Europa mediterraneaDraghi, Macron e il nuovo corso dell’Unione

Gli eventi degli ultimi anni e le emergenze attuali sembrano ora accelerare un processo centrifugo che potrebbe ridurre la consistenza degli stati membri e riorientare lo scenario europeo in senso mediterraneo con un nuovo protagonismo di Italia e Francia

Flickr/Banca centrale europea

L’annunciato ritiro di Angela Merkel dalla vita politica nel corso del 2021, dopo oltre trent’anni di attività politica nella CDU e sedici di cancellierato, non sarà privo di conseguenze sugli equilibri europei, liberando nuove prospettive e inedite opportunità per l’Unione.

Da colei che Forbes Magazine definì «la donna più potente al mondo» l’Europa di Maastricht ha ricevuto l’impronta più marcata anche attraverso l’inossidabile sodalizio con la Francia di ben quattro presidenti (Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy, François Holland ed Emmanuel Macron) e la spinta per l’ingresso nell’Unione dei paesi dell’Est europeo, da sempre considerato, pur con connotazioni diverse, il mercato di sbocco e l’armata industriale di riserva degli ex imperi centrali.

Gli storici ricostruiranno presto meriti ed errori della brillante ricercatrice di chimica nata ad Amburgo nel 1954 e diventata presto l’erede di Helmut Kohl, il federatore delle due germanie dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, all’insegna di un primo, coraggioso e allora poco noto whatever it takes. Forse rileveranno tra gli errori la nomina di Ursula von der Leyen, la cui leadership come presidente della Commissione europea non è apparsa, finora, brillante. Di fatto il ruolo di Merkel è stato determinante anche nei momenti in cui è apparsa molto contestata per la fermezza mostrata in molti campi, anche quando scelse di aprire le porte a oltre un milione di profughi siriani, avvedutamente visti i requisiti di scolarizzazione richiesti, e oggi integrati con efficienza tutta tedesca.

L’esordio di Mario Draghi sulla scena europea nella nuova veste di presidente del Consiglio italiano non è stata silenziosa come dimostrano le sue posizioni assunte in merito al divieto di esportazione di vaccini prodotti in stabilimenti con sedi nell’Unione, appellandosi peraltro ad un regolamento già esistente ma che a quanto pare era sfuggito ai più, insieme a centinaia di migliaia di fiale vendute altrove a prezzi ritenuti più convenienti in quella guerra internazionale dei vaccini che presto ribalterà i destini del mondo.

Oltre a essere stato la riserva della Repubblica per l’Italia funestata dai due precedenti governi della XVIII Legislatura, Draghi potrebbe diventare presto l’uomo chiave dell’Europa, stabilendo con Emmanuel Macron un sodalizio di grande importanza strategica. Non pochi appaiono i punti di contatto tra i due statisti cattolici adulti ed estremamente riservati al riguardo. Entrambi si sono formati alla scuola dei Gesuiti, seppur in epoche diverse vista la differenza di trent’anni di età, e quella è un cifra che non conosce tempo. 

Entrambi hanno frequentato prestigiose scuole post universitarie, Draghi al Massachusetts Institute of Technology di Cambridge (USA) e Macron a SciencesPo e all’École nationale d’administration (ENA): hanno rivestito ruoli di primo piano nel campo di finanza, Macron quale membro dell’Inspection générale des Finances, ministro dell’economia nel secondo governo di Manuel Valls e in Rothschild & Cie Banque, Draghi nei ruoli a tutti noti in Banca d’Italia e in Banca Centrale Europea. Tutti e due hanno avuto grandi mentori, Federico Caffè per il presidente del Consiglio italiano e Jacques Attali per il presidente francese.

È superfluo ribadirne il convinto europeismo dal momento che tutti ricordano la scenografia della prima apparizione di Macron da presidente il 14 maggio del 2017 e il debito che l’Eurozona ha nei confronti di colui che ne è stato in più occasioni il convinto salvatore. 

Illuminante è la motivazione della laurea honoris causa conferita a Mario Draghi dall’Università Cattolica di Milano nel 2019: «Ha contribuito in modo unico alla costruzione di un’Europa unita. Come presidente della Banca centrale europea ha disegnato strumenti straordinari per impedire la dissoluzione dell’Eurozona. Ha concepito e reso operativo il programma di unificazione bancaria. Ha introdotto nuove modalità nella gestione della politica monetaria. Ha definito un piano dettagliato per completare e rendere sostenibile l’Eurozona, mantenendo vivo il sogno di un continente unito non solo dal punto di vista monetario ma anche politico, operando nel solco della tradizione dei padri fondatori dell’Europa moderna». 

Altrettanto inequivocabili le affermazioni di Macron in una intervista a Le Grand Continent del novembre 2020 in cui ha auspicato «un’Europa molto più forte, che possa far valere la sua voce, la sua forza, mantenendo i suoi principi attraverso il consolidamento della sovranità europea e dell’autonomia strategica in modo da poter contare da soli e non diventare il vassallo di questa o quella potenza senza avere più voce in capitolo. La costruzione di un’Ue politica più forte e coesa sarebbe l’unica soluzione per evitare il duopolio sino-americano, la dislocazione e il ritorno di potenze regionali ostili». 

Comune, infine, l’amore per l’Italia che il presidente francese fa risalire al colpo di fulmine nei confronti dell’attuale consorte Brigitte Marie-Claude Trogneux. L’Italia meridionale e Napoli sono nel cuore di Macron tanto quanto l’Umbria è in quello di Draghi.

Il mandato presidenziale francese, rinnovabile, scadrà nel 2022, quello politico di Draghi nel 2023, salvo ulteriori incarichi che potrebbero veder i due condividere per un paio d’anni il medesimo ruolo nelle rispettive massime magistrature repubblicane, pur con le diverse caratteristiche costituzionali.

Intanto è sufficiente che entrambi proseguano affiancati nei prossimi due anni, imprimendo all’Unione Europea un nuovo corso. Gli eventi degli ultimi tempi e le emergenze attuali sembrano ora accelerare un processo centrifugo che potrebbe ridurre la consistenza degli stati membri e riorientare lo scenario europeo in senso mediterraneo con un nuovo protagonismo di Italia e Francia.

Peraltro, le condizioni poste dall’Unione per il finanziamento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza assegnano parte cospicua dei fondi ad un maggiore allineamento delle regioni meno sviluppate rispetto agli standard europei sulla base di specifici indicatori di disagio economico e sociale. Un criterio in cui hanno pesato il Mezzogiorno italiano, il nord non ricco della Francia, l’intera Grecia e gran parte della Spagna i cui indicatori nazionali economico/sociali sono stati determinanti per la quantificazione delle quote nazionali previste dal Next Generation Eu. E ciò sia da considerare ultimativo in merito alle sbandierate capacità negoziali attribuite dalla narrazione apologetica all’ex presidente del Consiglio italiano da parte di certa stampa antagonista nei confronti del governo Draghi all’insegna di un frusto «ne valeva la pena?».

Dei settecentocinquanta miliardi di euro stanziati, quelli che in tempi non troppo lontani furono definiti in modo poco lusinghiero PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) ne riceveranno circa quattrocentosei, tra prestiti ed erogazioni a fondo perduto. La Francia sta ancora negoziando per superare i quaranta miliardi originariamente assegnati. È di tutta evidenza che i restanti ventuno paesi tra cui i “frugali” e gli aderenti al gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Cechia e Slovacchia) dovranno accontentarsi delle briciole restanti e ciò non prelude a nulla di buono.

Europa mediterranea vuol dire molte cose, tra cui non ultime la tolleranza e l’atavica capacità d’integrazione.

Prima di tutto implica un ribaltamento culturale che trova le proprie radici nel ruolo svolto in termini economici e di integrazione dal mare tra le terre nei secoli antecedenti la scoperta dell’America. Ne hanno scritto in modo mirabile Fernand Braudel ne “Il Mediterraneo. Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione” (Bompiani) e il croato Predrag Matvejević in “Mediterraneo. Un nuovo breviario” (Garzanti), solo per citare due opere a carattere antologico e di largo respiro.

Non è questo il luogo per fare la storia di quello che in Italia ambiguamente qualcuno ama chiamare ancora mare nostrum; certamente esso è tornato all’attenzione alla fine degli anni ’90 con il sorgere del terrorismo islamico poi diventato esito drammatico delle primavere arabe, che compiono dieci anni, della conseguente esplosione del fenomeno migratorio con le immani tragedie umanitarie e le conseguenti divisioni politiche nostrane e non solo sulle speciose distinzioni tra rifugiati e migranti economici.

Già anni prima l’Unione Europea si era interrogata sul riequilibrio tra le proprie diverse aree lanciando la proposta, a quel tempo dal valore compensativo ma non considerato strategico, di quell’Area di Libero Scambio che sarebbe dovuta decollare il primo gennaio del 2010 se l’inquilino dell’Eliseo di allora, Nicholas Sarkozy, non si fosse messo di traverso. Molto sarebbe cambiato già oltre dieci anni fa nell’intera regione e molti elementi inquietanti sono finora emersi nella sentenza di condanna in primo grado per corruzione del XXIII presidente della Repubblica Francese. 

Nel frattempo, una provinciale interpretazione degli indubbi vantaggi economici e sociali presenti in un’area economica e sociale omogenea per storia, cultura e scambi economici ha mantenuto la diffidenza degli operatori agricoli italiani e spagnoli, la tragica e periodica odissea della guerra del pesce e dei conseguenti scontri e sequestri derivanti dalle assurde pretese della Libia, già dal tempo di Mu’ammar Gheddafi, di estendere unilateralmente la propria piattaforma sottomarina, rivendicando la conseguente espansione delle acque territoriali. 

Nel momento del massimo pericolo, Italia e Francia hanno preferito limitare i propri interventi alla difesa dei rispettivi interessi economici post coloniali. L’Europa ha taciuto e a nulla sono valse le comparsate del governo Conte di cui questo giornale ha dato conto. Acqua passata si potrebbe dire oggi se sotto di essa non fossero sepolte migliaia di corpi umani a cui Jorge Mario Bergoglio rese omaggio quale primo atto del proprio pontificato. 

Peraltro, dalla crisi del mondo nordafricano hanno tratto vantaggio gli imprenditori del turismo, a partire dai siciliani, costruendo una bolla artificiale che presenta oggi le proprie crepe fatali dal momento che nulla appare essere stato imparato dai medesimi sul piano della competitività dei prezzi e del rinforzo delle infrastrutture. Oggi è troppo tardi e grandi città come Napoli, Bari, Palermo o Catania dovranno ridimensionare nell’era del dopo Covid, l’ennesima illusione costruita sul nulla, incoraggiando la smisurata apertura di ristoranti e di Bed & Breakfast destinati a chiudere non appena i flussi del turismo internazionale riprenderanno a dirigersi verso meglio servite destinazioni alberghiere di grande qualità e dai prezzi concorrenziali in Tunisia o in Marocco.

In un quadro più vasto, la ripresa del progetto dell’Area di Libero Scambio potrebbe costituire la nuova anima europea anche in considerazione di alcuni fenomeni inediti che stanno interessando l’Italia quali l’emergere del south working sul quale larga parte del mondo dei servizi non tornerà più indietro. Migliaia di dipendenti di origini meridionali ormai stabilmente in smart working sono tornate a casa dove, peraltro, lo scarto del costo della vita, stimato in circa il 30% in meno rispetto alle aree più sviluppate del Paese, trova ampio consenso presso molte aziende che stanno dismettendo costose sedi a Milano, Torino, Bologna o Roma transitando, come già aveva anticipato Jeremy Rifkin alcuni decenni fa, dall’era della proprietà a quella dell’accesso temporaneo a beni e servizi. 

E ciò anche a motivo dell’ulteriore spinta che deriverà dai vincoli posti dall’Unione in merito all’emergenza ambientale, a cui molti fanno risalire la particolare incidenza del virus nelle zone a maggiore concentrazione antropica e produttiva, come il centro nord italiano e, più in generale, analoghe aree europee. Le risposte saranno nella doppia transizione: energetica e digitale e dei fondi a esse vincolati. Va ricordato che in Italia uno dei più grandi datori di lavoro nel settore dei servizi, l’INPS, ha già istituzionalizzato il lavoro a distanza dei propri dipendenti e l’accesso degli utenti, eliminando progressivamente la necessità della presenza fisica degli uni e degli altri. Con il procedere dell’educazione digitale degli utenti mediamente anziani e della totalità dei giovani il cerchio sarà esteso e presto chiuso.

Fenomeni a cui prima della pandemia, l’Europa meridionale si era rassegnata quali la fuga altrove di diplomati e laureati – non necessariamente cervelli da sempre sulle strade mondiali della ricerca avanzata – in cerca di un posto di lavoro sottratto loro dalle logiche clientelari, dalla marginalità del proprio contesto rispetto al mercato o dal malgoverno locale. Una scelta di dignità pagata con condizioni di vita personale e familiare spesso precarie, soprattutto per la cura di bambini e di anziani che, nelle città di origine, poteva contare sulla tradizionale rete di protezione familiare, elemento culturale e potente strumento di welfare naturale presente in tutti i paesi mediterranei della cui elegia – va anche detto – il familismo amorale è stato purtroppo per anni il verso satanico.

Un costante processo di de-urbanizzazione interesserà presto i grandi centri europei, a vantaggio di un ritorno a condizioni di vita più compatibili con il concetto di sviluppo sostenibile tanto declamato in convegni o fatto coincidere con l’avvilente prospettiva evocata sovente dai tanti movimenti cinque stelle europei adoratori della paradossale decrescita felice. E non si trascuri al riguardo il grado di irraggiamento solare connesso ai climi mediterranei che accelererà la transizione energetica.

Europa mediterranea vuol dire anche questo a patto che vengano colmate in Italia come in Spagna, in Grecia o in Portogallo le gravissime lacune infrastrutturali, nella sanità, nella scuola pubblica e si imponga alle università di ristrutturare la parte didattica della propria insostituibile funzione di formazione delle classi dirigenti. Tutti interventi fino a ieri impensabili in base ai rispettivi PIL e al gravoso debito pubblico (i famosi cinque parametri di Maastricht che oggi pochi ricordano) e ora possibili nei prossimi cinque anni di sostegno, senza precedenti, da parte dell’Unione Europea sulla base di quel sesto parametr e della cui necessità la pandemia ha costretto, pagando un prezzo altissimo, ad assumere urgentemente consapevolezza e responsabilità.

Europa mediterranea vuol dire, infine, testimoniare i valori della più progredita civiltà giuridica del Pianeta nei confronti delle parti del mondo oggi soggette a nuovi e ben più spietati colonialismi condotti da uno spirito egemonico che non esita a conquistare popoli e territori nel segno di uno dei più drammatici deliri del pensiero umano. Il mondo si aspetta da anni che l’Unione europea sia baluardo a difesa del rispetto di diritti umani e civili nei paesi in via di sviluppo ora oggetto di un’espansione neo-colonialista, ancor più subdola e spietata della precedente, alla conquista di popoli e di territori in nome di una visione del mondo che la Storia ha da tempo condannato. Un ruolo di tutela a cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite sembra aver abdicato da tempo a motivo dei troppi veti incrociati posti da un anacronistico Consiglio di Sicurezza in cui siedono anche paesi illiberali e autoritari.

Essere consapevoli che la nuova Europa possa avere come interpreti del proprio nuovo Rinascimento che l’attende uomini come Mario Draghi, Emmanuel Macron, Enrico Letta, Pedro Sanchez e donne quali la finlandese Sanna Marin, la belga Sophie Wilmès, la danese Mette Frederiksen, l’islandese Katrìn Jakobsdòttir e la norvegese Erna Solberg potrebbe finalmente sottrarci a quel complesso di inferiorità con cui guardiamo agli Stati Uniti di Joe Biden e di Kamala Harris e realizzare un giorno lo spirito del Manifesto di Ventotene.

Fu concepito in un altro momento terribile della vita europea da Altiero SpinelliErnesto RossiEugenio Colorni e Ursula Hirschmann; ad agosto saranno ottant’anni da allora e forse sarebbe il caso di ricordarlo, anche oltre queste pagine, a chi ne avesse dimenticato lo spirito e la lettera contenuti in un passaggio di grande attualità: «Gli spiriti sono già ora molto meglio disposti che in passato a una riorganizzazione federale dell’Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale».