Orbáninazzare il proprio Paese è il sogno di tutti gli amici di Viktor Orbán. Un controllo in crescendo della società occidentale ha come orizzonte il pontefice massimo di Mosca, ma Vladimir Putin è inarrivabile: bisogna avere un’opinione pubblica e media largamente condiscendenti, oltre che un apparato di sicurezza che affonda le sue radici nel Kgb. Per fortuna, alle nostre latitudini, non siamo a questo e allora ci si accontenta di rafforzare il potere politico in qualunque modo e in qualsiasi direzione, con la motivazione che il popolo sovrano vota per il centrodestra. Nonostante venga votato dalla metà della metà degli elettori che si recano alle urne.
A parte questo piccolo particolare, il governo e la sua maggioranza hanno tutto il diritto di fare le leggi che credono, e di pretendere che la magistratura le applichi. Ma nel rispetto della Costituzione e anche del diritto comunitario fatto di direttive e di sentenze della Corte di Lussemburgo. È proprio quello che sta stretto ai sovranisti di ogni sfumatura, che l’altro ieri al Parlamento europeo hanno evitato il processo “politico” al governo italiano dopo lo scontro con la magistratura sull’attuazione del protocollo albanese.
Sono state respinte due proposte, una dei Verdi e un’altra dei Liberali, per inserire il problema italiano nella sessione plenaria. Respinte da una maggioranza che andava dai Popolari ai Conservatori fino ai Patrioti. Una maggioranza alternativa a quella che sostiene Ursula von der Leyen che si è già formata altre due volte: in occasione di una votazione sul Venezuela e dell’approvazione del calendario delle audizioni dei nuovi commissari. Le divisioni interne al centrosinistra hanno fatto il resto.
Un copione che ci ricorda da vicino le convulsioni di casa nostra, dove è in corso il tentativo di riequilibrare i poteri dello Stato con la scusa di neutralizzare un pezzo di magistratura “militante” (le famose toghe rosse di berlusconiana memoria), e anche tutto il resto della categoria che non risponde degli errori giudiziari.
Ma è un tentativo ad alto rischio che passa per le riforme della giustizia. Il presidente del Senato Ignazio La Russa è tornato a evocarle con forza, come una punizione ritorsiva, all’indomani della sentenza del tribunale romano che ha costretto il governo a riportare in Italia i “pellegrini” trasferiti in Albania. Un colpo alla credibilità della politica del centrodestra che ha reso molto amaro il secondo anniversario del governo Meloni. La reazione di Palazzo Chigi è stata l’approvazione del decreto legge che stabilisce quali siano i Paesi sicuri in cui rimpatriare i migranti. Ma nel provvedimento è sparita la parte sui ricorsi contro i tribunali che non convalidano il trattenimento dei migranti.
È stato il Quirinale a porre l’alt. Un campanello d’allarme per Meloni che accusa la magistratura di fare opposizione e di lavorare contro il governo in maniera pregiudiziale. Il presidente della Repubblica sta alzando il livello di guardia. Non è che non veda il protagonismo di certe procure e la necessità di fare tutte le riforme necessarie per migliorare il funzionano della giustizia, ma si impegna affinché tutto avvenga in un clima di dialogo e di collaborazione tra le istituzioni. Invano, però. Il clima di scontro tra poteri dello Stato, oltre a quello con l’opposizione politica, è arrivato al culmine, come ai tempi di Silvio Berlusconi. Adesso però non c’è nulla in mezzo (il conflitto di interessi) che possa frenare e impedire a Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani di affondare la lama contro tutti i presunti congiurati ai danni di un potere politico che ritiene di avere tutti i poteri.
Quello che preoccupa il più alto Colle è la tracimazione, il superamento di un limite di cui il capo dello Stato è il massimo garante. Il livello di guardia è arrivato al culmine, anche quando il ministro della Famiglia Eugenia Roccella ha chiesto ai medici di denunciare alla procura i casi di sospetta violazione della legge sulla maternità surrogata. Invito alla delazione. È un continuo corpo a corpo contro tutti coloro che non collaborano, non condividono, non fanno la ola da curva tifosa.
Sergio Mattarella, un uomo pacifico che si è sempre tenuto super partes, non potrà rimanere indifferente se il limite è il deragliamento orbaniano. Il sottosegretario Alfredo Mantovano, che è l’ufficiale di collegamento tra Palazzo Chigi e il Quirinale, è stato avvertito. Perché è vero che la sovranità appartiene al popolo, e che le forze politiche che lo rappresenta governano, ma l’articolo 1 della Carta aggiunge che questa sovranità si esercita nei limiti e nelle forme della Costituzione. La corda è sul punto di spezzarsi.