Sergio&MarioPer rianimare il governo Draghi serve un doppio bis, e bisogna dirlo subito

Certo, il record dei quattro decreti anti-covid in quattro settimane, realizzato dal governo Conte, non è stato ancora eguagliato. Ma con tre decreti in tre settimane siamo sulla strada giusta. Verso il burrone

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Ora tutti convengono sul fatto che il vento sia cambiato, che il governo si sia molto indebolito, che la stessa leadership di Mario Draghi appaia piuttosto ammaccata, ma non spiegano perché. Qualcuno, dopo averci spiegato che eleggerlo presidente della Repubblica era l’unico modo di preservarlo – ma è Draghi a doversi preoccupare di salvare l’Italia, o il contrario? – ne enumera errori, inciampi ed esitazioni come fossero altrettante dimostrazioni della bontà dell’argomento. Dunque, a svolgere fino in fondo le assurde implicazioni del ragionamento, si arriverebbe alla conclusione che più Draghi si dimostrasse un cattivo capo del governo, tanto più dovremmo affrettarci a eleggerlo capo dello Stato. Onestamente, un candidato di tale prestigio meriterebbe campagne più convincenti. Del resto, anche questo è un segno di come le cose siano cambiate, nel giro di poche settimane.

Se però il presidente del Consiglio sembra quasi fare da bersaglio fisso in mezzo a una maggioranza in cui ciascuno tira il proprio sasso e poi nasconde la mano, bisogna dirlo, la responsabilità è solo sua. E se adesso state pensando che è facile parlare col senno del poi, sono ben lieto di ricordarvi che qui lo abbiamo scritto parecchie volte col senno del prima e anche col senno del durante: era suo interesse chiarire per tempo che non aveva alcuna intenzione di lasciare il governo nel pieno dell’emergenza, essendo l’emergenza il motivo per cui al governo era stato chiamato. Solo così infatti avrebbe conservato intatta quella posizione di forza che gli aveva consentito di prendere le decisioni necessarie, con l’energia e il tempismo che la situazione richiedeva.

Da quando la sua inclinazione a lasciare Palazzo Chigi per il Quirinale è divenuta di dominio pubblico, invece, quella forza è svanita, e l’azione di governo ha cominciato a perdere colpi, fino al punto da ricordare da vicino il modus operandi del suo non rimpianto predecessore, sia pure senza le fluviali dirette Facebook in prima serata.

Certo, il record dei quattro diversi decreti anti-covid in quattro settimane, realizzato dal governo Conte nell’indimenticabile autunno del 2020, non è stato ancora eguagliato. Ma con tre decreti in tre settimane siamo evidentemente sulla strada giusta. Con il consueto corredo di contraddizioni e bizantinismi, narcisismi ministeriali, supercazzole tecnico-scientifiche e capricci politici, dalla scuola allo smart working. Nel dicembre 2021 come nell’ottobre 2020, i segnali dell’onda in arrivo c’erano tutti, e non averli voluti vedere è una grave responsabilità.

Dinanzi a questo dato di fatto, innegabile, i nostalgici del governo giallorosso esultano, perché ci vedono la prova che avevano ragione loro, che Draghi e Conte alla fine pari sono, per non dire di peggio, e che alla fine si stava meglio quando si stava peggio. Senza capire che la crisi drammatica in cui ci troviamo, sottolineata dalla ritrovata sintonia tra Lega e Movimento 5 stelle nel contrasto a ogni misura di razionale prevenzione e salute pubblica, dimostra esattamente il contrario. Dimostra che se torniamo sulla strada del populismo siamo spacciati, in tutti i sensi.

Dobbiamo dunque augurarci che Draghi si tolga il prima possibile dall’angolo in cui si è cacciato, sgomberando il campo da ogni ipotesi quirinalizia. Solo a quel punto, libero da ogni ipoteca e ogni retropensiero, sarà nella posizione per imporre nuovamente le sue condizioni, a cominciare da un programma di governo che dovrà contenere scelte nette, dicendo addio una volta per tutte all’insostenibile eredità del bipopulismo italiano. Se si vorranno tenere aperte le scuole, bisognerà trovare il modo di far funzionare lo smart working; se serviranno risorse per metterle in sicurezza, o per fare una sola delle cento cose che ci ripetiamo dalla primavera del 2020, si prenderanno anzitutto dai provvedimenti demagogici e regressivi che Lega e cinquestelle hanno continuato a imporre all’Italia; se servirà un unico passaporto vaccinale necessario per fare tutto, senza ulteriori complicazioni, lo si farà e basta, e lo si farà per tempo. E così via.

Al punto in cui siamo, onestamente, non so dire se Draghi abbia ancora la forza e lo spazio di manovra per imporre un simile schema. Temo però che qualsiasi alternativa non ci farebbe uscire dall’attuale gioco dell’oca, tra recrudescenza della pandemia, provvedimenti tardivi e crisi istituzionale. E arrivare al voto per il prossimo presidente della Repubblica in questo scenario è molto pericoloso.

Nel 2021 eravamo passati in appena un anno dal fondo alla testa della classifica, tanto dal punto di vista del contenimento del virus quanto dal punto di vista della ripresa economica. Squadra che vince non si cambia. Per far ripartire l’Italia abbiamo bisogno di una doppia ripartenza, quella di Sergio Mattarella al Quirinale e quella di Mario Draghi a Palazzo Chigi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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