Tagliare i pontiAl gran circo trumpiano, Meloni può fare solo la claque

Tra insulti, colpi di scena e annunci di dazi, Trump trasforma la politica estera in uno spettacolo tossico. E la presidente del Consiglio che si illudeva di poter fare da mediatrice (ricordate la prosopopea sull’incontro con Vance e von der Leyen?) al massimo fa da spettatrice

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Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ieri ha dichiarato che il suo presidente, Donald Trump, è «frustrato» dal rallentamento dei negoziati commerciali con l’Unione europea, e spera che la minaccia lanciata su Truth dal presidente, di imporre, dal primo giugno, dazi fino al cinquanta per cento, «accenda un fuoco sotto l’Ue» – Bessent ha alluso, forse senza capirlo, a ciò che deve preoccupare il mondo intero, e cioè che il presidente degli Stati Uniti è un «frustrato», dunque uno che si scoccia, debole di nervi, impulsivo, un personaggio che, in qualunque altra parte del mondo, sarebbe considerato unfit, inadatto a ricoprire un ruolo di quella importanza.

Già, il Frustrato ne ha sparata un’altra, ormai si è perso il conto delle sue follie, minacciando dazi pesantissimi contro quell’Unione europea, che lui disprezza, per quel poco che ne sa, o che gli hanno riferito: l’Europa vecchia e furba contro l’America giovane, della nuova golden age, che conosce solo lui, nei suoi deliri nazionalistici. Trump è «frustrato» perché l’Europa, a differenza degli orientali, lo vuole fregare: è questo il sentimento di Trump, riferito da Bessent, secondo il quale molte nazioni asiatiche si sono fatte avanti con offerte molto vantaggiose, e che, «a eccezione dell’Ue, la maggior parte sta negoziando in buona fede».

Eppure, la minaccia dei dazi era stata già agitata, prima contro il Canada, poi contro la Cina, e ogni volta era rientrata. Con perdite clamorose nelle borse di tutto il mondo. E, puntualmente ieri, dopo la nuova minaccia di Trump, le borse europee, ma anche Wall Street, hanno registrato perdite importanti (Milano, meno due per cento).

Ormai tutto il mondo ha capito che il caporione della Casa Bianca tratta con le minacce, insulta gli interlocutori (dopo Volodymyr Zelensky, è toccato al presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa), silenzia le università, aggredisce la stampa, e quant’altro: fa della violenza la sua unica, terribile, modalità di lotta politica. Senza, peraltro, capirci molto. E, quando non capisce, rovescia il tavolo, come un cowboy che ha alzato il gomito, poi spara due colpi in aria, prima di uscire dal saloon barcollando.

Sull’Ucraina non sta cavando un ragno dal buco, il marpione del Kgb, Vladimir Putin, ogni volta lo mena per il naso, facendogli credere di chissà quale disponibilità alla trattativa, mentre, nello stesso momento, fa scagliare i suoi missili su Samy o la stessa Kyjiv. Almeno per ora non c’è nessuna trattativa, questa è la verità.

Giustissima la disponibilità di Leone XIV a ospitare colloqui tra russi e ucraini, illusorio pensare che Mosca avrebbe detto sì. Ieri, Sergej Lavrov, l’inquietante ministro degli Esteri, ha chiuso questa porta. E pensare che Giorgia Meloni si era già vista nella parte di maestra delle cerimonie in Vaticano, così da recuperare le molte figuracce di queste settimane: un’altra ingenua, al pari del suo maestro, Donald, che ormai chiama tutti i giorni: ma che si diranno? Nemmeno le ha detto della minaccia sui dazi: altro che ponte, lo sceriffo d’America non se la fila proprio.

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