All’italianaI possibili scenari politici francesi in assenza di una maggioranza

Costruire un’alleanza di governo dopo il ballottaggio del 7 luglio è un lavoro di incastri molto difficile. L’unica cosa certa è che l’estrema destra è fuori dai giochi

I neoeletti deputati del partito socialista all'Assemblea nazionale (AP/ LaPresse)

Le Figaro e Le Monde colgono lo spirito del momento della Francia post-elettorale e mettono in pagina un’infografica dal titolo sfidante: «Tentate di comporre una maggioranza assoluta col nostro simulatore di coalizioni». La soluzione di questo divertente fai-da-te è quasi impossibile se si rispetta la realtà fattuale: nell’Assemblea Nazionale la somma dei movimenti che non possono fare maggioranza insieme per roboanti ed esplicite dichiarazioni di incompatibilità reciproche – La France Insoumise, Ensemble e Rassemblement National – è di trecentosessantuno, laddove la maggioranza è a duecentoottantanove.

Dunque, l’unica maggioranza possibile, ma solo numericamente, non politicamente, sarebbe quella che dovrebbe andare dai neogollisti che si sono rifiutati di allearsi con Marine Le Pen, sino ai Verdi, passando per Ensemble e i Socialisti. Un ircocervo eterogeneo, incompatibile con la storia politica della Francia che ha sempre visto i neogollisti alternativi e antagonisti ai socialisti. Basti pensare che i socialisti, lo ha appena ribadito il segretario Olivier Faure, ritengono imprescindibile abolire la recente riforma delle pensioni, fiore all’occhiello di Ensemble così come la legge sull’immigrazione. Non parliamo poi delle incompatibilità tra neogollisti e Verdi.

Un quadro, per di più, complicato dal fatto che il blocco centrale macroniano di Ensemble vede Éduard Philippe, che controlla trentatré seggi, che si prepara alla candidatura per le presidenziali del 2027, radicalmente opporsi a qualsiasi intesa con i socialisti, caldamente auspicata invece da Élisabeth Borne e da altri.

Dunque, al massimo, l’arco parlamentare che va dai Verdi ai neogollisti, l’unico con una maggioranza numericamente possibile, potrebbe, ma anche questo non è detto, sostenere con un gioco di astensioni un governo tecnico con obiettivi limitati di normale amministrazione, poco al di là dell’approvazione della legge di bilancio.

Ed è questa la soluzione che dopo settimane di trattative estenuanti probabilmente si imporrà. Stéphane Séjourné, ministro degli Esteri e segretario di Renaissance, il movimento di Emmanuel Macron, ha chiamato formalmente su Le Monde questo arco di forze a una trattativa che probabilmente inizierà a breve.

Appare infatti scarsamente praticabile la strada di un governo di minoranza, vuoi di centrodestra, vuoi di centrosinistra, vuoi di sinistra, soluzione oggi pretesa a gran voce da Jean-Luc Mélenchon e suggerita da alcuni analisti. Non passerebbe infatti la prima, immediata, mozione di censura. Il governo di minoranza è stato possibile con i governi di Elisabeth Borne e Gabriel Attal (che però contavano duecentocinquanta parlamentari) perché neogollisti, Marine le Pen e opposizione di sinistra non avevano interesse a elezioni anticipate e non votavano uniti le tante mozioni di censura. Non a caso, Emmanuel Macron ha imposto il voto anticipato contro il parere di tutte le opposizioni – e di parte dei suoi seguaci, a partire dal premier Attal – proprio per prenderle in contropiede. Manovra riuscita quanto alla sconfitta di Marine Le Pen, ma fallita quanto a solidità di un nuovo governo.

Ma in questo nuovo Parlamento, con le elezioni che per Costituzione non si possono tenere prima di un anno, è più che probabile – se non certo – che queste mozioni contro un governo di minoranza passerebbero invece con estrema facilità. Quindi si passerebbe da crisi di governo a crisi di governo.

Per di più, è indispensabile votare entro l’autunno la Legge di Bilancio, più contrastata che mai dalle varie componenti e che necessita quindi di un esecutivo autosufficiente.

Il tutto – questo è il punto – con una economia francese in profonda crisi, all’italiana come ormai si scrive sui giornali francesi, con una procedura d’infrazione aperta da Bruxelles per un deficit superiore al cinque per cento e un debito attorno al centodieci per cento, superiore ai tremila miliardi, più grande quindi di quello italiano in cifra assoluta.

Per il momento Emmanuel Macron prende dunque tempo e punta a tirare il più alle lunghe possibile l’esercizio provvisorio del governo uscente di Gabriel Attal, ma entro agosto dovrà decidere. Scelta resa ancora più difficile da una ragione strutturale: tutto il meccanismo e la tradizione costituzionale e istituzionale francese da sessantasei anni in qua, dalle riforme di Charles de Gaulle del 1958 in poi, hanno una dinamica decisionale e di potere nettamente presidenziale, con un ruolo più che marginale del Parlamento. Invece, ora, le elezioni anticipate hanno sì bloccato la scalata al potere di Marine Le Pen, ottimo risultato, ma hanno anche imposto la centralità assoluta del Parlamento e delle sue dinamiche a scapito della strategia con cui Emmanuel Macron ha vinto nel 2017. Insomma, si è tornati alle dinamiche parlamentari della deprecata Quarta Repubblica, ma dentro il quadro costituzionale presidenziale della Quinta Repubblica.

La sinistra deve decidere il suo candidato premier e risolvere l’equivoco Mélenchon, certificando che è impresentabile. Olivier Faure, il segretario socialista, si è già autocandidato ma non è chiaro nemmeno chi sceglierà il nome: se l’assemblea dei parlamentari o le segreterie dei partiti. Il Nuovo Fronte Popolare aspira infatti a ottenere l’incarico di formare il governo solo sulla base del fatto che è il primo schieramento. Ma in realtà dispone solo di centonovantaquattro seggi, ne mancano novantacinque voti per avere la maggioranza e per di più è drasticamente diviso al suo interno con i socialisti e Raphaël Glucksmann che non vedono l’ora di separarsi da Jean-Luc Mélenchon e dai Comunisti, e lo fanno apertamente capire. Già a ridosso del secondo turno, Raphaël Glucksmann è stato netto e definitivo sul punto: «Jean-Luc Mélenchon ha dominato politicamente e psicologicamente la sinistra per anni, non la domina più».

Non solo, la France Insoumise ha già subito la mini-scissione di François Ruffin, Clémentine Autain, Alexi Corbière e altri dirigenti e parlamentari intenzionati a fare un accordo con socialisti. Dunque, Mélenchon non ha nessun futuro davanti a sé, men che meno per governare. E lo sa.

Il Centro macroniano, da parte sua, deve superare le fortissime tensioni interne determinate dalla decisione del presidente di chiamare a elezioni anticipate, amplificate da una dinamica subdola che riguarda però tutti i partiti. Sia Gabriel Attal, che Éduard Philippe, che Elisabeth Borne, che Gérald Darmanin – per restare al fronte di Ensemble – calibrano il loro posizionamento sul nuovo governo per potenziare le chance della propria candidatura alle presidenziali del 2027. Un obiettivo peraltro comune a tutti i leader francesi di ogni schieramento, che complica ulteriormente il quadro e le stesse trattative per formare l’esecutivo.

Due sole le certezze. La prima è che l’estrema destra è fuori dai giochi, inclusi i neogollisti di Éric Ciotti che si sono alleati con Marine Le Pen. La seconda certezza è che chi scommettesse su elezioni anticipate appena possibile secondo Costituzione, quindi tra un anno, non perderebbe la sua posta.

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