Pieni poteri Lo sgombero di Sfax è come la Tunisia dice di governare i flussi migratori

Le nuove violenze sui profughi seguono la retorica di Kais Saied che li accusa di voler operare una «sostituzione etnica» nel Paese. Migliaia di persone sono state deportate forzosamente nel deserto verso Libia e Algeria, superate da Tunisi per numero di partenze verso l’Italia

Il presidente tunisino Kais Saied
(Fethi Belaid/Pool via AP)

Le piazze vuote in Tunisia sono ormai destinate a non fare più notizia. Da quando il presidente della Repubblica Kais Saied si è assicurato i pieni poteri le rivendicazioni di piazza si sono fatte via via meno partecipate. Una desolazione che ha coinvolto non solo la capitale Tunisi ma anche altre città, come Sfax.

Una desolazione che, tuttavia, quando ha riguardato la seconda città più importante del Paese ha fatto parecchio rumore. Questa volta non ha avuto a che fare con gli aspetti politici, economici o sociali del piccolo Stato nordafricano ma i motivi sono prettamente migratori.

Nella notte tra sabato 16 e domenica 17 settembre infatti una pesante operazione delle autorità tunisine ha sgomberato la piazza di Bab Jebli, uno dei punti più centrale di Sfax che da qualche mese era diventato anche il ritrovo e il “rifugio” per centinaia persone di origine subsahariana.

Circondata da un parco, diventato una casa a cielo aperto per altrettanti richiedenti di protezione internazionale provenienti dal Sudan, e dalla medina della città, Bab Jebli da qualche mese è il crocevia di tante storie di violenza che hanno interessato a vario titolo i subsahariani che in Tunisia avevano trovato un lavoro, studiavano o semplicemente stavano aspettando di partire verso Lampedusa e Pantelleria.

L’origine dei soprusi subiti dalla popolazione nera risale allo scorso febbraio, quando Kais Saied l’ha accusata di volere compiere «una sostituzione etnica» nel Paese. È poi proseguita a luglio, momento in cui sono cominciate vere e proprie deportazioni di massa verso le zone desertiche con la Libia e l’Algeria da parte delle forze di sicurezza tunisine.

Si stima che più di milleduecento persone, tra cui donne incinte e bambine, siano state abbandonate lungo la frontiera senza accesso ad acqua o cibo. Una situazione precaria che perdura ancora oggi e che aveva portato anche a diversi episodi di violenza da parte di cittadini tunisini nei confronti di subsahariani e sudanesi.

La decisione di evacuare la piazza è stata presa soprattutto per dare un segno di ordine e controllo rispetto a una situazione che la popolazione locale stava considerando insostenibile.

Sfax è di fatto il punto più strategico per le partenze lungo la rotta centrale del Mediterraneo e la soluzione trovata dalle autorità è stata semplice: centinaia di persone presenti fino a sabato a Bab Jebli sono state prelevate e lasciate lungo la strada di El Amra, una delle zone più famose da dove iniziano le traversate. Una distesa di coltivazioni di ulivi intervallate da piccoli villaggi dove i migranti attendono pazientemente il loro turno per partire.

Constatato il fatto, in Tunisia è cominciata a circolare una domanda: come si è arrivati a tutto questo?

Mentre nel Paese la crisi economica, politica e sociale continua a minare le condizioni di vita della popolazione, nel 2023 il piccolo Stato nordafricano ha superato la Libia per numero di partenze. Secondo gli ultimi dati forniti da Agenzia Nova, più di ottantacinquemila persone sono arrivate in Italia dalla Tunisia, un incremento di oltre il trecentosessanta per cento rispetto all’anno scorso.

Numeri che spiegano l’urgenza per l’Unione europea (e in particolare l’Italia) di stringere accordi con Saied dal punto di vista migratorio e le numerose visite che hanno poi portato alla firma del Memorandum d’intesa il 16 luglio scorso alla presenza della Commissaria Ue Ursula von der Leyen, la prima ministra Giorgia Meloni e il premier olandese Mark Rutte.

Un memorandum che ha causato più di un malumore in seno al Parlamento europeo ma che non è ancora stato implementato nelle sue parti più urgenti, come ad esempio i duecentocinquantacinque milioni di euro previsti immediatamente a favore della Tunisia. Diversi analisti hanno notato in questo dettaglio il possibile aumento improvviso degli arrivi a Lampedusa, i quali non sono destinati a diminuire nel breve periodo.

In un quadro già ampiamente frammentato, ha fatto anche notizia il divieto di ingresso nel Paese a una delegazione ufficiale del parlamento europeo la scorsa settimana. La visita, la quale mirava a incontrare diversi esponenti della società civile nel mirino della presidenza della Repubblica, è stata bloccata dal ministero degli Affari esteri senza dare spiegazioni.

Un chiarimento è arrivato direttamente da Saied che, oltre a fornire la versione ufficiale del governo, ha fatto intendere che il clima in Tunisia è decisamente cambiato: «Alcuni canali stranieri stanno cercando di dare notizie sbagliate mentre dovrebbero prestare attenzione alla loro situazione e coloro che parlano di libertà di stampa e di espressione dovrebbero informare noi sulla situazione nel loro Paese. Devono smetterla di intromettersi nei nostri affari interni perché la Tunisia non interviene nei loro».

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