Dalla parte degli ultimiCos’è Resq, la nuova associazione che si unirà alle ong per salvare i migranti in mare

Fondata dai membri della società civile milanese, punta a raccogliere 2,5 milioni di euro per acquistare un rimorchiatore da affiancare alle navi delle organizzazioni non governative. Per il presidente Luciano Scalettari, si tratta di un gesto che è doveroso compiere, «se non vogliamo continuare a tenere gli occhi chiusi di fronte agli orrori che abbiamo davanti»

Alberto PIZZOLI / AFP

Matteo Salvini si difende in Senato sull’autorizzazione a procedere per il processo sul caso Open Arms, quando per 19 giorni la nave guidata della ong spagnola era rimasta bloccata nel Mediterraneo. Intanto, le traversate dalla Libia hanno ripreso a pieno ritmo. E a Milano è nata Resq, l’associazione che presto porterà una nuova nave in mare battente bandiera italiana per intercettare e salvare le vite dei migranti in fuga dalla Libia.

L’idea, in verità, è nata lontano dal mare, a Milano, per iniziativa di diversi membri della società civile. «Siamo una serie di amici e di persone comuni che vogliono prestare assistenza a coloro che rischiano di perdere la vita ogni giorno in mare. L’associazione esiste già dal dicembre 2019, anche se la crisi del coronavirus ci ha rallentato», spiega a Linkiesta Luciano Scalettari, presidente di Resq e giornalista che da quasi trent’anni si occupa di Africa.

Ad oggi, grazie a un passaparola fra amici e conoscenti, Resq conta già 130 membri: l’obiettivo è di raggiungerne quota mille, per poter annunciare «l’imbarco dei mille», slogan dell’associazione, ed essere pienamente operativi. Attraverso un crowdfunding, si punta a raccogliere 2,5 milioni di euro, necessari per acquistare la nave (con tutta probabilità un rimorchiatore di 45 metri) da mettere in mare con un equipaggio di 19 persone, tra cui i volontari del rescue team. Anche se, assicura il presidente, l’associazione sarà attiva con le prime azioni già dopo aver raggiunto la soglia degli 800.000 euro.

«Per spiegare l’importanza della nostra iniziativa vorrei prendere in prestito una frase di Gherardo Colombo, il nostro presidente onorario: è giusto che i migranti muoiano in mare? Se pensiamo che non sia giusto, allora rispondiamo di no. Poi discutiamo di tutto il resto», dice Scalettari.

Il presidente ammette che non si aspettava una risposta così entusiasta al lancio dell’iniziativa. «Milano è un grande laboratorio di solidarietà, sono molte le associazioni attive anche sul fronte delle migrazioni che hanno deciso di sostenerci», spiega. Il punto di forza sono le persone e la loro voglia di spendersi per un progetto che non dimentichi i diritti umani, come invece fin troppe volte il governo italiano e l’Unione europea hanno fatto.

«Ci rendiamo conto che viviamo in un’Italia molto divisa, con tutti i grigi che ci sono in mezzo. Noi cerchiamo di stare lontani dalla discussione politica, anche se non è facile perché parliamo di problemi che vent’anni fa non sono stati affrontati», dice Scalettari. Oggi, nonostante le traversate non siano più numerose come in passato (Matteo Villa dell’Ispi riporta come per il 2020 si prevedano 20mila sbarchi, un numero fino al 90% inferiore rispetto a quello del 2016), la rotta migratoria dal Mediterraneo è più mortale che mai. Fra il 2014 e il 2019, sono 19.148 i morti o i dispersi nel Mediterraneo. E si tratta solo di quelli registrati.

«Il nostro continente deve dare speranze ad una zona di mondo dove ci sono sacche di disumanità incredibili. L’Europa non ha finora saputo sviluppare una politica comune, né una modalità di gestione a livello continentale dei flussi migratori. Si vive sempre la questione in modo emergenziale, ma il fenomeno è destinato a crescere, per cui non possiamo più rimanere con gli occhi chiusi», commenta il presidente. Finché non saranno implementati corridoi umanitari su larga scala, il fenomeno non potrà essere contrastato.

Resq punta quindi a dare una speranza di vita ad almeno una parte di coloro che intraprendono viaggi su imbarcazioni di fortuna, dopo aver vissuto gli orrori della Libia e dei campi di tortura. «La nostra presenza in mare non vuole essere un gesto politico, ma un gesto umanitario e simbolico. Ben sapendo che rischiamo di pagare di persona, penalmente e civilmente, le conseguenze».

Mossi dai valori costituzionali e forti delle leggi del mare, che impongono di salvare vite da sempre, gli operatori di Resq puntano dunque a rappresentare una speranza in più per i naufraghi in cerca di una vita migliore, in un momento in cui le navi delle ong scarseggiano nel Mediterraneo. Se di “responsabili” bisogna parlare, loro vorranno essere quelli che ne hanno salvate. «Viviamo un momento veramente particolare, aggravato dalla crisi del coronavirus ma che non rende il nostro compito meno importante. Io la questione di Salvini e il processo non so come andranno a finire. Come essere umano, posso solo fargli i migliori auguri».

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