Il muso sulla CostituzioneUna prima, piccola, vittoria delle opposizioni sul governo Meloni

Costringere l’esecutivo a passare dal Parlamento per la questione degli immigrati da spedire in Albania è un risultato notevole. E adesso i vertici di Fratelli d’Italia devono dimostrare di saper incassare il colpo (e non è scontato)

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Eccola una prima, magari non gigantesca, vittoria politica delle opposizioni: aver costretto il governo a far passare all’esame del Parlamento la questione degli immigrati da spedire in Albania, cioè il famigerato accordo Meloni-Rama che la premier e i suoi vari collaboratori d’ordinanza volevano realizzare alla chetichella. Invece ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani, con vicino il titolare dell’Interno Matteo Piantedosi, ha annunciato a Montecitorio che la misura ideata dalla premier italiana e dal capo del governo albanese sotto il sole d’agosto in Puglia diventerà un disegno di legge.

Era quello che le opposizioni avevano chiesto con una lettera al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, per fare in modo che venissero compiuti «tutti i passaggi necessari affinché l’accordo tra Italia e Albania sia trasmesso alle Camere» e «le prerogative del Parlamento siano compiutamente rispettate».

Ma il governo aveva fatto orecchie da mercante, da Giorgia Meloni a Giovanbattista Fazzolari, l’uomo che ha materialmente scritto il testo dell’intesa italo-albanese che chiaramente non può non passare per le aule parlamentari, non solo per la oggettiva rilevanza della materia ma anche e soprattutto perché prevede stanziamenti. E certamente dal Quirinale sarà venuto il solito, garbato ma fermo richiamo a seguire la regola costituzionale. Tanto è vero che un’esultante Elly Schlein ha subito commentato: «Hanno battuto il muso contro la Costituzione».

Al di là del merito di una misura assai discutibile, e tra l’altro assai ingarbugliata, le considerazioni politiche su quella che Peppe Provenzano ha definito «un’inversione a U» del governo sono due. La prima è appunto un riconoscimento alle ragioni delle opposizioni – e in particolare del Partito democratico, che in questa fase sta rivolgendo tutta la sua attenzione sulla centralità del Parlamento (oggi per esempio i dem presentano la “contromanovra” che costituirà la base per tutto il lavoro emendativo, come al solito faticosissimo, e vedremo se porterà qualche vittoria nei tanti voti che ci saranno).

La seconda considerazione è ancora più importante perché forse per la prima volta i generali di Fratelli d’Italia, a partire dalla “generalessa” numero uno, la presidente del Consiglio, sono stati sconfitti dall’ala, diciamo così, più rispettosa delle prerogative del Parlamento: Tajani, certo, ma forse anche Piantedosi.

Sul merito dell’intesa le distanze restano incolmabili. Tajani ha spiegato il senso dell’accordo: «L’Albania concederà gratuitamente all’Italia due aree. Un punto di arrivo al porto di Shëngjin, nella costa settentrionale del Paese, e una base militare a Gjader a circa trenta chilometri dal porto. Nel porto vi sarà una struttura dedicata alle attività di soccorso, di prima assistenza e di rilevamento segnaletico e di impronte digitali. Nella seconda struttura, situata nella località all’interno, sarà svolto l’esame della domanda di protezione internazionale e, per chi non ne avrà i requisiti, saranno effettuate le procedure per il rimpatrio». Probabile che la cosa, oltre a rivelarsi alquanto farraginosa, costerà molti soldi.

Il punto è che dalla giornata di ieri il governo è uscito diviso. Come accennato, ne esce male Fazzolari, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, considerato a torto o a ragione la “mente” del governo, e con lui il ministro per i rapporti del parlamento Luca Ciriani, altro “fratello d’Italia”, che solo pochi giorni fa aveva escluso che l’accordo Meloni-Rama potesse venire sottoposto alle Camere. Si tratta di due stretti collaboratori della premier. Ed è infatti lei che nello scontro diretto con Schlein stavolta l’ha presa sui denti.