Ingegneria umanaLa singolarità tecnologica è arrivata (e sta avvelenando la nostra società)

L’influenza dei social sulla psiche è preoccupante: alimentano la retorica dell’auto-affermazione, creano una moltitudine egoriferita e narcisista, pronta a imbracciare armi virtuali (ma non solo) per vedere confermati i propri umori. La trappola dell’engagement è nota, ma le conseguenze sono su ampia scala. E nel loro piccolo, anche il lavoro degli scrittori si fa più difficile

di Pablo Stanic, da Unsplash

Nel 2005 la singolarità era solo «vicina», come recitava un libro di successo di Ray Kurzweil. Il tempo in cui la tecnologia avrebbe superato l’intelligenza umana e conquistato il mondo era dietro l’angolo. Ora, secondo lo scrittore e attore americano Ayad Akhtar, la singolarità è qui. È arrivata. La si trova negli algoritmi che studiano il nostro sguardo, che ammassano dati e informazioni sulle nostre scelte e preferenze, che non solo riescono a prevedere cosa faremo (e cosa vorremo) ma soprattutto riescono a determinarlo.

Come ricorda in questo saggio pubblicato sull’Atlantic, adattato da una conferenza tenuta alla Newark Public Library in onore di Philip Roth, «questa tecnologia non si limita a dare forma intorno a noi. Ma ci ricostruisce da dentro». Non è una novità. Il dominio della sorveglianza digitale ha smesso di essere una notizia da tempo, eppure è ancora difficile averne un’idea precisa. È ancora arduo, poi, comprenderne la portata: «come ha dimostrato Daniel Kahnemann in un suo studio seminale di psicologia comportamentale, il priming inconscio funziona davvero. Se tu vedi una parola, che tu sia consapevole o meno, quella parola condiziona il tuo processo decisionale». Le piattaforme lo sanno: per questo che insinuano parole ovunque, attaccano banner sulle pagine web e circondano i contenuti che interessano all’utente con ad e pubblicità.

Da qui ne consegue, per logica di profitto, il fatto che siti e social vengono progettati per tenere gli utenti collegati il più a lungo possibile: l’engagement è fondamentale per il loro business model. Certo, nemmeno questa è una novità. Ma il problema è che, come si è già detto più volte, lo strumento migliore per tenere le persone incollate allo schermo è giocare con le loro emozioni. In particolare quelle negative: poco attira di più rispetto al piacere di vedere le disgrazie altrui, o la prospettiva del conflitto e della violenza. Il sistema gioca con meccanismi consolidati da millenni di evoluzione e li piega a suo vantaggio. Non solo: sfrutta le risposte degli utenti per ottimizzarsi sempre di più, garantendo – come un circolo vizioso – di riuscire a tenerli attaccati meglio.

Il risultato è il condizionamento delle emozioni: i post, i video, i tweet sono disposti seguendo il responso emotivo dell’utente, aumentando il piano inclinato di ciò che sente. Se l’indignazione funziona, i video che la provocano si susseguiranno, confermando le sensazioni e influenzando il pensiero di chi li guarda. È con questa logica, continua Akhtar, che si è arrivati sulle piattaforme a diffondere contenuti di odio contro i Rohingya, per esempio, e sopratutto a renderli virali e sempre più forti (le conseguenze offline sono state tragiche e violentissime). Ma è anche la stessa che ha radicato la polarizzazione politica in America, che «ha dietro di sé molta più ingegneria elettrica di quanto pensiamo».

E così «le nostre società avanzate sono messe in ordine da una matrice digitale di raccolta dati» che riconosce i pattern e prende decisioni. «Questo avviene in ogni singolo millisecondo che passa». A essere colpito è lo stesso inconscio umano, «che riceve una risistemazione, nel momento in cui la tecnologia incanala la nebulosa pulsione del nostro classico Id nella chiarezza cartesiana», cioè quando la tecnologia orienta i desideri delle persone ai fini commerciali. È un trattamento continuo e metodico della ricerca del piacere che, a lungo andare, influisce sui meccanismi della psiche stessa.

Lo dimostra ad esempio la frequenza crescente con cui si consulta il telefono senza motivo. «È astinenza». Una carenza neurochimica che si sostiene su ragionamenti e sillogismi errati. «“Qualcosa non va se non succede niente. Sul telefono succede sempre qualcosa. Quando guardo il telefono niente non va”». Cadere in questo sillogismo diventa abitudine e il prezzo è una maggiore ansietà, un’estrema sensibilità alla noia e, soprattutto, una crescita esponenziale del narcisismo. I social restituiscono agli utenti l’immagine di sé e del mondo che questi desiderano. Completano la loro richiesta di conferme, li rassicurano sull’integrità e sulla giustezza della loro condizione. Alimentano l’ossessione per se stessi – in questo arrivano al culmine di un percorso già cominciato altrove, ammette l’autore – e piegano la realtà alle necessità dell’autostima di ciascuno.

Come si vede, il passo da qui alle istanze moralizzatrici delle fragilità identitarie è minimo: «Queste cantilene su “me” e “mio” sono diventate così categorie epistemologiche», anzi politiche, dal momento che pretendono di vedere difese dalla società le proprie posizioni personalissime. Se questo non avviene, allora è la società che sbaglia, va contestata e infine abbattuta.

Sono sistemi che diseducano, per usare una parola ormai passata di moda. Fondendo la retorica dell’autostima alle capacità tecnologiche convincono gli utenti, cioè tutti noi, che «la strada per il cambiamento passi attraverso il piacere personale». Non è così, antichi moniti lo testimoniano, ma in modo sempre più debole: è una convinzione ormai così diffusa, un’idea così pervasiva «da essere diventata una nuova ontologia sociale», fondata sul«modello di pensiero della pubblicità e sul modello di coscienza del piacere. Conta l’autopromozione, l’autogratificazione, l’automarketing»: le idee, o meglio ancora i limiti delle idee di ciascuno, diventano caratteristiche da accettare, proclamare e diffondere. I propri sbalzi umorali sono istanti di verità validi per i social e, di conseguenza, validi per tutti.

Da scrittore, nota, Akhtar, «lo sviluppo che mi sembra più impressionante è l’equivalenza ormai accettata tra conoscenza e informazione. Ma se la prima conduce alla saggezza, nessuno diventa saggio solo con le informazioni». Soprattutto se queste sono esche usate dagli algoritmi per mantenere gli utenti incollati agli schermi.

«Avere tonnellate di link che confermano i tuoi pregiudizi è senza dubbio fonte di piacere. Ma nemmeno questa illusione di certezza porta alla saggezza». Perché la saggezza rappresenta proprio il suo opposto: «è semmai un sapere segnato dalle contraddizioni, un sapere consapevole dell’inevitabilità dell’incertezza». Accettare l’errore, il fallimento, la necessità di ricominciare da capo la propria ricerca è, del resto, anche quello che dà valore alla migliore letteratura. Per Akhtar «la certezza è anatema per l’arte, per la conoscenza e, in fondo, anche per la vita stessa».

Con la nuova identità forgiata da ore passate sui social, gli scrittori si trovano più in difficoltà di prima. Il mondo (e i potenziali lettori) sono pieni di certezze, le società tech hanno dato vita a raggruppamenti di persone con i medesimi pregiudizi, sia a sinistra che a destra. Pronti a imbracciare le armi, spesso retoriche ma nei casi peggiori anche reali, per valere le proprie convinzioni. «Lo scrittore non deve farsi intimidire dalla paura, dal disprezzo, dalle vendette e dall’esclusione da questi gruppi». Soprattutto, non deve cedere a queste logiche, «tenendo a mente che la strada verso la trasmutazione della conoscenza in saggezza letteraria, proviene soltanto dal proprio sentimento delle cose». Dai dubbi, dalle affinità (per quanto poco ortodosse) e dall’interesse per le contraddizioni. Non lo aiuteranno né le informazioni spacciate per conoscenza né la certezza morale venduta dai gruppi di pressione.