Tendenza DianaVeronica Lario e l’arte di stare zitti quando non si ha niente da dire

Intervistata su Skytg24 in “A cena con Maria Latella”, l’ex moglie di Berlusconi ha parlato della separazione e ha dato delle risposte che, insomma, se tutti prendessero esempio il mondo sarebbe un posto migliore

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«Improvvisamente, dopo questa separazione, ho deciso per varie ragioni di cominciare a montare a cavallo. Mi è servito molto». Miriam Bartolini, che inspiegabilmente continuiamo tutti a chiamare Veronica Lario, il nome d’arte che si era scelta per una professione che ha smesso di praticare da una vita, è una signora di mezza età, ma solo perché ormai l’età intera si dà per scontato debba superare i cent’anni.

Ha sessantasette anni, è una boomer: non nello slittamento semantico demente della neolingua, ma proprio tecnicamente. È una signora nata negli anni del boom economico. È coetanea di Miguel Bosé: bravi ragazzi siamo amici miei, tutti poeti noi del ’56.

Non ha, immagino, consuetudine con l’umorismo da social network, le gif, i meme, quella forma di Tourette per cui quella frase lì diventerà ammicco semipornografico che la prima volta si limita a non far ridere e la centoventesima ti fa venir voglia di mandare ogni Brocco81 in un collegio militare.

C’è stato un tempo in cui essere l’unica giornalista con cui Veronica Lario parlasse era una valuta sufficiente a farti ottenere la direzione d’un giornale. C’è stato un tempo in cui il sottrarsi ai riflettori di Veronica Lario sembrava chissacché.

Non era la prima né sarebbe stata l’ultima moglie di uomo di potere che non voleva stare in scena, ma era la moglie di Silvio Berlusconi: il più perpetuamente in scena degli uomini di potere. Veronica Lario esercitava, presso i giornali, la fascinazione che il tizio che si fa aspettare per ore esercita presso la donna ritratta da Marco Ferradini.

Moltissimi anni fa la direttrice d’un newsmagazine (talmente tanti anni fa che esistevano i newsmagazine) mi chiese d’andare a lavorare per lei. Erano anni in cui nelle riviste femminili si guadagnava talmente tanto che se non le risi in faccia poco ci mancò. Le dissi che però potevo collaborare, scriverle qualche articolo. Lei decise che avrei dovuto fare una serie di ritratti di mogli dei potenti. Partendo, naturalmente, da Veronica Lario.

Delle settimane trascorse a cercare invano di farmi raccontare cose sulla signora da gente terrorizzata da chissà quali potenziali contraccolpi – Berlusconi era ancora Berlusconi, e «ricordati degli amici» era ancora e per sempre il motto nazionale – ricordo solo le scenate di gelosia delle cape dei femminili: per i miei pezzi non hai mai lavorato tanto, pigolavano.

Finì che quell’articolo non uscì mai, e secondo i più retroscenisti dei miei interlocutori c’era un piano preciso: farmi lavorare a vuoto era il modo in cui la prima-direttrice-donna-di-newsmagazine mi aveva fatto pagare il gran rifiuto di passare le giornate nel suo open space. Chissà quale computer d’epoca ha inghiottito il file, e chissà cos’avevo scritto, ma sulla fiducia aveva ragione lei: l’articolo che non ricordo era di certo impubblicabile. Di Veronica nessuno sapeva niente, cosa potevo avere da aggiungere io?

Non ricordo la mia bozza d’articolo, ma ricordo la telefonata d’un vice: il direttore dice che il pezzo è scritto molto bene ma non contiene nessuna notizia. Ero turbata: mi aveva presa per una che dava notizie? Va bene essere considerata cafona, ma così è troppo.

Comunque: di Veronica non si sapeva niente, e quindi restava sempre il dubbio che solo i silenzi lasciano. Trattavasi di carisma e sintomatico mistero, o solo della furbizia katemossiana di tacere perché non si ha niente di rilevante da dire?

Poi andò come tutti ricordiamo: il ciarpame senza pudore, la separazione, il Sunday Times che in contemporanea all’ufficializzazione della fine del matrimonio esce con un articolo in cui Maria Latella, autrice di “Tendenza Veronica” e veronicalarista ufficiale della nazione, dichiara che «Veronica told me that she doesn’t understand why so many people say she should divorce. She says it shocks her that people could want a family to shatter».

Molti anni prima di “Succession”, un indizio della spietatezza dei molto ricchi ce lo diede la seconda signora Berlusconi, che non esitò a far fare la figura della disinformata alla sua confidente, biografa, cronista d’elezione. Veronica è scioccata all’idea che pensino che divorzierà, ve lo dico io. Ammazza che amica di merda, pensammo noi ingenue lettrici. Quindici anni dopo, ieri sera la signora è comparsa su SkyTg24 in “A cena con Maria Latella”, che ha ricambiato con luci di scena altrettanto spietate.

Ha detto della separazione che «Non ho potuto partecipare alle lauree dei miei figli perché due eravamo troppi», che come costruzione somiglia molto al «Well there were three of us, in this marriage, so it was a bit crowded» di Diana Spencer, ma non dice d’un adulterio.

Dice d’un divorzio di quelli d’una volta, in cui ci si detesta accuratamente finché morte non ci riconcili, mica si fa la famiglia allargata in cui si continua tutti a volersi bene come galateo postmoderno impone. L’ultima laurea è quella di Luigi Berlusconi, nel 2011. Miriam e Silvio erano separati da due anni, e ancora eravamo al «se viene lei non vengo io». Poi dice come mai ha governato così a lungo: perché somigliava a tutti noi pieni di rancore e dispetti e piccinerie.

Che cos’hai fatto in tutti questi sedici anni, chiede Latella. La sua ospite non risponde che gli anni sono quindici, né dice «Sono andata a letto presto». Parla dei cavalli, appunto: avrà avuto anche lei, come tutte, Diletta Butler come figura cinematografica di formazione.

Più avanti nella conversazione, dirà «Non ho motivo di essere ricattabile, perché io non porto con me nessun segreto», rispondendo alla domanda che ci facciamo da sempre tutti, rispondendo alla domanda che Latella non ha formulato. La risposta sottintesa è: sto zitta perché non ho niente da dire, se prendeste tutti esempio il mondo andrebbe assai meglio.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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