I numeri mentono La post verità sull’aborto, il caso Birkin e il rincoglionimento dell’Occidente

I Democratici americani diffondono dati grotteschi sugli stupri post cancellazione della sentenza Roe v. Wade, proprio come da noi ci si indigna per l’utero in affitto, per i fattorini che ci portano il sushi e per il prezzo (secondo Google) della borsa di Hermès della moglie di Sinwar

AP/Lapresse

È notte alta e sono sveglia, quando sul mio telefono compare Josh Lyman, e dice un sacco di stupidaggini. Ne diceva anche in “The West Wing”, il cui pubblico si divide in noi felici pochi che amavamo Toby, e chi aderiva alla mozione «l’importante è essere buoni, mica intelligenti» (codificata secondo Pauline Kael da “Forrest Gump”), e quindi amava Josh.

Senza un personaggio, una sceneggiatura, un contesto che gli dia un senso, Josh Lyman è Bradley Whitford: un attore. Una categoria incapace di dire cose intelligenti già di suo, figuriamoci durante le campagne elettorali, che rendono cretini anche i migliori.

Naturalmente Whitford, che presenta Tim Walz a un comizio in Wisconsin, dice che questa è «the most important election of your lifetime», che è una frase che mi fa dare delle testate al muro: sono maggiorenne da più di trent’anni, e non ricordo un’elezione italiana o americana che non fosse quella in cui era a rischio la democrazia, quella che questa volta ci giochiamo tutto, quella che o la va o la spacca.

Quante volte puoi dire «questa è la volta decisiva», prima che chi ti ascolta smetta di crederci? A un certo punto Whitford dice cos’è successo per colpa della fine di Roe v. Wade. È, Roe v. Wade, la sentenza che faceva da precedente e dava alle donne americane il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Era quel che a Bologna si direbbe «appiccicata con lo sputo»: una sentenza che riguarda il diritto alla privacy, figuriamoci.

Ma quei rincoglioniti dei democratici hanno pensato bastasse, e non servisse una legge federale che garantiva l’aborto. E quel rincoglionito di Obama non è riuscito a convincere quella rincoglionita di Ruth Bader Ginsburg a dimettersi, e il risultato è che quella è morta quando già non erano più in grado di rimpiazzarla, e il risultato è che l’ha rimpiazzata Trump: la Corte Suprema è diventata a maggioranza conservatrice, e ha deciso che Roe v. Wade non valeva più.

Sì, lo so che ora volete insultarmi perché ho dato dei rincoglioniti alle vostre figurine di Pizzaballa di eroi americani, ma prima che vi accomodiate a dirmi di non permettermi vorrei completare il quadro: solo un paese di rincoglioniti dà tutto questo potere a dei giudici nominati a vita.

Comunque. Whitford dice che sessantacinquemila donne stuprate non hanno potuto abortire per colpa della mancanza di una legge (lui dice della mancanza di Roe v. Wade, perché un paese di rincoglioniti mica pensa che servano leggi quando esistono sentenze). Sessantacinquemila mi paiono un po’ tante, giacché gli Stati in cui la fine di Roe v. Wade ha determinato la messa fuori legge dell’aborto sono solo quattordici, e alcuni concedono eccezioni in caso di stupro. Ma, soprattutto, perché quanti stupri devono esserci perché sessantacinquemila di essi abbiano come colmo di sfiga l’esito d’una gravidanza, considerato come funziona la fertilità femminile?

Vado a controllare lo studio, dello scorso gennaio, riferito ai primi quattordici mesi dopo l’eliminazione della validità di Roe v. Wade come precedente. Il numero è una stima: calcolando che solo il ventun per cento delle donne denunciano uno stupro, e le statistiche dei reati di qualche anno prima, e che ormai qualunque stronzata uno dica c’è una rivista scientifica che gliela pubblica, hanno deciso che cinquecentoventimila donne in età fertile debbano essere state stuprate in quel periodo. L’hanno deciso arbitrariamente, e l’hanno definito studio scientifico. E uno lo ripete in un comizio. E poi si meravigliano se vincono i cattivi.

(Nella scena di “The West Wing” che cito più spesso, Josh Lyman sosteneva che i numeri di non so che sondaggio dicessero una cosa specifica, e la sondaggista – interpretata da Marlee Matlin – gli chiedeva cosa ne sapesse lui: non lo sapeva lei, ed era il mestiere suo. Il rincoglionito insisteva: «I numeri non mentono». La sondaggista – uno dei molti personaggi femminili strepitosi di quello sceneggiato – gli diceva «I numeri mentono in continuazione», e venticinque anni dopo abbiamo la conferma che lei aveva ragione, e che lui è proprio rincoglionito).

Certo, non è colpa di Bradley Whitford se gli studi medici riportano dati a caso, ma vorrei vedere cosa farebbe Bradley Whitford della foto del fattorino che forse porta la pizza. «Forse» lo aggiungo io, ché nessuno di quelli che hanno pubblicato tutti la stessa foto di un tizio in bici con dietro la borsa di Deliveroo ha ipotizzato che stesse tornando a casa, nella Bologna allagata. L’assetto – borsa, giubbetto, bici – è identico, ma vuoi mettere come ci offre l’opportunità di dolerci per l’avidità dell’occidente l’idea che quella foto immortali non il ritorno a casa perché piove troppo, ma il tapino in servizio, intento a portare sushi a una di noi privilegiate all’asciutto (per fortuna non ero in città, sennò sarei stata la prima sospetta di ordine sotto il diluvio).

Nessuno, poiché nessuno sa ragionare e nessuno sa argomentare, ha fatto il collegamento col dibattito sulla gestazione per altre. Ogni volta che sento dire che pagando una donna per smazzarsi la tua gravidanza ne stai sfruttando il bisogno di soldi, mi chiedo se c’è qualcuno il cui bisogno di soldi io non sfrutti. Dal barista che mi fa il caffè al commercialista che mi fa la dichiarazione dei redditi, dal tassista che mi porta in stazione alla ragazza che mi lima le unghie, non c’è nessuno che non faccia quel che fa per soldi. Fermate il mondo, abbiamo scoperto che il capitalismo non è fondato sulle vocazioni. Oddio, quindi pure il fattorino sta sotto la pioggia per soldi?

Lì le fantasie di stupro, qui quelle di fine del capitalismo; ma anche, e più spassoso, il caso Birkin. La moglie di Sinwar, fotografata in un tunnel, aveva al polso una Birkin, borsa di Hermès un tempo molto chic e ora solo costosa. Vera? Falsa? Nessuno si poneva il problema, perché per spiegare bene quanto fosse cattiva ci serviva dire al pubblico che era una borsa costosa. Ma è costosa anche falsa (ne ho anche una falsa: costa meno delle Hermès vere, ma quanto le borse vere di marchi di lusso che non sono Hermès).

Poiché nessuno è disposto a ragionare figuriamoci a leggere, l’arma di fine dibattito era lo screenshot con la borsa e un numero. Trentaduemila dollari. Cifra ottenuta come? Probabilmente da eBay o altro commercio di borse usate, giacché Hermès non diffonde i propri prezzi e tra quelle che s’indignano sui social nessuna ha un guardaroba degno, nessuna ha idea dei prezzi di listino, nessuna sa come distinguerli dall’usato che la rarità permette di prezzare come si vuole.

È importante quanto costi davvero una Birkin base, di pelle di bovino, il modello più sobrio? È necessario sparare una cifra a caso? Non fa comunque ridere che la moglie del rivoluzionario abbia la borsa preferita di Kim Kardashian? Evidentemente i polemisti da social pensano che serva il prezzo, pensano che i numeri non mentano, pensano che quello sarà lo slogan che farà finalmente guadagnare alla loro fazione il consenso dell’opinione pubblica. E quindi: trentaduemila, vergogna (Gabibbo, è lei?).

Col risultato che noi quattro che sappiamo che una Birkin da trenta centimetri costa novemila e quattrocento euro, e una da quaranta diecimila e trecento, noi non solo non crederemo mai più a nessun numero con cui vorrete conquistarvi i nostri favori, ma pensiamo anche che siate dei rincoglioniti che s’illudono che il giornalismo investigativo si possa fare con Google.

Col risultato che la divisione non è più tra la mozione Hamas e quella Hermès (pochissime lettere di distanza, l’ha già notato Bozzo), ma tra voi rincoglioniti transmozioni, e noi infelici pochi che ci disperiamo a osservarvi nelle vostre apparenti divergenze accomunate dal non capire niente mai, non sapere ragionare mai, non evitare l’argomento sbagliato per sostenere una tesi mai mai mai.

Chi ritiene Hamas un lodevole apparato rivoluzionario continuerà a pensarla come prima, e chi ha a cuore l’occidente e i suoi lussi si dispera perché voialtri con pronto lo screenshot con scritto «32000», e sotto «vergogna, puntesclamativo», voi non vi meritate l’occidente, non vi meritate i lussi, ma soprattutto non vi meritate la libertà di parola, che ogni giorno purtroppo utilizzate, costringendomi a constatare con irritante frequenza quanto siete rincoglioniti.

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