Tutta un’altra musica L’intelligenza artificiale come forma d’arte (molto limitata)

Ecco perché un famoso compositore di colonne sonore si è sentito un po’ più tranquillo quando si è reso conto che la «macchina» non ha proprio idea di come gli esseri umani traducano in note le loro emozioni complesse

AP/Lapresse

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Il 2023 è stato un anno ricco di emozioni, pensieri ed esperienze complesse. Mia figlia ha mosso i primi passi e ha pronunciato le sue prime parole. Le produzioni cinematografiche e televisive si sono fermate perché gli artisti hanno intrapreso una lotta per ottenere nuovi diritti in un settore in continua evoluzione che avanza verso un futuro ignoto.

E ci siamo confrontati con i risvolti etici di una nuova tecnologia che forse non sarà in grado di replicare le prime parole di mia figlia ma è vista da molti come una minaccia esistenziale rivolta a tutto ciò che ci rende umani, comprese le nostre espressioni artistiche: l’Intelligenza Artificiale.

Sono un compositore e un pianista e quindi è soprattutto attraverso la musica che esploro, elaboro ed esprimo i sentimenti complessi. Le arti hanno un particolare modo di prendere ciò che è irrisolvibile e di tradurlo in qualcosa che la pancia e il cuore riescono a capire. Anche quando ci vengono meno le parole, creare o vivere l’arte rimane un’esperienza molto profonda e molto umana. Ma, sulla soglia del 2024, mi sono posto il problema di come gestire il ruolo della tecnologia nelle arti e gli strumenti creativi connessi all’AI, che non sono legati ai sentimenti e ai dati.

Voglio essere chiaro: io amo la tecnologia. Sempre più spesso mi sento miseramente ignorante su come funzionino le nuove tecnologie e su come usarle, e su quanto esse stiano imparando da me, ascoltandomi o tracciandomi. Ma non vivrei senza: la tecnologia è fondamentale per il mio lavoro di compositore, in cui mi viene richiesto di creare una rappresentazione interamente digitale della colonna sonora di un film prima di registrarla con un’orchestra vera (e non c’è mai paragone tra la prima versione
e quella vera).

Inoltre, dal momento che sono un nerd della musica e del cinema, divoro sempre ogni colonna sonora, registrazione, film o intervista che riesco a trovare su Internet. La possibilità di leggere l’analisi di una sinfonia di Mahler e di scoprire che cosa sia stato campionato da Timbaland per una parte dei beat di Work It – il tutto nell’arco di una pausa di cinque minuti trascorsa su Instagram – è un qualcosa di cui non mi stuferò mai.

Queste informazioni che divoro, insieme a tutte le altre cose in cui mi imbatto e che scarico mentalmente, riaffiorano dalla mia memoria mentre scrivo della musica. Naturalmente, l’anno scorso, subito dopo il rilascio della sua nuova versione, ho provato a modo mio ChatGpt per vedere se poteva aiutarmi a imparare e ad assorbire qualcos’altro. E quello che ho scoperto è stato allo stesso tempo emozionante e spaventoso.

L’emozione l’ho provata chiedendogli dieci brani di musica classica ispirati all’oceano e poi aggiornando e modificando quella stessa richiesta fino a ottenere quasi venti brani di musica classica che non avevo mai sentito prima. Oppure scoprendo quali filmmaker avessero ispirato alcuni dei miei registi preferiti.

La paura l’ho provata chiedendo il nome di qualche compositore nero e vedendo dei compositori bianchi nella lista delle risposte. Oppure chiedendo a ChatGpt di scrivere una scena nello stile di un particolare scrittore e sentendo, al netto di qualche frase bizzarra e di qualche strana artificiosità che sono tipiche della scrittura generata dall’AI, un inquietante senso di familiarità nel tono di quella scena. All’improvviso, ho sentito di non potermi fidare.

Come potrei rivolgermi a una fonte di informazioni che non applica alle sue risposte nessun fact checking e non le verifica in alcun modo? Se dovessimo affidare all’AI il compito di preservare la nostra storia per trasmetterla alle generazioni a venire, in che modo la riscriverebbe? E quelle storie poco documentate che non fossero presenti su Internet andrebbero forse perse e dimenticate?

Dopo un po’, però, sono tornato su ChatGpt e, basandomi sulle esperienze che avevo fatto all’inizio della mia carriera, l’ho fatto con un atteggiamento mentale diverso.

Ho iniziato come compositore di musica per documentari e ne ho anche realizzati un paio direttamente io. Studiandone la forma, mi sono rapidamente innamorato dello stile proprio del cinéma vérité, che consiste nel creare un film che si limiti il più possibile all’osservazione, con una narrazione ridotta al minimo e l’obiettivo di registrare senza che il regista diventi un personaggio della storia. Mi piaceva molto la natura realistica del lavoro delle telecamera e la scelta di sedersi e stare a osservare. Delle lunghe riprese senza interruzioni di persone che semplicemente esistono possono essere di una bellezza sconvolgente.

Ma, man mano che imparavo a conoscere «le cose da fare» e «le cose da non fare» nell’utilizzo di quel mezzo, mi incuriosiva l’idea di «verità» applicata al cinema. L’operatore sceglie che cosa filmare. Il montatore deve scegliere che cosa tagliare. E il regista deve scegliere la storia che il filmato racconterà. Come possono queste persone eliminare completamente dal processo creativo i loro pregiudizi connaturati?

Tutto questo mi ricordava il jazz. Come improvvisatori, siamo sempre aperti a qualsiasi cosa ci si presenti. Che si tratti di una nota suonata dal bassista o di un ritmo del batterista, siamo come antenne che aspettano di captare un segnale, traendo ispirazione da ciò che emerge in quel momento. Ma anche gli improvvisatori più originali suonano sempre in un loro specifico modo. Quando hanno a che fare con il loro strumento hanno delle inclinazioni, un tocco e un suono che saranno sempre presenti, tutte le sere.

E immagino che la stessa cosa valga anche per tutti gli artisti che lavorano nel cinéma vérité. Ad alcuni direttori della fotografia piace forse girare in modo più intimo. Così come alcuni montatori amano tagliare in un modo che conferisce un particolare ritmo.

Non possiamo evitarlo: creiamo in base alla nostra provenienza e al modo in cui abbiamo imparato a vedere il mondo. E, persino in una forma d’arte la cui traduzione letterale è «cinema verità», la «verità» è comunque filtrata.

Lo stesso si può dire dell’AI. Mi ero rivolto a ChatGpt cercando una fonte di informazioni onnipotente e invece ho trovato soltanto un programma che mi forniva una lista delle migliori ipotesi di risposta che si basavano su ciò che era riuscito a trovare su Internet. Invece di un insegnante, ho trovato un qualcosa che è cresciuto in un mondo fatto di disinformazione e di enormi quantità di testo che potrebbero istruire un algoritmo su come scrivere, ma non su come comprendere.

Da artista, mi sono un po’ tranquillizzato quando mi sono reso conto che l’AI non ha modo di sapere come traduciamo in parole su una pagina (o in note che vanno a formare una melodia) le nostre esperienze di vita e le nostre emozioni complesse. Un artista fittizio generato dall’AI avrà sempre l’artificiosità determinata dal caso e la falsità di Internet.

Se si tiene conto di questo e si affronta l’AI semplicemente come un’altra forma d’arte – in cui le informazioni sono generate e filtrate secondo molte prospettive diverse – allora può rivelarsi un’altra interessante fonte di ispirazione. Come società abbiamo il compito di fornire a questi algoritmi delle informazioni accurate, diversificate e attentamente verificate: lo dobbiamo a noi stessi e alle generazioni future.

Io, da artista, aspetto con entusiasmo di vedere come si svilupperà l’AI. E reagirò a qualsiasi cosa essa «farà» nello stesso modo in cui reagisco a ciò che fa ogni altra persona creativa: con una dose di scetticismo professionale e buttando un occhio alle fonti che l’hanno ispirata.

© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY

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Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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