Tutti sanno che io penso d’essere l’unica non scema al mondo, che considero tutti gli altri cretini. In realtà non era finora del tutto vero, ma mi faceva comodo lasciarlo credere. La lista delle categorie che trovavo cretine era così lunga – da quelli che s’interessano al calcio a quelli che trovano divertenti i giochi di parole a chi si mette animali in casa, e “animali” lo intendo in senso antispecista – che “tutti” era una buona approssimazione.
Finora, c’era qualcuno che salvavo. Di nascosto, per ragioni di diplomazia: solo se pensano che tu sia una di cui sospirare «si sa che per lei son tutti scemi», gli esseri umani non si offenderanno quando capiranno che consideri scemi anche loro, proprio loro.
Ma qualcuno c’era, che consideravo eccezione. Poi, è arrivato Sam Altman. Quel cretino di Sam Altman, che sarà pure un idiot savant come tutti gli scemi che hanno inventato i giocattoloni di questo secolo, ma con l’intelligenza artificiale, la sua e quelle che tutti gli altri idiot savant si sono affrettati a costruire, ha dimostrato ulteriormente che questo è il secolo della scemenza.
Era più o meno un anno e mezzo fa, quando hanno tutti iniziato a baloccarcisi. I più scemi chiedevano all’intelligenza artificiale chi è Tizio, essendo Tizio loro stessi. La prova ontologica dell’esistenza di io, realizzata consumando una quantità di energia che non dovete mai più belare un’obiezione se qualcuno va con l’aereo privato a due chilometri di distanza.
Altri chiedevano all’intelligenza artificiale di fare cose che senza non avrebbero potuto fare («Non sai come fa bene la frutta all’uncinetto», mi ha detto a un certo punto una che di mestiere impagina giornali, e io quasi mi sono messa a piangere, pensando alla di certo casuale coincidenza tra un tempo in cui leggevamo i giornali e un tempo in cui non desideravamo venissero illustrati da frutta fatta all’uncinetto).
Quel periodo – quello in cui, come di ogni persona dimagrita ormai si dice «sarà Ozempic», si è cominciato a dire d’ogni brutta traduzione «L’avranno fatta fare all’intelligenza artificiale», come se le traduzioni fatte dagli umani non facessero mediamente schifo – è stato quello in cui i più scarsi hanno iniziato a preoccuparsi che i loro posti di lavoro venissero arrubbati dai giocattoloni.
I più scarsi non tra gli operai alla catena di montaggio, ma tra chi fa il mestiere di scrivere, e per loro c’è la risposta di Andrew Wylie, il più famoso tra gli agenti di scrittori e anche uno degli intervistati meno diplomatici del secolo. A David Marchese, che lo intervistava a novembre 2023, troncava subito la prima domanda: «Oddio, mica parleremo dell’intelligenza artificiale. Non ne posso più di sentirne parlare, e non credo che nessuno di quelli che rappresento corra il pericolo di venire riprodotto da questi meccanismi».
Quello insisteva, non crede che Elmore Leonard possa venire riprodotto in maniera vendibile da un’intelligenza artificiale avanzata, e Wylie sbuffava sempre più. «No. Ma prendiamo la classifica dei più venduti. Quella è vagamente suscettibile all’intelligenza artificiale perché contiene libri scritti senza un particolare dono nella natura dell’espressione. Stephen King è suscettibile all’intelligenza artificiale. Danielle Steel ancora di più. Peggiore è la scrittura, più è suscettibile all’intelligenza artificiale. A Francoforte parlavo con Salman Rushdie, mi ha detto che qualcuno ha istruito ChatGPT a scrivere una pagina da Rushdie, e che il risultato faceva ridere per quant’era inetto».
Sì, per gli «Stephen King tu me lo lasci stareeee» prendete il numeretto all’apposito sportello proteste, ma insomma: è almeno un anno e mezzo che noi infelici pochi, noi selezionati non scemi sbuffiamo per l’intelligenza artificiale e tutto ciò che le discorre intorno. Io – fino a un momento recente al quale arriviamo tra poco – mi vantavo di non aver mai cliccato su niente che attenesse all’intelligenza artificiale. Già quella naturale mi pare scarsa, figuriamoci quella artificiale.
Però è ovunque, non si può sfuggire. Cerchi una cosa su Google, e il primo risultato è quello dell’intelligenza artificiale. Che tutti dicono apprenda tantissimo e migliori tantissimo, ma io l’altro giorno ho cercato piazza Martiri di Belfiore – che una volta mi sarebbe uscito direttamente Google Maps, ma poi hanno deciso di tutelarci da una delle poche cose che funzionassero bene nell’internet – e il primo risultato era l’intelligenza artificiale che mi diceva che era una piazza di Monti (per chi non conosce Roma: è a Prati, da tutt’altra parte – forse l’intelligenza artificiale è romana e considera tutto “centro”).
Tutti ci cliccano tantissimo, tutti ne dibattono tantissimo. Tra chi risparmia sull’analista rivolgendosi al risponditore automatico e ne resta grandemente soddisfatto, e chi si dispera perché ciò è lesivo della psiche, giacché l’intelligenza artificiale «non ha un’anima» (inserite qui la vostra battuta sugli analisti che neppure ne hanno una, o che non emettono fattura, o altro umorismo identicamente prevedibile nei naturali e negli artificiali). Tra le madri di adolescenti che già prima non sapevano parlare con gli esseri umani e avevano relazioni su Tinder, e ora chiedono all’intelligenza artificiale cosa fare col tipo che gli piace (vi ricordate quando i genitori non si accorgevano delle turbe adolescenziali? Quanto stavano meglio tutti, grandi e piccini).
Persino in termini di lessico. Di recente qualcuno ha chiesto quanto costino in denaro e in energia quelle righe di codice in più costituite dal vostro (di voi utenti imbecilli) rivolgervi all’intelligenza artificiale come fosse una persona, dicendole buongiorno e per favore e grazie, e il suo rispondere ai convenevoli. Sam Altman ha risposto con un tweet (o come si chiamano ora) in cui diceva «decine di milioni, ben spesi», e io vorrei un conto di tutto, mica solo dell’AI.
Anche di quanto costano i server di Twitter (o come si chiama ora) per contenere queste stronzate di domande e queste stronzate di risposte, e di quanto inquinano, mentre vi aspettate che io sciacqui la bottiglia del latte prima di buttarla nella plastica, voi di ultima màmmagàri generazione che sottoponete le vostre paturnie esistenziali ai cervelloni elettronici convinti che l’immateriale non inquini, perché poverini siete scemi.
Ma la scemenza dei giovani è fisiologica, sono i miei coetanei intellettuali che ogni giorno mi deludono. Parlo con te, Guido Vitiello, che hai superato nella mia classifica di insofferenze i giochi di parole e il calcio e i meme e le gif e quelli che si portano il cane al bar e quelli che si portano i neonati in aereo e i camerieri dei ristoranti che ti chiedono «sapete come funziona?» quando stai per ordinare (funziona che tu mi dai del cibo e io ti do dei soldi).
Ogni maledettissima volta in cui prendo in mano uno strumento connesso ai social, da settimane, ogni stracazzo di volta la prima cosa che mi compare è un post di Guido Vitiello con una finta copertina di libro o una finta locandina di film fatta con l’intelligenza artificiale. Ci passa le giornate, non si stanca mai. Sono tantissime, non fanno ridere per nientissimo, mi spuntano su tuttissimi i social. Me lo immagino che ride da solo, tipo Civati quando fa i giochi di parole, e non ho mai avuto tanta voglia di picchiare qualcuno.
E purtroppo sono costretta ad ammettere che aveva ragione quell’unica intelligenza artificiale su cui abbia mai cliccato, Grok, quella di Elon Musk. Quel cazzillo tondo che sta in alto a destra sulla pagina di Twitter (o come si chiama ora) e ti dà una sinossi del profilo su cui ti trovi. Era il 5 aprile, ho dovuto recuperare l’immagine che avevo salvato perché nel frattempo Grok ha fatto la fine che fanno i figli che mandate all’università: è più scema di prima, e mi descrive dicendo che mi godo i piccoli momenti perfetti della mia vita italiana (mi avrà scambiata per “Mangia, prega, ama”).
Ma il 5 aprile era ancora perfetta, incontaminata da PhD e altri approfondimenti, doveva aver dato un’occhiata distratta a quel che dicevo e facevo, e mi aveva pittata come neanche io stessa avrei saputo fare, era il ritratto perfetto preciso sputato della me davanti alle false copertine e alla frutta all’uncinetto: «Crede che il mondo sia troppo ricco per fallire e troppo scemo per accorgersene».