Tutti a casaL’8 settembre della politica italiana

Le analogie tra oggi e 77 anni fa sono inquietanti. Ora come allora il Paese è smarrito, in balia di notizie contrastanti e imprecise, frutto di veline di regime e fake news. La storia si ripete: prima in tragedia, poi in farsa

Fotogramma

Nella corta memoria storica di questo Paese, alcune date rimangono ben salde e diventano spesso espressioni di senso comune, usate in modo paradigmatico. È certamente il caso dell’otto settembre, divenuto sinonimo di grande confusione, della latitanza dei centri decisionali, del disimpegno e della fuga. Il celebre film del 1960 “Tutti a casa” diretto da Luigi Comencini e interpretato da Alberto Sordi e da Eduardo De Filippo, inizia da quel giorno del 1943 in cui l’Italia andò in pezzi e la maggior parte dei soldati cercò di liberarsi della divisa per raggiungere con mezzi di fortuna la propria città d’origine, specie se al Sud.

Una situazione farsesca cui però fecero da limitato contraltare le scelte drammatiche e coraggiose di coloro che invece restarono al proprio posto per essere poi trucidati dai nazisti dopo il rifiuto di restare alleati del Reich.

Le analogie con la medesima data di settantasette anni fa sono oggi inquietanti. Nell’Italia del Covid 19 regnano sovrane la confusione, indecisioni e ambiguità almeno pari a quelle contenute nel messaggio radiofonico del neo presidente del Consiglio di allora, il generale Pietro Badoglio, inserito successivamente dagli Alleati nella lista dei criminali di guerra per i fatti di Etiopia ma mai processato, ancora oggi oggetto di analisi semiserie da parte di cripto linguisti e di appassionati di enigmistica.

L’8 settembre del 2020 vede ancora una volta un’Italia smarrita e in balia di notizie contrastanti e imprecise su tanti fronti, con l’ulteriore complicazione dell’ipertrofia delle fonti di informazione, tra veline di regime e fake news.

Vale per i dati su tamponi e ricoveri, per le schizofreniche disposizioni in materia di prevenzione della diffusione del contagio, per il delirio all’interno del mondo della scuola, per l’ansia delle famiglie, per l’angoscia profonda che attanaglia piccoli e medi imprenditori, incerti sul proprio destino, per le scelte ancora traballanti circa le misure europee di sostegno da non lasciarsi sfuggire. 

A proposito, mentre molti paesi dell’Unione hanno già inviato a Bruxelles i propri progetti per attingere al Next Generation Eu, che fine ha fatto il Piano Colao? Missing in action o «non ne parliamo più»? E il Meccanismo europeo di stabilità per investimenti sanitari, questo terribile mostro che spaventa l’avvocato del popolo desideroso di avere le mani libere, è definitivamente archiviato oppure, mentre crescono i contagi e il Comitato Tecnico Scientifico, che per altro verso ama il segreto dei propri verbali, lancia l’allarme per l’autunno, va ripreso in considerazione, come chiede un ondivago Nicola Zingaretti ? «Il ministro della salute non mi ha detto di aver bisogno di ulteriori finanziamenti» almeno tale è il virgolettato di Giuseppe Conte su la Repubblica del 5 settembre.

Mentre da Cernobbio il Capo dello Stato invita a far presto, il vice segretario del Partito Democratico, Andrea Orlando, annuncia un corso di formazione, in modalità rigorosamente «da remoto» per la redazione del Recovery plan. La prima lezione sarà tenuta da Paolo Gentiloni. Speriamo non riguardi “L’elogio della lentezza” di Milan Kundera o le modalità di riproduzione del bradipo brasiliano. Insomma, si ha la sensazione che troppo sia ancora remoto e troppo poco prossimo.

In un saggio del 1997, “Kant e l’ornitorico”, pubblicato nel 1997 da La nave di Teseo e purtroppo non noto quanto i romanzi, Umberto Eco descrive come davanti a fenomeni empirici inediti si sia inclini a usare le categorie culturali di ciò che è già acquisito, invece di confrontarsi con il rischio di una fertile ermeneutica del futuro, dove risiede l’origine di ogni innovazione. 

Eppure, secondo il poeta romantico Friedrich Hölderlin «Dove c’è il pericolo cresce ciò che salva». Niente da fare. Nel Paese ormai senza Balocchi dove c’è il pericolo si guarda al passato e se non basta, si scappa a gambe levate. Otto settembre appunto, si salvi chi può.

Poco importa se in questa fuga si abbandonano ai randagi i valori preziosi e si travolgono traguardi di civiltà raggiunti in passato, pagando prezzi altissimi. Troppo pesanti per essere portati in salvo, come sta accadendo con l’astiosa riforma della Costituzione in merito alla riduzione del numero dei parlamentari sottoposta a un referendum il cui esito non lascia presagire nulla di buono per il futuro della rappresentanza democratica. Una sinistra opportunista e schiava del consenso insegue ancora una volta con la fretta di salirvi, i carri di Tespi (teatri mobili di legno usati da comici di strada nell’Ottocento, ndr) su cui si mischiano neofascisti, populisti e sovranisti. Su quel carro perderà ciò che resta della propria anima.

Mentre si confida in salvifiche resipiscenze del corpo elettorale nei pochi giorni che mancano, resta il timore che la fuga da ogni razionalità aprirà la strada alla radicale modifica in senso oligarchico dei ruoli dei pochi eletti che seguirà e di cui troppo poco si parla. Essa, ovviamente, non sarà sottoposta ad alcuna approvazione popolare. Sarà la vera e amara sorpresa all’alba del 22 settembre. E a poco servirà dire «non sapevo» «non immaginavo» «ci hanno preso in giro» oppure «io ho solo votato per ridurre il numero di deputati e senatori».

Povero paese di Bertoldi, Bertoldini e Cacasenno, in preda all’analfabetismo di ritorno che, secondo la ricerca 2019 dell’Istituto Carlo Cattaneo per la Fondazioni Feltrinelli investe il 30% della popolazione adulta, più pronti alla furbizia che all’intelligenza, versati alla semplificazione, in odio alla complessità che spaventa e che allattano da influencer di ogni genere, onnipresenti sui social.

Per un piatto di lenticchie si rischia di svendere la storia di questo Paese e ciò, paradossalmente, nei giorni in cui ha preso avvio, alla presenza del Capo dello Stato, l’anno 2020/2021 delle celebrazioni dantesche, nel settecentesimo anniversario della morte del Poeta nell’esilio di Ravenna. 

Sì proprio colui che nel XXVI canto dell’Inferno fa dire da Ulisse ai propri compagni: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza». Sarà l’ultimo viaggio dell’Uom dal multiforme ingegno cantato da Omero, ma un grande insegnamento per i posteri. Il canone occidentale dell’uomo nuovo che investe se stesso nella ricerca di nuove rotte, contro ogni ignavia, contro ogni prudenza. Eppure anche Ulisse, tornato a Itaca dopo venti anni di assenza, avrebbe potuto dire «tengo famiglia» o magari mandare Telemaco al proprio posto. La sua figura sarebbe scomparsa nella folla anonima dei tanti miti dimenticati. 

Parole vuote e retoriche o premonizione del destino di un popolo che ieri come oggi continua a scappare dalle proprie responsabilità, scaricandole sulle spalle di chi verrà dopo? Dell’8 settembre del 1943 rimangono le immagini del corteo delle vetture affollate da una torma di generali felloni e da Vittorio Emanuele III che nottetempo lasciò la Capitale inerme per dirigersi verso Brindisi, illudendosi di salvare il regno e la dinastia ma non il Paese. Trovò l’esilio in Egitto e il disprezzo in patria. Per questo e per tanto altro, il Pantheon gli sarà negato per sempre.

Cosa resterà dell’8 settembre 2020? Non possiamo saperlo, ma ci giungono in soccorso le parole di un grande intellettuale del pensiero liberale, quel Piero Gobetti troppo spesso confinato nell’agiografia, ma mai seriamente ascoltato: «Combattevamo Mussolini come corruttore prima che come tiranno; il fascismo come tutela paterna che come dittatura; non insistevamo sui lamenti per mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli italiani che non resistevano e si lasciavano addomesticare» (da Scritti attuali, Capriotti, Roma, 1945).

Dopo la fuga ignominiosa e un interminabile e tragicomico viaggio nelle campagne dell’Italia in guerra, il tenente Alberto Innocenzi si riscatterà prendendo parte alle quattro giornate di Napoli e contribuendo a cacciare i nazisti dalla città. La macchina da presa lo inquadra nella sequenza finale, mentre impugna le maniglie di una mitragliatrice, mormorando «non si può stare sempre a guardare». Soltanto allora si guadagnerà il diritto di tornare a casa.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta