Diaspora silente I sostenitori di una Russia democratica forse esistono (ma è come se non ci fossero)

Molto limitate le proteste contro Putin, molto divisi gli oppositori all’estero, e nessuna strategia o mobilitazione per un cambio di regime. Meglio non sopravvalutare gli espatriati e semmai concentrarsi su chi ci prova timidamente da dentro

Forze dell'ordine russe scortano manifestanti in un camion della polizia durante una protesta contro la mobilitazione militare. (Foto AP tramite Lapresse)

La storia della Russia degli ultimi cento anni è anche una storia di esilio. Ora espulsi, ora in espatrio volontario, i dissidenti russi hanno una lunga tradizione di radicamento fuori dai confini nazionali. Laddove pochi si erano visti costretti a scappare all’estero fino al 2022, la fuoriuscita dalla Federazione di quasi un milione di persone dopo il 24 febbraio (e la mobilitazione parziale di autunno 2022) ha dato nuova linfa alla società civile russa in esilio, attraendo anche l’attenzione di media e politica.

Anche se diversi attori rimangono attivi dentro il Paese, la speranza di molti osservatori europei è che una Russia pacifica e democratica possa nascere a partire dagli oppositori politici in esilio. Come europei tendiamo a guardare fuori dai confini russi per trovare una visione politica alternativa alla repressione di Vladimir Putin, complici la vicinanza geografica e la possibilità dei gruppi all’estero di organizzarsi liberamente.

Diaspora divisa
Non è però chiaro se questa classe dirigente mancata possa veramente contribuire alla fine del regime. Il dilemma non riguarda solo gli Stati che hanno accolto la diaspora, e che quindi vedono con più o meno interesse la attività politiche dei loro ospiti, ma anche la stessa società civile russa. Nella diaspora democratica non esiste un consenso sulle modalità con le quali il regime andrebbe abbattuto e nemmeno sul tipo di sistema istituzionale che si dovrebbe installare dopo la fine di Putin.

L’ammutinamento di Yevgeny Prigozhin ha esposto tutte le crepe in quello che difficilmente si può definire un movimento. Mikhail Khodorkovsky, l’ex oligarca e prigionieri politico alla guida della fondazione Otkrytaya Rossiya (Russia Aperta), non ha esitato a lanciare un appello affinché la cittadinanza russa sostenesse la Wagner nella sua marcia verso Mosca. Le sue parole sono state immediatamente condannate da altri gruppi dell’opposizione, fra cui la Feministskoye antivoyennoye soprotivleniye (“Resistenza Femminista Anti-Guerra”) e i collaboratori della Fbk (“Fondazione Anticorruzione”) di Alexey Navalny.

Le convulse ore dell’ammutinamento sono esemplari degli ultimi quindici mesi di guerra, durante i quali la diaspora democratica non è riuscita a convergere su una piattaforma politica condivisa. Ci sono stati ripetuti tentativi di riunire l’opposizione con dei congressi, prima a Varsavia nel novembre 2022, e poi a Berlino nel maggio 2023. Le defezioni sono state numerose, soprattutto nel primo caso, mentre del secondo i rappresentanti di Navalny devono ancora firmare la cosiddetta “Dichiarazione delle Forze Democratiche Russe”.

Diverse strategie per diversi attori
Non è solo il narcisismo delle piccole differenze a impedire la costruzione di una coalizione.  Formalmente, i principali scogli sembrano riguardare il futuro assetto costituzionale russo, ma al cuore del dissenso ci sono la questione del ricorso alla violenza per rovesciare Putin e la competizione politica fra leader.

Ogni gruppo in esilio è figlio della fase politica nella quale è avvenuta la sua fuoriuscita dalla madrepatria: Khodorkovsky, ad esempio, è stato fra i primi prigionieri politici di rilievo del regime nel 2003. La sua idea di regime change in Russia è probabilmente dettata dalle esperienze degli anni novanta e le guerre fra bande che hanno portato all’attuale sistema, oltre che una ormai raffreddata famigliarità con l’élite di governo. Vista la sua storia personale, Khodorkovsky è stato poco esposto alle reti di solidarietà createsi attorno alle proteste popolari di Piazza Bolotnaya del 2011-2013 contro il ritorno di Putin alla presidenza. Lo stesso vale per vari ex parlamentari, federali e locali, scappati dopo il 2022, per i gruppi pacifisti nati essenzialmente come piattaforme di mutuo soccorso per gli obiettori di coscienza e renitenti alla leva, per i gruppi buriati, ceceni, yakuzi che lottano contro la leva e l’imperialismo di Mosca in senso lato, per i rimasugli del partito liberale Yabloko o per le formazioni di matrice essenzialmente neofascista che combattono in Ucraina dal 2014-2015.

Al netto del bagaglio ideologico, la variabile fondamentale che rende difficile alla diaspora democratica di unirsi rimane il fatto che alcuni di questi gruppi hanno ancora diversi esponenti in Russia, primo fa tutti la Fbk di Navalny. Ciò impone cautela, ma anche la necessità di far corrispondere i mezzi a disposizione con il cambiamento che vogliono indurre nel Paese. Per ognuno di questi gruppi, il mezzo dello scontro politico è propedeutico sì al modello di Russia desiderato, ma anche alla rispettiva situazione contingente.
Un’ulteriore brutalizzazione della scena politica russa o la creazione di un asse con gruppi nazionalisti e parti delle élite potrebbe essere utile ai quei gruppi  a cui serve l’opportunità per poter rientrare nel Paese; un approccio nonviolento limitato all’aiuto civico e alla resistenza più o meno passiva è utile per chi punta alla sopravvivenza dentro ai confini federali.

Sostenere sia chi è in Russia sia chi è in esilio
Questa divisione fra i gruppi politici ancora presenti nella Federazione e chi l’ha dovuta lasciare non deve essere indifferente agli amici della Russia democratica. In ogni caso, è importante non sopravvalutare il ruolo della diaspora democratica nella crisi del regime putiniano, per quando essa sia più mediaticamente presente e accessibile ai decisori occidentali. Anche se è plausibile che gli esiliati siano una potenziale futura classe dirigente, non bisogna fingere che esista una comunione di intenti con chi è ancora nel Paese e avrà un ruolo fondamentale nelle settimane (se non ore) cruciali che accompagneranno il crollo del regime.

Se è quindi vero che l’opposizione in esilio necessita sostegno da Unione Europea e dalle capitali europee, è importante continuare a parlare e aiutare, per quanto possibile, chi dentro ai confini russi continua la propria opera di resistenza. È necessario un sostegno globale alla Russia democratica, ricordando che sono soprattutto organizzazioni come Ovd-Info, che tiene i fari accesi sulla repressione e aiuta le vittime del regime, ad essere in prima linea contro Putin.

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