MicromondiQuando la vegetazione diventa uno strumento di conoscenza umana

Di che capitale abbiamo davvero bisogno? È questa la domanda a cui il Forest Festival of the Arts Okayama, in Giappone, ha provato a rispondere, riflettendo sui nostri bisogni primordiali attraverso opere artistiche

Atsunobu Katagiri, Light of flowers, 2021. Courtesy dell'artista

In un Paese come il Giappone, in cui i festival d’arte ambientati nel verde non sono una novità, il Forest Festival of the Arts Okayama: Clear-skies Country – fino al 24 novembre, alla sua prima edizione – ha un’unicità: le foreste. Luogo d’incontro tra uomo e natura, che per il suo carattere primordiale il festival mira a mantenere “puro”. Non alterato da un eccesso di sofisticate tecnologie.

Leandro Erlich, The Nature Above, conceptual drawing, 2024. Courtesy dell’artista

Tutte le opere degli artisti partecipanti conservano un po’ questo approccio naturale, quasi primordiale. Con la propria dispensa naturale, con sorgenti d’acqua, energia e cibo, le foreste sono il capitale di cui il mondo ha bisogno. Che non significa sfruttamento selvaggio, come accade in alcune aree del pianeta. Un capitale immanente, del quale prendere coscienza attraverso l’intermediazione creativa degli artisti, ma anche di architetti, ricercatori e persone comuni.

L’area del festival, nella parte settentrionale della prefettura di Okayama, nell’isola giapponese di Honshū, comprende un’ampia varietà di ambienti, molti dei quali siti nelle foreste: cascate, sorgenti termali, caverne, giardini in stile giapponese e vecchi edifici in stile occidentale. Micromondi in cui la sensibilità può far nascere episodi artistici.

Ninagawa Mika with Eim. Courtesy dell’artista

Materiali mutanti come l’acqua salata cristallizzata e il muschio costituiscono linfa creativa per chi sa “vederli”: l’artista sudafricana Bianca Bondi li usa per incorporarvi ricordi di luoghi, trasformando l’ambiente forestale in spazio narrativo. L’artista è affascinata dalla cosiddetta medicina forestale, nella quale ricade la pratica del “bagno nella foresta”, e al festival espone un’installazione che lega la foresta all’ex ospedale di Nakashima, un edificio in stile occidentale dell’era Taisho (1912-1926). I visitatori, spostandosi da una stanza all’altra dove sono collocati erbe, muschi e piante raccolte nei dintorni, trasformano l’ospedale stesso in una sorta di foresta, con tanto di profumi.

Yuka Mori, Engulfing Bodies, 2023. Courtesy dell’artista

Delicato l’apporto al Forest Festival da parte dell’artista coreana Kimsooja, le cui opere concettuali affondano le radici nella cultura asiatica. Le duemilacentoottantotto finestre dell’imponente Old Tsuyama Fan-shaped Locomitive Depot sono ricoperte da una pellicola a reticolo di diffrazione, con la luce naturale che, penetrando nell’edificio, viene convertita in luce arcobaleno attraverso prismi a forma di croce. La luce viene utilizzata per esprimere la struttura dell’universo, secondo il tradizionale spettro cromatico coreano dei cinque colori “obangsaek”, bianco, nero, blu, giallo e rosso.

Kimsooja, To Breathe, 2023. Courtesy dell’artista

Le piante come strumento di conoscenza umana: a teorizzarlo, artisticamente, è l’argentina Lucila Gradín. In un’epoca in cui gli ecosistemi sono sconvolti e trasformati da specie invasive, la sua ricerca concentrata su quelle autoctone si pone come mappatura in chiave artistica degli ecosistemi esistenti nella zona in cui vive. Le piante hanno un’ampia gamma di utilizzi: dalla tintura alla tessitura, dagli scopi medici alla magia. Nelle opere “Chromatic Unfolding” e “Goldenrod Tautology”, presentate al festival, il punto di partenza sono materiali come feltro, lana e seta, prima colorati con coloranti naturali e poi valorizzati tramite ricamo e tessitura.

Jukan Tateisi, Abiotope, 2019. Courtesy of Jukan Tateisi

Il verde è presente anche nel lavoro dell’artista indiano Umesh, la cui opera “Moving into the Depths as it Revolves Around a Point”, raffigura un vortice al centro di una foresta. La profondità del vortice evoca quella della natura con i suoi misteri, ma anche la meditazione propedeutica al processo creativo dell’artista. Quest’ultimo spesso trae ispirazione dal mondo vegetale e dà luogo a dipinti che ritraggono sentieri perduti nella natura, di fronte a cui si pone l’essere umano.

Yuna Yagi, Light, 2021. Courtesy of Takeshi Asano

Le opere di Giacomo Zaganelli, fiorentino, hanno invece un risvolto sociale. Il processo creativo dell’artista parte infatti dal dialogo e dall’interazione con i residenti di una zona, per ridare vita ad aree abbandonate. È stato così anche nel caso di Okayama, dove ha soggiornato in compagnia di Silvia Piantini e preso contatto con le comunità locali. Nell’opera “Tsuyama Ping Pong Platz”, realizzata in un contesto urbano, Zaganelli ha creato un tavolo da ping pong aperto a tutti, in uno spazio in precedenza occupato da un hotel e poi divenuto un parcheggio. Riportando il modello tedesco, dove secondo l’artista i tavoli da ping pong fungono anche da luoghi d’incontro per i cittadini, anche a Tsuyama i tavoli, creati in collaborazione con artigiani locali, diventano luoghi di comunicazione.

Giacomo Zaganelli, Ping pong Platz, Oshiage. Photo by G. Zaganelli

Il bambù è il materiale ricorrente nelle opere dell’artista indiano Asim Waqif. Una struttura di tronchi di bambù, apparentemente messi in modo disordinato, fa da sfondo a una struttura composta da alti e intricati bastioni in pietra, a metà tra arte e architettura. Ma all’interno della struttura, fili anch’essi di bambù, intrecciati con precisione, formano una decorazione dinamica e i visitatori possono interagire con essa percuotendo un tamburo realizzato con lo stesso materiale. Il suono prodotto, sebbene non in mezzo a una foresta ma nei pressi del Castello di Tsuyama, acquista un valore ancestrale.

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