La banalità del maleI genitori tifosi, i figli isterici e l’indignazione per alcuni cattivi e altri no

Adesso mi metto comoda e aspetto le vostre spiegazioni sul perché l’assassino del terzo mondo aveva le sue ragioni, ma dell’assassino bianco Filippo Turetta guai a dire che faceva i biscotti

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Adesso io mi metto qui comoda, mi verso da bere, e voi – con tutta calma, con parole vostre – mi spiegate la netta differenza non già tra il più cieco amore e la più stupida pazienza, che era facile, ma tra i biscotti di Filippo Turetta e i rapitori gentiluomini di Hamas.

Sono settimane che dite – dico a voi, che scrivete sui social e io non sono abbastanza Travis Bickle da pensare parliate con me ma voi siete abbastanza Napoleone a manicomi chiusi da parlare al mondo – che è uno schifo qualunque contestualizzazione, qualunque movente, qualunque rigo dedicato a Raskolnikov.

Dei cattivi non si parla, i cattivi sono cattivi, non va bene ipotizzare patologie della psiche, non va bene nulla che motivi, non va bene nulla che spieghi, bisogna solo dire che è colpa di quell’entità astratta che è il patriarcato, cugino della fatina dei dentini, mai dare un dettaglio di come uno esca così di testa da accoltellare la ex, mai dire che piange o altro, ce la menate col podcast di Stefano Nazzi e la tv di Franca Leosini sempre ma improvvisamente avete deciso che la cronaca nera è una forma di attenuante, che qualunque descrizione è giustificazione.

Poi però per gli altri cattivi non vale. Per i cattivi che sono cattivi di quegli altri quindi non possono essere anche cattivi nostri, ché anche nella banalità del male abbiamo deciso di fare le tifoserie. La settimana scorsa Isabella Rossellini, un pezzo di storia dello spettacolo di questo derelitto paese, ha instagrammato non so che foto di lei con Paolo Sorrentino, e il primo commento che mi compariva sotto la foto la inchiodava alle sue responsabilità: perché non prendi posizione sul genocidio in Palestina, eh, eh, eh.

Ora io non ho, per ragioni già più volte articolate (perché non sono mica scema), alcuna intenzione di mettermi a dibattere del merito, neppure dell’appropriatezza della definizione di «genocidio», ma voglio dedicarmi a immaginare le vite disperatissime di chi non sia Isabella Rossellini, di chi non abbia vissuto nel secolo del talento e ritenga di doversi adeguare a quello del consenso.

Voglio immaginare le vite di rumorosa disperazione di chi la mattina si sveglia e si deve ricordare che, tra un codice sconto e un albergo a scrocco, deve non solo ricordarsi di instagrammare la propria contrarietà al genocidio del momento, ma anche non permettersi di dare per scontato l’ovvio, altrimenti i follower si irritano.

Perché non hai detto che è sbagliato ammazzare di botte la propria moglie. Perché non hai detto che bisogna pagare le tasse. Perché non hai detto che non si sputa sul marciapiede. Perché non hai detto che non si incendiano i boschi. Perché non hai detto che è meglio essere ricchi e felici che poveri e infelici.

Adesso io mi metto qui comoda, mi verso da bere, e voi – con tutta calma, con parole vostre – mi spiegate in che modo lo scandalo collettivo per il bambino che gli altri bambini hanno crudelmente lasciato solo in classe, facendo quel che da sempre fanno i bambini, cioè essere stronzi, in che modo la convinzione collettiva che i bambini vadano protetti da qualunque delusione, paura, ipocondria, corrente gravitazionale, in che modo la tutela degli esseri umani piccoli da ogni ostacolo possa produrre esseri umani grandi che poi non sbroccano alla prima difficoltà, sia essa essere fuori corso o essere disamati o essere di malumore.

Dice: eh ma per lasciare il bambino solo in classe si sono mossi i genitori. Certo: genitori cui i bambini stronzi hanno riferito che il bambino X rompeva i coglioni. Bambini stronzi la cui stronzaggine si compie con la collaborazione dei genitori, come tutto ciò che fanno i bambini di questo secolo, da guardare i cartoni animati a leggere i fumetti, giacché i genitori miei coetanei non hanno una vita loro e quindi vivono di riflesso quella dei figli.

Nessuno vuole l’invadenza dei genitori e dei figli degli altri, ciascuno è tifoso nella curva del figlio proprio. La chat di classe ideale è una chat di classe in cui si dice solo che genio sia il mio, e quanto abbia sempre ragione io.

Giacché in generale genitori di stronzi, così come evasori fiscali e gelosi patologici e gettatori di sigarette accese nel bosco, son sempre gli altri. Tutti odiano le chat di classe. Tutti odiano il registro elettronico. Tutto ciò che è la moderna invadenza di adulti disperati nelle vite di bambini iperprotetti è come la Dc e come Berlusconi: a fidarsi delle autocertificazioni, non li ha mai voluti nessuno.

Eppure, se il registro elettronico e le chat di classe esistono, sono una risposta a un problema preesistente: il genitore che smania per esserci, che fa i compiti assieme al figlio e, non ricordandosi come ogni adulto dove diavolo si coltivi la barbabietola da zucchero, decide che i compiti di questi poveri bambini d’oggi sono troppi e troppo difficili, e corre nella chat di classe a organizzare una protesta.

L’altro giorno su Twitter una tizia diceva che il figlio seienne è «in attesa di sostegno perché ha problemi comportamentali e di gestione di fallimento e frustrazione». Esistono seienni che sanno gestire il fallimento e la frustrazione? Gli mancano vent’anni di sviluppo della corteccia prefrontale, come diavolo fanno a saper gestire le frustrazioni? (Non che negli adulti sia garantito, diciamo).

Non sarò certo io a dire che una truffa istituzionalizzata come quella delle certificazioni per cui ogni difetto caratteriale è patologia, ogni bambino è speciale, e a ogni seienne con meno capacità di mediare di Henry Kissinger spetta l’insegnante di sostegno, che uno schema Ponzi così non si è mai visto. Wanna Marchi era il reale e il razionale in confronto, ma ormai è tardi per recedere e dirottare i soldi sulle cose che servirebbero davvero.

Non lo dirò, voi però in cambio spiegatemi perché il rapitore che non ti rilascia con l’orecchio tagliato è buono, l’assassino del terzo mondo aveva le sue ragioni, ma dell’assassino bianco guai a dire che faceva i biscotti. Convincetemi che la determinazione a comportarsi male epperò essere considerati vittime sia diversa se la inscena Hamas e se la inscena Filippo Turetta.

Voi, in cambio, spiegatemi come questi figli che allevate come non fossero bambini, cioè creature che crescono a caso dalla notte dei tempi, ma preziosi pezzi unici che vanno tutelati dalla stronzaggine del mondo, dei compagni, delle maestre, dalla stronzaggine gravitazionale, spiegatemi come possano poi non diventare degli isterici egoriferiti che un giorno ti fanno i biscotti e l’altro t’ammazzano; e se davvero siete convinti che la responsabilità sia di chi racconta che facevano i biscotti, mica di voialtri che persino da genitori siete innanzitutto tifosi.