Se non sbagliamo i calcoli, sabato 19 luglio il governo Meloni taglierà il traguardo dei mille giorni. Non sono pochi. Ancora un mesetto e avrà superato per longevità il governo Renzi, ma si può già dire che la leader di Fratelli d’Italia entra nell’albo d’oro dei premier più longevi di questo Paese.
Chi l’avrebbe detto, pochi anni fa, che questa militante dell’estrema destra romana, cresciuta nell’agiografia di Giorgio Almirante, per non risalire più su nel tempo, e nelle liturgie tra il nostalgico e il futuristico, una ragazza senza titoli né conoscenze, sarebbe ascesa alla guida del governo di un Paese del G7.
Ora, definire il melonismo sulla base di questi quasi tre anni di governo non è semplicissimo: ci troviamo di fronte a un impasto di vecchio, di vecchissimo e di contemporaneo. È difficile parlare di nuovo: di novità ne abbiamo viste zero. Del vecchissimo si è detto, il fardello greve di un bagaglio trasportato da Colle Oppio a Palazzo Chigi, un insieme di scatoloni pieno di ricordi non sempre commendevoli, qualche amicizia pericolosa, braccia tese e fantasmagoriche fughe nel tolkienismo in formato tascabile, a occhio e croce livello basso, più canzonette che Wagner.
Ognuno ha la storia che ha, quella che si merita, quella che si è voluta. Di quella storia Giorgia Meloni porta i segni, con una voglia di riscatto – la questione dell’underdog insomma – che è come una molla psicologica che scatta in uno dei suoi io che molto l’ha aiutata in questi lunghi mesi.
È vecchio, poi, il modo di fare politica della presidente del Consiglio. Profuma di sala d’attesa del più triste notabilato democristiano, di liste di amici da favorire, di altre liste di epurandi, di occupazione della Rai, di totale mancanza di respiro culturale, di ignoranza del pensiero politico contemporaneo. Stringi stringi, è il tirare a campare evitando i rischi delle grandi operazioni politiche, in fondo siamo sempre alla Casa delle libertà, allo schema di Silvio di trent’anni fa. Giorgia non ha inventato niente, persino il premierato era venuto fuori dalla mitica Bicamerale dalemiana, il presidenzialismo è del generale Charles de Gaulle, è tutto scritto, catalogato. Sarebbe armamentario da Prima Repubblica, senonché quella, oltre ai misfatti, era piena di statisti e di cultura, mentre questa Repubblica meloniana è solo chiacchiere e potere.
La faccia truce del divieto di rave, il ghigno esibito a proposito dei centri in Albania («fun-zio-ne-ran-no»), la galera a chi fa un blocco stradale, tutto questo è roba securitaria da Cile di serie B, non mette paura, al massimo ingolfa le scartoffie dei commissariati.
L’economia arranca come nei primi anni Settanta, altro che diminuzione delle accise, non parliamo di scuola, ricerca, sanità: il solito tran tran, ma di che parla Pier Silvio Berlusconi quando dice che è il governo migliore d’Europa. Lo spread scende? Pure la produzione, pure il potere d’acquisto.
Di contemporaneo, lei, ha una certa velocità nel muoversi, proprio fisicamente. Oggi è a Parigi, domani a New Delhi, dopodomani a Ceglie Messapica; parla tre lingue oltre l’italo-romanesco, e questa, come dice Antonio Albanese, è politica moderna. È vispa, adesso comizia solo quando deve comiziare, cerca di essere suadente quando deve essere suadente, ha anche cambiato il look, da ragazzina impenitente è diventata una lady di ferro minore, e insomma di strada un po’ ne ha fatta.
Ma poi il melonismo cade sull’assenza di fantasia, tutto è così prevedibile, come nelle brutte soap sudamericane. E dunque crolla nella progettazione del futuro, non l’aiuta il diafano spirito riformatore. E l’altro elemento di grande desolazione (veramente la desolation row dylaniana) è la squadra – i suoi, come si dice in gergo – capitanata dal Gatto e la Volpe di palazzo Chigi, cioè il duo Fazzolari&Mantovano che comandano i Fratelli inebriati dal potere che imprevedibilmente gli è piovuto dal cielo, i vari Giovanni Donzelli, Galeazzo Bignami, Luca Ciriani, la sorella e l’ex cognato di lei, quelli colti tipo Alessandro Giuli e Carlo Nordio, e le Augusta Montaruli, le Elisabetta Gardini, le Marta Schifone, e i bei fusti di cui nemmeno si ricordano i nomi che la elogiano nei telegiornali.
Fratelli d’Italia ha preso lo scranno del Senato che fu di Giovanni Spadolini e Amintore Fanfani con quell’Ignazio La Russa che veglia sulla corte dei miracoli che sta dietro Giorgia, la premier che è destinata a concludere la legislatura a Palazzo Chigi e forse a iniziare da lì pure la prossima, che, hai visto mai, potrebbe vederla traslocare nientemeno al Quirinale: lei non ci pensa ma ci pensa.
E insomma, come sono stati questi mille giorni? Diciamo – cortesemente – non belli, proprio no. L’Italia si è fermata, mezzo ipnotizzata dal Tg1. Sono stati mille giorni grigi come quelli di novembre quando non c’è il sole ma nemmeno piove, giornate lunghe di cui nella memoria non rimane traccia e sul diario si annota: “Oggi nulla da scrivere”. E c’è poco da dire, è questa la cifra del melonismo, l’autunno della politica, prima di un imperscrutabile inverno.