La nazione decadenteIl triste spettacolo della politica ai tempi del populismo

La maggioranza considera il Parlamento un’aula sorda e grigia, l’opposizione non fa altro che litigare, i moderati sono spariti. E delle decisioni importanti da prendere, vedi il Piano strutturale di Bilancio o la Consulta, non si trova un minimo di ragionevolezza

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Alessandro Giuli ha torto: questo è esattamente il tempo delle «passioni tristi» da lui evocate nel discorso alla Camera. Sembra che a nessuno gliene freghi molto del merito delle questioni. Si rischia il populismo a dirlo, ma lo spettacolo della politica di questi giorni è triste come una poesia di Leopardi.

C’è la maggioranza di destra che considera il Parlamento non molto diversamente dall’aula sorda e grigia, e un partito di opposizione che a differenza di altri due partiti di opposizione diserta il voto per non mescolarsi a quelli dell’aula sorda e grigia o per bloccarne le manovre (già questo è più sensato), ma che al tempo stesso non si fida dell’“alleato”: ma allora che alleato è?

La premier, sembra dietro ispirazione del duro della brigata, Fazzolari dottor Giovanbattista, punta a prendersi tutto quello che può a dispetto della logica dei numeri e promettendo posti e prebende a taluni dell’opposizione – si sa che la carne è debole, e si narra di accordicchi soprattutto con Giuseppe Conte, ma persino con Carlo Calenda.

Sulla Consulta però è saltato tutto. E chissà come l’ha presa Sergio Mattarella, mentre sulla Rai l’incrocio pareva cosa fatta e invece ieri Conte the killer ha azzoppato pare definitivamente Simona Agnes, designata da Gianni Letta alla presidenza della Rai, così che la destra ha fatto saltare il voto in Commissione di vigilanza, ultimo episodio del caos istituzionale figlio del casino politico tra e dentro le cosiddette coalizioni.

In tutto questo scornarsi, i moderati di qualunque colore sono spariti, nebulizzati dagli opposti estremismi, annichiliti dalle altrui logiche egemoniche e peraltro detestandosi reciprocamente Carlo Calenda, Matteo Renzi, Maurizio Lupi, Luigi Marattin e mettiamoci dentro con un po’ di fantasia anche Antonio Tajani, centristi di ogni ordine e grado totalmente ininfluenti nella marmellata del disordine politico e istituzionale alimentato dalle sbornie propagandistiche delle truppe meloniane e quelle nazareniche.

Tutto ciò mentre si discute del Piano strutturale di Bilancio, un documento importante che stabilisce i binari dei prossimi sette anni di spesa pubblica. In sostanza, finita la stagione dell’ubriacatura del debito facile e della spesa pubblica a go-go, bisogna riportare il rapporto tra debito pubblico e Pil sul sentiero della riduzione del debito, stiamo parlando di circa dodici miliardi da qui al 2031. Tradotto, siamo in una situazione molto molto difficile, lo sa il povero Giancarlo Giorgetti che anche fisiognomicamente sembra uno con il cappello in mano, bastava guardarlo a Montecitorio mentre si sbracciava a chiedere prudenza e cautela: infatti la Lega che doveva abolire la legge Fornero si accinge ad aumentare l’età pensionabile, altro che Pontida.

Ora, dal punto di vista della politica economica, oltre che da quello prettamente istituzionale, sarebbe opportuno un minimo di sensatezza. Ricercando un accordo serio sui quattro giudici costituzionali da nominare a dicembre, magari una qualche convergenza sulla legge di Bilancio o una roadmap condivisa sulla Rai.

Ovviamente è un discorso che Giorgia Meloni non ha nessuna intenzione di fare, preferendo nascondere la realtà («Non metteremo tasse») ed Elly Schlein nemmeno, alla «signora del Nazareno», come l’ha sentitamente soprannominata Repubblica, la propaganda meloniana serve, «avete scritto che aumenterete le accise!».

Conte da parte sua serve ora una ora l’altra, con i soliti camaleontismi praticati senza battere ciglio e sperando di uscire bene da questa specie di congresso del Movimento 5 stelle di fine novembre, dove deve parare il bum bum di Beppe Grillo.

Nel gran caos, si aspettano la Liguria, e poi l’Umbria e l’Emilia Romagna. Ma qualunque sarà l’esito di queste tornate elettorali nessuno crede che tornerà un minimo di ragionevolezza. Sono davvero tempi tristi.

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