La France, c’est luiMacron si ricandida fra due giri, nel 2032, e congela la politica francese

Il presidente vuole essere l’erede di se stesso sfruttando la riforma costituzionale del 2008 che vieta solo il terzo mandato consecutivo. In questo modo fa fuori i suoi successori prima ancora che emergano

AP/Lapresse

Emmanuel Macron ha fatto ben più che terremotare la scena politica francese e ha presentato la propria candidatura alle presidenziali del 2032. In questo modo ha anche tagliato le gambe a tutti i suoi aspiranti successori alla presidenza: il giovane debordante Gabriel Attal, l’insidioso Édouard Philippe e il periclitante François Bayrou, premier di un governo che ogni giorno rischia il collasso. Dunque, l’erede di Macron è Macron: nessun altro osi aspirare a condividere la sua popolarità, rispettando in pieno il rito neogollista: “La France, c’est moi!”

Parlando ai giovani del suo movimento il presidente ha infatti detto: «Io avrò bisogno di voi tra due anni, avrò bisogno di voi tra cinque anni, avrò bisogno di voi tra dieci anni». Alle presidenziali del 2032, dunque, il candidato forte sarà lui, che oggi si lamenta in pubblico di essere il primo presidente francese che non si può presentare la terza volta consecutiva. A seguito della riforma costituzionale del 2008, infatti, questa opzione è vietata, ma, a scorno di Donald Trump che verrà morso dall’invidia, la nuova Costituzione francese vieta solo il terzo mandato “consecutivo”, non il terzo mandato dopo una pausa.

Nel 2032, va ricordato, Emmanuel Macron sarà ancora giovane, avrà solo cinquantaquattro anni ed è chiaro il suo progetto. Valuta infatti che è più che probabile che le prossime presidenziali del 2027 verranno vinte o da Marine Le Pen o dal suo vice Jordan Bardella, nel caso che la leader del Rassemblement National sia incandidabile a seguito della condanna per irregolarità nell’impiego dei finanziamenti del gruppo parlamentare europeo. È poi certo che quello gestito dall’estrema destra sarà un quinquennio presidenziale disastroso, al termine del quale gli sarà agevole imporsi come vincitore a conferma della propria centralità politica immarcescibile.

Come si vede, Emmanuel Macron ha un ego ipertrofico, il che non guasta in politica, ma soprattutto valuta ferocemente i suoi pupilli e alleati, ai quali, con questa candidatura a futura memoria, ha tarpato le ali. Chiunque si presenti del suo campo politico di centrosinistra per tentare di succedergli nel 2027 è infatti da oggi un debole sostituto, candidato solo a causa di un cavillo costituzionale, in attesa che gli sia riconsegnato lo scettro del potere, che naturalmente gli spetta.

Emmanuel Macron ha anche smentito con una scrollata di spalle qualsiasi ipotesi di sue dimissioni anticipate rispetto alla scadenza del 2027, chieste a gran voce da destra come da sinistra, nonostante che la sua scelta di sciogliere l’Assemblea Nazionale nel 2024 si sia rivelata disastrosa (su quella decisione presa in totale solitudine ha rotto con Gabriel Attal). Dopo il fallimento del governo di Michel Barnier, durato un pugno di mesi, infatti, il governo di François Bayrou, il quarto nominato da Emmanuel Macron nell’arco di un anno, si regge solo grazie alla strategia di Marine Le Pen, che non ne vota la censura per logorare l’area centrista e preparare la propria vittoria alle presidenziali. Alle prese con l’inderogabile legge di bilancio, il premier deve trovare quarantaquattro miliardi di risparmi e non sa letteralmente dove sbattere la testa. È arrivato al punto di dichiarare non festivo il lunedì di Pasqua e il giorno della resa dei nazisti: mezzucci che coprono una gestione governativa imbarazzante.

Dunque, il presidente francese, che ha dato prova di essere stato incapace di governare con energia e successo la politica interna, da due anni instabile come non mai, si è buttato a peso morto sulla scena internazionale nel tentativo di recuperare prestigio, forte di un ruolo indiscutibile che è comunque riuscito a ritagliarsi sulla questione ucraina.

Ma anche sulla scena europea, in realtà, la sua presidenza è in affanno. Da due anni, infatti, scricchiola l’asse franco-tedesco, anche a causa di un inedito differenziale sul piano economico. Mentre, infatti, l’economia della Germania, ex locomotiva d’Europa, è in pesante affanno, sull’orlo della recessione, l’economia francese tutto sommato tiene, anche se a prezzo di un debito pubblico abnorme, ormai superiore in valore assoluto a quello dell’Italia. Da qui posizioni ormai divergenti su quasi tutti i dossier economici europei.

La crisi nelle relazioni tra Parigi e Berlino, già evidente con Olaf Scholz, è così diventata sempre più profonda con Friedrich Merz, che non a caso ha messo in minoranza lo stesso Emmanuel Macron sul tema fondamentale della trattativa con gli Stati Uniti sui dazi. Il cancelliere tedesco, infatti, si è imposto in sede comunitaria per gestire le trattative con Donald Trump in modo dialogante, soft, in non casuale sintonia con Giorgia Meloni – come su molti altri dossier, l’immigrazione innanzitutto – e ha rifiutato e messo in netta minoranza la strategia d’attacco e di pesanti ritorsioni commerciali delineata dall’Eliseo. La Francia messa in minoranza in Europa da Germania e Italia: uno scenario inedito.

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