università di Firenze. Il riscaldamento globale può infatti incidere sulla fertilità, sulla mortalità e sui flussi migratori. 

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