
Più che da scandalizzarsene, c’è da sperare nel paradossale effetto propiziatorio delle scelte del ministro degli Esteri Antonio Tajani e della sua stolida volontà di ripristinare il normale tran tran diplomatico pure a fronte di rivolgimenti che esigerebbero, per essere compresi e affrontati, un acuto senso del tragico della politica e della storia, non un modesto senso pratico, servile e affaristico dei rapporti di potere.
Nel luglio scorso, il titolare della nostra politica estera ha riaperto l’ambasciata italiana a Damasco, che era stata chiusa nel 2012 dal Governo Monti «per ribadire la più ferma condanna verso le inaccettabili violenze attuate dal regime siriano nei confronti dei propri cittadini», e ha tentato di riallineare la politica europea verso il regime di Assad ai canoni della realpolitik opportunistica, cioè, secondo il gergo italo-diplomatese, «per aumentare l’influenza politica e […] per creare le condizioni per il ritorno sicuro, volontario e dignitoso dei rifugiati siriani». Il ritorno sicuro e volontario dei rifugiati siriani, addirittura: vastissimo programma.
Cinque mesi dopo che Tajani, primo nell’Unione europea, aveva scommesso sulla tenuta del regime di Assad, mandando in prescrizione tredici anni di mattanza bestiale, il macellaio di Damasco si è liquefatto ed è fuggito trovando ostello presso il macellaio di Mosca che ne aveva presidiato il potere. Anche Putin però è stato costretto a mollarlo, non potendo dirottare troppe risorse dal conflitto ucraino con un’economia e un sistema militare alla canna del gas, ormai senza risorse diverse dalla tambureggiante retorica pacifista euro-americana e dalla ricorrente minaccia atomica.
Visto il precedente, c’è quindi da sperare che la riunione del cosiddetto “Tavolo Russia”, che ha coinvolto alla Farnesina le imprese italiane attive nel Putinland, e che il ministro Tajani ha presieduto e celebrato in pompa magna lo scorso 6 dicembre, per intestarsi la «tutela degli interessi del nostro comparto imprenditoriale nel Paese alla luce della complessa situazione in atto», giunga presto a esiti analoghi della fuga in avanti siriana e inveri la profezia di un grande politico popolare europeo, il presidente polacco Donald Tusk, che così ha chiosato la caduta di Assad: «Gli eventi in Siria hanno fatto sì che il mondo si renda conto ancora una volta […] che anche il regime più crudele può cadere e che la Russia e i suoi alleati possono essere sconfitti».
Se Tajani ha scommesso su Assad e i risultati sono stati questi, chissà che la scommessa su Putin e sul business as usual con la Russia non porti a un identico risultato. Tajani menagramo delle autocrazie: non sarebbe male, in fondo, per il suo curriculum politico una pirandelliana patente di porta jella democratico, vista la sua predilezione per il soprannaturale.
Anche nelle ore della fuga di Assad, e dell’irruzione banditesca nell’ambasciata italiana a Damasco, il ministro ha infatti trovato il tempo per celebrare via social l’Immacolata Concezione e per rivendicare «con orgoglio le nostre radici cristiane», peraltro contraddette da una politica estera in cui non c’è un Sì che sia un Sì, e un No che sia un No, ma è tutto un di più di ipocrisie curiali e di amicizie e inimicizie double face, che vengono dal Maligno della lunga e poco gloriosa tradizione farnesiniana.
La filosofia di Tajani è perfettamente rispecchiata in una risposta che ha dato nella benigna intervista fiume regalatagli ieri dal Foglio, in cui il ministro degli Esteri ha giustificato la scelta di rimandare un ambasciatore a Damasco nel luglio scorso «per far dialogare le parti, come fanno le Nazioni Unite». Anche prescindendo dall’esito di questo dialogo – hanno ripreso tutti a scannarsi con più vigore, fino alla capitolazione del regime – a rilevare è proprio quest’idea che la politica internazionale di uno Stato inserito nel quadro delle alleanze euro-atlantiche, e che dovrebbe avere una propria politica estera, decida di ragguagliarla a quella dell’Onu, che però non può averne nessuna. Forse il capo di Forza Italia, da ragazzino, anziché giocare a pallone giocava a fare l’arbitro. Ora, da ministro, gioca a fare il segretario generale delle Nazioni Unite, avendo peraltro come António Guterres una certa condiscendenza verso le peggiori canaglie.
Sia chiaro: non nasce certo con Tajani l’idea che la politica internazionale dell’Italia, per servire davvero l’interesse nazionale, debba essere di grado zero e quindi ridursi a diplomazia o degradarsi a senseria, senza mettere mai in discussione alcun assetto di potere, salvo dirottare l’encomio dai vecchi ai nuovi potenti, quando la storia si rovescia e si incammina in direzioni inaspettate. Era l’idea andreottiana e poi, in maniera ancora più disinibita, berlusconiana di una politica estera efficace e profittevole, proprio perché corriva con qualunque status quo e liberata da ogni scrupolo di principio o di diritto e di ambizione di cambiamento. Un’idea antica, che però con Tajani raggiunge lo zenit della mediocrità.