Nuovi equilibriDraghi è la chance che ci offre questo tempo incerto

Con il tramonto di Angela Merkel e le difficoltà interne di Emmanuel Macron, adesso tocca all’Italia il compito difficile di tenere in piedi il progetto europeo. Per fortuna alla guida del Paese c’è un peso massimo

Riccardo Antimiani/POOL Ansa/LaPresse

Ha riunito i partiti, sedato le divergenze interne e costruito un governo di capaci. Ma tra i prossimi miracoli di Mario Draghi potrebbe esserci anche il ritorno in grande stile dell’Italia in Europa.

Dismessi i panni della pecora nera, tenute a bada le pulsioni nazionaliste, il nostro Paese ha la possibilità di diventare il cardine del progetto dell’Unione, riguadagnare credibilità e, perché no, parlare da un livello di parità con i partner più importanti. Non è impossibile.

In Francia e Germania i prossimi mesi saranno delicati, sia per gli appuntamenti elettorali sia per il crescere delle divisioni interne. E le politiche europee, anche se restano centrali, saranno trascurate. Mentre l’Italia si troverà – sembra un paradosso – in una posizione di sicurezza: con un quadro politico stabile – se non ci saranno scossoni – un buon piano di spesa dei fondi del NextGenerationEu e l’ottima reputazione del suo presidente del Consiglio.

In più, potrà contare sul gioco di sponda delle istituzioni europee (non va dimenticato che il commissario all’Economia e il presidente del Parlamento sono italiani). Il risultato sarebbe uno status accresciuto e una maggiore autorevolezza che consentirebbe di influire di più nelle strategie comuni.

«Per troppi anni abbiamo avuto una politica deresponsabilizzante», sostiene Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali, in cui «ci limitavamo a guardare, e a criticare, quello che facevano gli altri Paesi». Lamentele senza sostanza, che mostravano i limiti di un Paese, l’Italia, che, forse, solo adesso potrà «conoscere un fase di normalità». E, grazie a questo, diventare una garanzia per la tenuta dell’Europa.

Come si è detto, non è impossibile. Prima di tutto perché la Germania, punto di riferimento essenziale del disegno europeo negli ultimi anni (sia per la lotta ai sovranismi sia per la reazione alla pandemia), sarà impegnata in una complicata fase di transizione verso un incerto dopo-Merkel, che comincerà dopo le elezioni del 26 settembre.

La cancelliera è a un passo dalla fine (annunciata) della sua esperienza politica, dopo avere governato la Germania per sedici anni. Il suo declino dell’ultimo periodo è stato arrestato dall’emergenza pandemica, che ha saputo affrontare con energia e serietà, riconquistando la fiducia dei tedeschi – non per niente è soprannominata KrisenKanzlerin (“Cancelliera della crisi”).

Da marzo 2020 a febbraio 2021 la sua Cdu ha guadagnato 10 punti percentuali nei sondaggi, passando dal 26 per cento dell’anno scorso al 37 di adesso. E il congresso del partito ha dimostrato di puntare alla continuità eleggendo alla presidenza Armin Laschet: merkeliano, centrista, moderato e, in quanto ministro-presidente della Renania Settentrionale Vestfalia, con esperienza di governo.

Sarà lui il candidato cancelliere? Non è detto. Il partito gemello bavarese, la Csu, punta tutto sulla figura di Markus Söder, avanti nei sondaggi da almeno un anno. Söder gode dell’appoggio di Wolfgang Schäuble e della popolarità guadagnata affrontando in modo deciso la pandemia. In questa situazione di incertezza, si profila – sempre guardando ai sondaggi – la possibilità che dalle urne emerga una nuova coalizione, cioè un’alleanza tra Cdu-Csu e Verdi, che sono al momento il secondo partito.

Sul piano nazionale sarebbe una coalizione inedita, ma nell’agenda politica di un eventuale governo Schwarz-Grün, da definire sulla base degli equilibri interni, il tema dell’Europa rimarrebbe ai primi posti. Resta da capire come sarà declinato.

In questo quadro di imprevedibilità e di movimento, sembra tramontare anche l’antico clima di ostilità tedesco nei confronti di Draghi, nutrito dall’energica opposizione della Bundesbank alle politiche monetarie espansive che aveva adottato quando era a capo della Bce.

I tempi di “Draghila” (invenzione della Bild) sono lontani, anche perché la campagna anti-Bce, che cavalcava il timore dei tedeschi di vedere erosi i propri risparmi, ha portato consensi soprattutto alla destra estrema di Alternative für Deutschland. Il pericolo ha spinto Schäuble, antico avversario di Draghi, a ratificare una pace politica, abbandonando i toni più duri.

Lo stesso presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier ha premiato l’ex capo della Bce con una croce al merito federale, rintuzzando gli attacchi della BuBa e difendendo il suo operato. Caduto il muro, il presidente del Consiglio italiano godrà di un ampio raggio di azione.

In Francia, invece, il fattore di incertezza è rappresentato dal Rassemblement National, il partito anti-europeo di estrema destra guidato da Marine Le Pen.

Secondo un sondaggio Ipsos commissionato da L’Obs e da FranceInfo, al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022 il risultato più probabile sarebbe un testa a testa con l’attuale presidente Emmanuel Macron (non si è ancora candidato in via ufficiale), che però vincerebbe al ballottaggio grazie a un vantaggio di 12 punti (nel 2017 erano 32). La leadership dell’Eliseo, indebolita dalle proteste pre-crisi, è minata dalle critiche sulla gestione della pandemia. Mentre il crollo del sistema bipartitico ha aperto praterie per l’estrema destra, che ha già dichiarato – con toni draghiani – di voler spendere «quanto sarà necessario» per salvare lavoro ed economia nazionale.

È ancora presto per fare previsioni o per preoccuparsi: molto dipenderà anche dalla rapidità con cui sarà superata la pandemia e dalle soluzioni alla crisi economica (senza dimenticare la difficile condizione finanziaria del partito della Le Pen) ma è verosimile immaginare che Macron, negli ultimi mesi del 2021 e fino alla primavera del 2022, sarà impegnato nella campagna elettorale.

Non solo: come ricorda Lorenzo Monfregola su Le Grand Continent, per Macron occorrerà ridefinire i rapporti con la nuova Germania, anche soltanto per ribilanciare un equilibrio che vede Parigi chiedere salti in avanti in senso europeista e i tedeschi preferire invece posizioni più caute e attendiste. Uno degli esempi più evidenti è il nodo dell’esercito comune, considerato centrale da Macron e vissuto con molta sofferenza a Berlino, che sulla questione procede con estrema cautela.

Oltre alle difficoltà storiche e ormai culturali, a dividere i due Paesi è anche l’ampiezza dello scostamento rispetto agli Stati Uniti, che la Germania vorrebbe ridurre al minimo e che, al contrario, Macron vorrebbe espandere. In questo senso, un’eventuale alleanza Nero-Verde in Germania non migliorerebbe molto la situazione, dal momento che i rapporti con Parigi sarebbero segnati anche dalle recenti posizioni sulla laicità repubblicana francese, che i Grün potrebbero considerare vicine all’islamofobia (senza dimenticare il rapporto complesso della Germania con il mondo turco).

È in questa fase di stallo e di incertezza che riguarda le due componenti dell’asse franco-tedesco che un’Italia più credibile potrebbe prendere in mano le redini dell’Unione. Rispetto a quasi tutti i suoi predecessori, Draghi «non ha nulla da dimostrare» in Europa, spiega Nathalie Tocci, che dirige l’Istituto affari internazionali. «L’Italia sì, però. E, per dare la misura di un eventuale successo, sarà decisivo valutare come saranno spesi i fondi del NextGenerationEu».

Per il resto, sarebbe consigliabile «mettere da parte l’ossessione di entrare nell’asse franco-tedesco». Un duo che diventa trio «non funziona», anche perché «la forza dell’Italia è stata sempre quella di essere ago della bilancia, sapendo portare dietro di sé un buon numero di altri Paesi». Una capacità che nel tempo si è affievolita.

«Per questo è meglio sviluppare rapporti sia con Francia e Germania sia con il resto d’Europa». Fino a formare un concerto condiviso di idee politiche e strategiche generali. Un risultato che sarà possibile ottenere liberandosi di alcune ataviche debolezze. «La prima è quella della leadership, che per il momento sembra risolta. La seconda è quella di smettere di essere il Paese che sa solo chiedere e diventare, al contrario, quello che dà».

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