Italia ignotaUn Pd moderato e di governo è l’unica alternativa alla maggioranza perpetua della destra

La sconfitta del campo larghissimo in Abruzzo dimostra che l’opposizione non capisce più questo Paese. E la sua fragilità non promette niente di buono nell’immediato futuro. A meno che…

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Forse il punto è sempre questo: «Perché i partiti proletari hanno fallito? Essi non conoscevano la situazione in cui avrebbero dovuto operare, essi non conoscevano il terreno su cui avrebbero dovuto dare la battaglia. Noi non conosciamo l’Italia. Peggio ancora: noi manchiamo degli strumenti adatti per conoscere l’Italia, così com’è realmente…». È un passo di una lettera scritta cento anni fa da Antonio Gramsci, dunque all’indomani della disfatta dinanzi al fascismo. «Noi non conosciamo l’Italia»: sembra valido anche oggi.

Per due settimane si è strombazzato di un vento cambiato, di spallata, di un governo impaurito, spacciando una elezione regionale in Sardegna come il giudizio di Dio. È spuntato nella notte della politica un magico campo largo manco fosse il Comitato di Liberazione Nazionale. Sui giornali Giuseppe Conte è stato raccontato come uno statista, e Pier Luigi Bersani come una «rockstar della sinistra».

Era solo propaganda o ci credevano davvero? Nel primo caso è stato un boomerang perché la boria derivante dal successo di Alessandra Todde in Sardegna ha più infastidito che altro. Ma la seconda ipotesi è anche peggio, perché pensare di vincere in Abruzzo, alla luce dei risultati, era evidentemente fuori dal mondo: e se i dirigenti del campo largo ci hanno creduto significa che non conoscevano il terreno della battaglia, come diceva Gramsci, che non conoscono l’Italia.

Si sono inerpicati nelle vallate abruzzesi fiutando un vento che non c’era. Poi il giorno dopo tutti a dire che si sapeva, e anche contenti del risultato. Complici i social e il sistema mediatico, la verità è che la sinistra non dispone più delle famose “antenne” per capire la società profonda, manca persino degli strumenti – sempre Gramsci, il quale infatti provvide a una grandiosa ricostruzione della storia d’Italia come base per l’azione politica – per fuoriuscire dallo stato di minoranza cui pare condannata.

La questione è fondamentalmente questa: il non capire più questo Paese nelle sue espressioni e nelle sue domande. Di qui il primato della propaganda sull’analisi, l’attenzione rivolta al bricolage delle alleanze tra partiti e partitini con gli inevitabili giri di valzer con questo o con quello, totalmente al di fuori di un programma di governo convincente per la maggioranza degli elettori. I quali giustamente se ne strafregano se nel campo c’è Giuseppe Conte o Matteo Renzi o tutti e due perché non vuole uno schemino politicista, ma idee nuove e realizzabili. Non percependole, o resta a casa o segue il potere, che è la vera, potentissima arma della destra. Altro che matite contro i manganelli. Non raccontatevi un’Italia che non esiste.

C’è infine un problema strutturale nel pericolante edificio delle opposizioni, ed è la debolezza intrinseca di tutti i soggetti che ne fanno parte. Tranne il Partito Democratico, l’unico partito che bene o male resiste alle intemperie di questo tempo ma che sta sempre lì, punto più o punto meno. Il resto è poca roba.

Il Movimento 5 stelle prende voti solo se può sbandierare il reddito di cittadinanza o il bonus edilizio, altrimenti va largamente sotto il dieci per cento. Non molto di più della pazzotica area centrista se non fosse frantumata. La sinistra radicale è quello che è, completamente priva di capacità espansiva.

Allora la domanda è questa: riuscirà il Partito democratico di Elly Schlein a fare il salto da partitello di protesta a partito di governo recuperando la “vocazione maggioritaria” o chiamatela come vi pare, e dunque a conquistare una fetta molto più grossa dell’elettorato, pescando ovunque, tra gli astenuti come tra i moderati che oggi votano altri partiti? Perché è chiaro ormai che prendere il venti o il ventitrè è la stessa cosa, cambia giusto l’umore di Elly Schlein e dei suoi collaboratori, ma alla fine non fa la Storia. Se il Partito democratico riprendesse l’ambizione dei tempi migliori, allora la partita si riaprirebbe. Altrimenti la sinistra continuerà al massimo ad appiccicare con il bostik i vari cespugli e a fare un giusta ma vana testimonianza. Con le sue “rockstar” sempre più logorate.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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