
Giorno dopo giorno in Italia sta maturando una realtà di fatto che prescinde dalle percentuali elettorali. L’uragano devastante di Donald Trump domenica troverà (si spera) una trincea (debole purchessia) in Germania, con la vittoria della Cdu di Friedrich Merz. Lasciando all’opposizione una fortissima Alternative für Deutschland, per la quale stravedono il vicepresidente americano J.D. Vance e il miliardario con la motosega Elon Musk. Ed è il caso di ricordare che proprio ieri, alla vigilia del voto tedesco, la leader neonazista Alice Weidel ha detto che l’euro dovrà essere «dismesso: una moneta che va difesa non può essere una moneta. Le politiche di salvataggio in questi ultimi dieci anni sono completamente insensate. L’euro toglie potere d’acquisto alla gente». Questo tanto per capire chi sono gli amici della nuova leadership americana che vogliono la fine catastrofica dell’Europa.
Sono le tesi che sostenevano anni fa Giorgia Meloni e Matteo Salvini. La premier sembrava che si fosse convertita, strada facendo, e si è data una postura più europeista da quando è entrata a Palazzo Chigi. Il vicepremier invece la pensa ancora in questo modo e infatti è diventato il vero, autentico interprete del trumpismo in Europa e in Italia. Dobbiamo dirlo chiaramente: è il capo leghista che, sempre di più, detterà l’agenda della destra italiana in politica estera. Con tutto ciò che ne consegue a cascata sulla politica economica e commerciale, sui dazi e la difesa della nostra industria.
Ancora questa realtà non si è realizzata del tutto, ma è chiaro che questa agenda si imporrà presto. Meloni ormai si trova con le spalle al muro. Dovrà spiegare se le politiche di salvataggio dell’euro in questi ultimi dieci anni sono state completamente insensate. Se è entrata nella guerra da una parte, quella di Joe Biden e di Volodymyr Zelensky, e rischia di uscirne dalla parte di Trump e di Musk, per il quale il leader ucraino si nutre dei cadaveri degli ucraini. Se dovesse rimanere sulle posizioni di tutti i suoi colleghi europei, che si sono espressi mentre lei ancora tace, verrà attaccata e scomunicata dai fuori di testa americani. Se non si allinea, cadrà in disgrazia a Washington.
Paradossalmente a Meloni converrebbe che Zelensky venisse cacciato, perché così potrebbe dire che lei sosteneva Volodymyr mica il suo successore. Saremmo però al funambolismo politico e, soprattutto, Zelensky gode di un grande seguito, malgrado le bufale disseminate da Trump.
Rimane tuttavia il fatto che a interpretare pedissequamente la linea carnivora e bullista degli Stati Uniti è Salvini, e la stessa linea si imporrà al tremebondo Antonio Tajani. Ma si imporrà anche a Meloni, che si trova in un cul de sac. Non c’è una terza via nella testa di Trump e Musk. Anche lei potrebbe essere costretta a impugnare la motosega, come ha già fatto Salvini. Per il quale, dalla ruspa del 2018 contro i campi rom e la motosega che ieri al Cpac di Washington brandiva Elon, la continuità è lineare.
Meloni potrà mantenere le sue percentuali di consenso e Salvini invece dovrà ancora fare a sportellate con Tajani per il secondo posto nella classifica del centrodestra. Non è però questo il punto. Non si tratta nemmeno di una crisi imminente del governo. È l’agenda del governo che potrebbe cambiare. Questa agenda è plasticamente rappresentata al meeting dei conservatori del Cpac non solo dalla motosega, regalata al proprietario di X dal presidente argentino Javier Milei per tagliare la testa a Zelensky e a chi si oppone a Trump. È rappresentata dal saluto nazista di Steve Bannon, che ha fatto decidere perfino la patriota Marine Le Pen di non mandare il fido Jordan Bardella a Washington.
Ha fatto bene Meloni a non andare al Cpac e limitarsi a mandare un videomessaggio. Calibri però bene quello che dirà, perché l’agenda fasciotrumpiana ce l’ha già in casa. E speri ardentemente che domenica vinca Merz, e vinca bene, e perda quota l’amica del suo amico Elon. Perché quello che sta cambiando sono le radici dell’Occidente, della democrazia liberale, del capitalismo e dei social, che Musk vuole senza regole (non a caso il suo maggiore nemico è l’Europa dell’AI Act). Dica quello che ha sostenuto Emmanuel Macron, che «stiamo entrando in una nuova era» priva dell’ombrello di protezione americano. Che l’Europa deve sensibilmente aumentare le spese per la difesa con un «debito comune per produrre e acquistare armi europee».
Emmanuel Macron lunedì cercherà (inutilmente) di convincere Trump che «non può mostrarsi debole di fronte al presidente Putin, quando dovrà affrontare la Cina alle sue spalle. Sarebbe un enorme errore strategico!». Sappiamo che Meloni non lo dirà, almeno pubblicamente. Ma si guardi bene dall’agenda Trump-Musk-Bannon-Salvini. Sarebbe o la sua fine politica o il vassallaggio assoluto. Ma quale sarebbe la differenza?