La letteratura come consolazioneIl vantaggio editoriale delle donne e il libro di Walter Siti che ancora non ho letto

L’autore di “I figli sono finiti” ha detto cose favolose in un’intervista a Studio, una delle quali, «Mi dicono che vincerà una donna, e sarà così per ancora due o tre anni, e poi finito un ciclo si tornerà a un regime normale», è diventata la polemica del giorno

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Di recente mi sono ritrovata in una conversazione a proposito del tema «Perché quelli bravi si fanno intervistare da quelli scarsi?». L’esempio che aveva fatto un amico era quello d’uno scrittore, uno che dice solo cose intelligentissime, che aveva inciso un podcast con un intervistatore scarsissimo.

Io avevo aggiunto un altro esempio, di altro scrittore che dice solo cose intelligentissime, che si era fatto intervistare da uno anche lui appartenente alla categoria che definiremo «quelli che non ti rimandano mai la palla».

Non era importante scegliersi un intervistatore capace, sostenevo io: se sei bravo davvero, dici quel che ti pare chiunque tu abbia di fronte, e dici cose intelligentissime per quanto stupide siano le domande (le domande stupide sono comunque cento volte meglio delle domande fatte da quelli che mirano a farsi dire «bella domanda»).

Però ero anche d’accordo con l’amico: sì, ma se dici delle cose favolose quando ti tocca far tutto da solo, pensa cosa potresti fare con un interlocutore all’altezza, con uno col dono della conversazione, con uno che ti rimanda la palla.

I due scrittori che citavamo erano due maschi, e sarebbe un particolare marginale se la vicenda che vado a raccontare non si fondasse sulla bislacca convinzione che esistano gli uomini e le donne. Che esistono, figuratevi se aver passato quasi quarant’anni a sanguinare non mi dà contezza dell’esistenza biologica dei sessi.

Esistono le donne, con l’handicap delle ovaie e quindi delle potenziali gravidanze, e questo rende assai più faticosa l’organizzazione delle loro vite. Esistono le donne, con l’handicap d’una minore forza fisica e quindi d’un maggiore rischio d’esser vittime di violenza, e questo rende meno libera la loro vita. Ma non esistono le donne intellettualmente. Non esiste uno specifico femminile nelle opere d’ingegno, se non in una visione retrograda che pensa esse debbano occuparsi di cucina e cucito.

E invece c’è questa curiosa tangenziale postmoderna: la convinzione, spacciata per di sinistra, che esista uno specifico femminile nella letteratura, e che esso sia grandemente trascurato, e che noialtre che scriviamo e abbiamo una vagina andiamo risarcite. Come molte polemiche postmoderne, è completamente scevra del dato di realtà.

Conservo tra le cose più care l’affermazione, formulata l’anno scorso non importa da chi, secondo cui se una fa il liceo linguistico non studia letteratura scritta da donne. Ora, io il linguistico l’ho fatto. L’ultimo anno è praticamente tutto imperniato su Virginia Woolf e Jane Austen e Emily Brontë (forse la scrittrice più kitsch della storia della letteratura, ma presentata come se andasse presa sul serio – ma questa polemica la facciamo un’altra volta). Per non parlare del fatto che l’unico incontrovertibile Grande Romanzo Americano l’ha scritto una donna, Margaret Mitchell.

Poi io come argomento a piacere all’orale portai Beckett, ma io si sa che sono ancella del patriarcato; resta che se c’è una scuola in cui si studiano le autrici è il linguistico: se lo neghi non vuoi dibattere della realtà, vuoi delirare del tuo stato di paranoia.

Semmai il fatto da indagare è che i libri sono finiti: anche degli scrittori che ci sembra dicano solo cose intelligentissime mica leggiamo le opere, chissà cos’abbiamo di meglio da fare; io sono circondata da libri non ancora cominciati o mai finiti, e una penserebbe accadesse perché sono deludenti, e invece mi riferisco a quelli che già ho avuto modo di saggiare siano bellissimi, o mi aspetto lo siano, ma per la mia attenzione frammentata ormai cinquanta pagine di romanzo sono impegnative come lo studio degli ideogrammi. Tutto questo per dire che “I figli sono finiti”, l’ultimo romanzo di Walter Siti, è uscito da due mesi e io ancora non ho trovato il tempo di aprirlo, e non è che in questi due mesi abbia avuto cose migliori da fare, è proprio che sono figlia dell’ovinitudine del mio tempo.

Tutto questo per dire che Walter Siti, uno dei quattro italiani che dicono solo cose intelligentissime, ha dato un’intervista a Rivista Studio. L’intervista è piena di meraviglie, da «Se fai un libro pensando che abbia un messaggio positivo, o sei scemo o vuoi essere molto letto, ed è quello il messaggio positivo», a «a Reggio Emilia se vedono un uomo con una gonna ne parlano per una settimana, qui [a Milano, ndS] è normale», a «non ho fiducia nel progresso umano, nella civilizzazione che ci farà stare sempre meglio. Penso che l’umanità sia fottuta», a «La sinistra sta facendo un errore pedagogico», fino a «Oggi passa l’idea che la letteratura sia una forma di consolazione», frase che forse spiega perché anche oggi, come spesso, non posso leggere favolosi romanzi perché sono troppo impegnata a occuparmi della puttanata del giorno.

Accade che, sul finire dell’intervista, a domanda sullo Strega, e sull’«effetto Murgia» che avrebbe, si dice in “I figli sono finiti”, determinato la vittoria di Ada D’Adamo allo Strega 2023, Siti risponda così: «Mi dicono che vincerà una donna, e sarà così per ancora due o tre anni, e poi finito un ciclo si tornerà a un regime normale».

Poiché nel secolo in cui ci sentiamo tutti speciali guai però a dirci che non siamo normali, c’è stato, in risposta all’ovvietà detta da Siti, un parapiglia analogo a quando Vannacci disse che i busoni non sono normali. Qualche ora dopo la messa on line dell’intervista, compare questa postilla: «A seguito delle polemiche nate da una risposta data nell’intervista, Walter Siti ci tiene a precisare più esaustivamente il suo punto di vista: “Viviamo in una società che accetta ancora la disparità di genere e mi è evidente la necessità di riportare l’attenzione sui libri scritti da scrittrici. Il mio augurio è che nella società del futuro si possa tornare a concentrarci sull’opera letteraria indipendentemente dal genere, dall’orientamento sessuale o dall’etnia di chi l’ha scritta”».

Ora, io credo nel diritto a non avere i coglioni rotti dalle polemiche, e se serve a tal scopo persino a scusarsi e a fingere che le ovvietà non siano ovvie. Però. Però ha ragione Fran Lebowitz quando dice che il problema è che c’è troppa democrazia nella cultura e non abbastanza nella politica. Però non è vero che è necessario riportare l’attenzione sulle scrittrici: Walter Siti ha venduto in due mesi un sedicesimo di quel che Francesca Giannone ha venduto in due settimane; un libro di Michele Mari vende nel suo intero ciclo vitale quel che un libro di Stefania Auci vende in una settimana; eccetera.

Sto dicendo che le donne vendono più degli uomini? Sì, le donne vendono in generale più degli uomini (anche perché la convinzione che esista un’identità femminile è diffusa, e le uniche a comprare libri sono donne); ma negli esempi precedenti c’è un trucco: a domanda sui libri che vendono assai, Siti saggiamente sintetizza «Fanno un altro mestiere».

Escludo che Arbasino si meravigliasse di vendere un millesimo di Sveva Casati Modignani. Vendeva meno di lei perché era già allora un buon momento per approfittarsene, essendo donne? No, vendeva meno perché faceva un altro mestiere. Non è che Einaudi guardi le vendite di Mari e dica eh, ma non ci conviene averlo in catalogo, vuoi mettere le tirature della Murgia: fuori dalle polemiche social, il lavoro culturale è perlopiù fatto da gente che sa distinguere.

E sa che, appunto, essere donne è già da un po’ un vantaggio (non solo nel farsi pubblicare libri o nel vincere premi: pure nell’entrare nei consigli d’amministrazione, per dire). Ma mai quanto è un vantaggio fare le vittime. Di recente ci sono stati due casi d’incontrovertibili successi, un libro e un filmato su due temi molto diversi.

L’autrice del libro e i giornalisti del sito che ha pubblicato il filmato hanno inquadrato i loro successi nello stesso modo: facendo le vittime. Il mio libro vende nonostante i quotidiani non lo recensiscano. Il nostro filmato è dirompente ma i telegiornali non lo citano. Il tal programma parla di noi senza invitarci, o parla di noi in toni meno elegiaci di quelli che userebbe nostra madre. Guardateci: sembriamo vincitori, ma siamo vittime.

Non può essere un caso. Evidentemente ha attecchito la lezione di Maurizio Costanzo, per cui se ti chiedevano come stavi dovevi sempre dire di avere qualche acciacco altrimenti poi ti detestavano. Se allo Strega vincono gli uomini è patriarcato pilotato da chi decide le vittorie, se vincono le donne è talento purissimo e guai a considerarlo altro. Se sottolinei l’ovvio mi considero vittimizzata. Se qualcuno osa non parlare del mio successo, posso lamentarmi come se quel successo fosse una sconfitta.

Una non vorrebbe dire «orwelliano», però a volte ce la costringete. Per aggirare l’aggettivo stracco, forse potremmo riformulare quell’osservazione di Siti sulla letteratura come consolazione. Nessuno scrittore importante e impegnativo vende più un cazzo, la letteratura è evidentemente finita, e come forma di consolazione ci resta una realtà immaginaria in cui i vincitori sono sconfitti, le donne sono meno lette, e l’egemonia è sottomissione.

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